Archivio mensile:Settembre 2014

Stiamo guidando guidando guidando in autostrada

kraftwerk-autobahn

Nella recensione del bel libro di David Stubbs Future Days: Krautrock and the building of the modern Germany, Houman Barekat fa alcune interessanti osservazioni su uno dei generi musicali sperimentali più famosi provenienti dalla Germania del dopoguerra:

La meravigliosa ed espansiva stranezza del Krautrock era il prodotto di una missione implicitamente politica: soppiantare un suono che era diventato sinonimo di colonizzazione culturale americana con un altro decisemente tedesco. Tutto questo fu un nazionalismo del tutto libero dalla macchia di sciovinismo hitleriano: come sottolinea Stubbs, la celebrazione del sistema autostradale tedesco dei Kraftwerk poteva apparire sinistra agli osservatori degli anni Settanta impantanati in un’atavica germanofobia, ma in realtà riprendeva tradizioni precedenti al nazismo e che con esso non avevano nulla a che vedere, come l’espressionismo tedesco e quell’unità di arte e tecnologia che fu una pietra angolare del movimento Bauhaus.

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Buddy Rich, che nacque oggi 97 anni fa.

Se fosse ancora vivo oggi, Buddy Rich compirebbe 97 anni. Che fosse un grande batterista, è noto. Ma lui — come racconta Cathleen Decker nell’obituary pubblicato sul Los Angeles Times l’indomani della sua morte, avvenuta il 2 aprile 1987 — non si considerava uno dei tanti grandi dietro le pelli:

The music–like the man–was volatile, gregarious and cocky. Asked once whom he considered the best drummer in history, Rich hesitated not a second. “I am,” he told a writer. “Why go through the humble bit? Look at Ted Williams–straight ahead, no tipping of his cap when he belted one out of the ball park. He knew the name of the game: Do your job. That’s all I do. I play my drums.”

Nostalgia della tecnologia.

Siamo tutti nostalgici degli oggetti del passato (soprattutto quelli tecnologici, ma non solo).
Avere in casa un vecchio telefono a gettoni — o, più semplicemente, una sua t-shirt celebrativa, non è più solo un affare da hipster. Secondo Emma Brockes

parte di questa nostalgia ci viene dal chiaro ricordo di quando la tecnologia non era più complicata del pulsante on/off o di una sveglia. Viviamo in un mondo dove Apple tiene dei corsi su come devi usare il tuo telefono, così la semplicità di un tempo ci appare come una cosa buona: si possedeva un apparecchio che non era, e mai sarebbe stato, misterioso per il novanta percento.

Di tutti questi oggetti che ci affascinano, alcuni hanno su di noi una presa ancora più forte. Continua a leggere

Spinnin’ ‘round

Il mercato dei dischi in vinile è in piena espansione. Si stampano sempre più supporti, ma negli stessi impianti. Questo causa non solo degli evidenti problemi nei tempi di consegna, ma anche nello sfruttamento (e conseguente riparazione) dei costosissimi macchinari che stampano i dischi. Spiega a Mark Guarino del Washington Post Matt Early, titolare della pressing plant Gotta Groove Records di Cleveland:

The six presses that make his records at Gotta Groove Records in Cleveland are more than 40 years old, which means extra shifts and increased production is a recipe for potential disaster, especially when orders are lined up for months.

“It keeps me up at night,” he says. “My biggest worry is what is going to break when, not if it will break. Everything breaks.”

So Early prepares by budgeting heavily, which he says is just the reality of operating a record-pressing plant. His is one of only about a dozen or so left in the United States that face similar challenges. Despite the increased public demand for vinyl records, spanning mass reissue campaigns of premium-quality vinyl by classic bands such as Pink Floyd to small seven-inch runs by local bands to sell at gigs, press operators say that profit margins are narrowing because of the increasedcosts involved in locating, refurbishing, installing, operating, and ultimately repairing machines that are no longer made but are pushed harder and faster than they were in their heyday.

(foto via Flickr)

(H)Ello.

Ello è il social network che negli ultimi 3-4 giorni sta sulla bocca di tutti. I suoi ideatori, nel manifesto, promettono un’esperienza completamente diversa rispetto alle altre piattaforme social, dove loro dire:

every post you share, every friend you make and every link you follow is tracked, recorded and converted into data. Advertisers buy your data so they can show you more ads. You are the product that’s bought and sold.

Se siete indecisi se iscrivervi o meno, Jess Zimmermann sul Guardian prova a schiarirvi le idee:

Right now, people are getting on Ello because their friends are there, or they want to see if their friends are there. Everyone’s feed is “you followed x” and “x followed you” and no real interaction, because interaction isn’t the point. This is orientation week. We’re saying hi and putting up posters and labeling the dividers in our three-ring binders because this year, this time, it’s going to be better. There’s nothing inherently better about the new year or the new classes or the new binders. But they’re exciting because we don’t know yet how they’ll fail.

Ello will not be successful, in the long run. But if it appears successful in these early days, that’s not a referendum on the service itself; it’s a referendum on how disillusioned we are with the options we have right now. Entrenched social networks like Twitter and Facebook would do well to pay attention, because they’re the ships we’re trying to abandon. Sure, they could sit smugly and say “you’ll be back”, and we will – most of us will never actually leave. But this is also a good opportunity for the big guys to figure out why a chunk of their userbase has such a wandering eye.

I want it all (and I want it now).

La professoressa Gillian Turnbull (che, tra le altre cose, insegna Popular Music alla Ryerson University), lamenta che gli studenti del suo corso non hanno più idea di cosa sia un genere musicale. Spiega così il motivo:

At the moment, it seems there are two phenomena colluding in the erasure of genre. For one, ignorance of the context surrounding music of previous generations means that young listeners don’t understand the emergence of genres in the first place. What made blues rock different from psychedelic rock? Why did progressive country form in Austin, away from the countrypolitan scene of Nashville? When the original context of those genres is missing, a full understanding of their musical subtleties—and by extension, their social identities—vanishes too. While the young generation no longer scoffs at its parents’ music (after all, these are the parents who were listening to Black Sabbath and Blondie in their teen years), it’s more that it doesn’t particularly care about the past. Teens in the 1980s were endlessly reminded of the social importance of the ’50s and ’60s, whereas it’s less common to see the 1980s touted as important in shaping modern life and attitudes. Combine that with a growing immigrant population across North America (many of my students are first- or second-generation Canadians whose parents didn’t listen to The Clash in their youth) and music of the past—no matter how popular—is firmly locked in that past and ignored by many of the young listeners I’ve encountered.

A second and paradoxical phenomenon contributing to the disappearance of genre stems from how as a culture we document every part of the creative process, the final product, and then memorialize that product long after its release. Shows like Classic Albums and book series like Bloomsbury’s 33 1/3 let us narrate and relive great moments in pop music, but they are nonetheless divorced from the essential socio-historical factors that influenced people’s preferences at the time. Young listeners’ understanding of these artists is devoid of the genre-derived—and era-specific—cultural baggage, so it’s okay to like The Sex Pistols and Yes and Donna Summer, because they are no longer markers of incompatible tastes or lifestyles.

Le nuove generazioni, tra le quali i suoi studenti, sembrano essere vittime di quello che la critica definisce in modo negativo come «nozionismo»: si conosce tutto di un artista, ma ad un livello solo biografico-aneddotico; niente contesto, niente storia.

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Eccezione culturale?

Rispondendo al lettore Gianni Colombo, che dalla rubrica delle lettere lamentava un utilizzo troppo frequente di termini inglesi che pure possiedono un loro equivalente in italiano negli articoli dei giornali («trend», «brand», «performance» ecc), Sergio Romano sul Corriere della Sera 27.09.2014, p.55] scrive che

i giornali devono difendere il buon uso della lingua nazionale, ma sono i cronisti della società contemporanea e non possono ignorarne l’evoluzione.

Poi compie un excursus sulle lingue che, nel tempo, hanno avuto la funzione di essere lingue del mondo:

Per molto tempo è stata il latino, ma dal XVII secolo ai giorni nostri la lingua veicolare è quella del Paese che esercita sul continente una sorta di egemonia politica e culturale: il francese dal Seicento all’Ottocento, l’inglese delle isole britanniche sino alla Seconda guerra mondiale e l’inglese degli Stati Uniti sino ai nostri giorni.

Con buona pace, dunque, del Globish vantato da Matteo Renzi, è la lingua degli Stati Uniti («motore della modernizzazione», scrive Romano) ad essere la nostra lingua globale. Quanto all’abuso di termini inglesi sui giornali, l’ex Ambasciatore italiano a Mosca conclude:

È vero, caro Colombo, che quasi tutte le parole inglesi citate nella sua lettera hanno un equivalente italiano. Ma le parole possono avere significati diversi a seconda del contesto in cui vengono usate e la traduzione letterale, in molti casi, non trasmetterebbe il nuovo significato che la parola ha acquistato nell’uso inglese o americano. Questo fenomeno è troppo importante perché un grande giornale possa ignorarlo. Non sarebbe lo specchio dei tempi.

(foto via Flickr)

Un disco per il weekend.

Il disco del weekend, per quanto mi riguarda, è la compilation celebrativa dei 25 anni della Real World Records: Real World 25. Uscirà ufficialmente il prossimo lunedì, io che l’avevo pre-ordinata lo scorso giugno l’ho ricevuta ieri pomeriggio. Qui sotto il video-trailer che presenta l’operazione.

Suddiviso su tre dischi, il cofanetto ripercorre le tappe più significative di questa etichetta fondata da Peter Gabriel nel 1989, partendo dalla sua passione per le musiche del mondo e da quanto aveva capitalizzato con l’esperienza del Womad. Il primo disco contiene i classici, il secondo i brani da riscoprire e il terzo i preferiti dai fan dell’etichetta, interpellati prima dell’operazione attraverso il sito internet.

Si è discusso spesso di cosa rappresenti la Real World nell’economia musicale. In molti, e talvolta anche il sottoscritto, hanno criticato la visione troppo occidentale che dava della musica del mondo: una scelta estetica e, soprattutto, sonora, che faceva apparire la musica di territori lontana come se fosse filtrata per essere resa appetibile ad un pubblico occidentale. Come, insomma, se il pubblico occidentale fosse il centro del mondo di cui la Real World voleva fornire delle diapositive audio. Le critiche nulla tolgono al fatto che, nell’arco di 25 anni, il catalogo della Real World abbia avuto il merito di portare a conoscenza degli appassionati di musica dei suoni che altrimenti non sarebbero stati disponibili al grande pubblico. Del resto, se si parla di «World music» così come la conosciamo oggi, è anche merito di Peter Gabriel e della sua etichetta. L’input per la sua fondazione, nelle parole dello stesso Gabriel contenute nel video qui sopra, è descritta così:

Stavo ascoltando la radio a onde corte in un villaggio a circa 7 miglia da qui. Quando scese la notte improvvisamente si ricevevano tutte queste stazioni che di giorno non si sentivano. Era abbastanza misterioso e intrigante per me. E mi trovai così ad esplorare tutti questi tipi di suoni, rumori e musiche strane.

Se Real World 25 rappresenta un ottimo inizio per approcciare l’etichetta, un altro (eccellente) viatico è questa playlist, che documenta la Real World Recording Week del 1991: i fantastici studi situati nella campagna dello Wiltshire vennero aperti per una settimana ad 75 musicisti e produttori provenienti da oltre 20 nazioni diverse.

Mandami una e-mail.

A costo di sembrare noioso, accolgo l’ironico suggerimento di Swissmiss per ribadire che un buon modo per avere una mail ignorata dal sottoscritto è quello di allegare una gif animata. Sono da tempo un sostenitore delle e-mail, proprio perché intrinsicamente differenti da tutto il resto delle comunicazioni facilitate (Facebook, Twitter, SMS/Whatsapp) che avvengono in rete. Del resto, che il mezzo sia il messaggio non me lo sono certo inventato io. E allora a me piace ricevere — e dunque inviare — e-mail che abbiano una forma. Che non contengano le kappa al posto delle cì, che limitino al minimo (possibilmente tendendo allo zero) l’uso di emoticon (sia grafiche che con i soli caratteri). Del resto ho installato Facebook Messenger da poco, se uno che ha la mia mail mi scrive una finta mail su Fb ottiene un livello di certezza di essere ignorato vicino all’80%, detesto i gruppi su Whatsapp dove il livello della conversazione trasecola nel giro di due-tre messaggi.

Per tutto questo c’è il venerdì sera al pub: e rientra in quel tipo di attività sociali che, dicono, sono uccise dai social network.

Esperienze di lettura educate.

Scrive un lettore ad Andrew Sullivan:

[T]he reason I want to write you most of all, is I’m amazed at how much more I read the Dish compared to other websites I enjoy (Vox, Slate, Salon, Mother Jones). Do you know why I read the Dish more? It’s not because I don’t want to read articles on those sites. I’m not too turned off by the tone of stupid articles that occasionally appear (all publications have articles I find stupid).

No, it’s because of their god damned ADS! I could deal with banner ads. I could deal with rollovers that cover the entire screen until I hit “X” and push the ad back to the top of the page. But now, every single one of those sites runs video ads that launch when you open the site. In the side of the page, a video plays. Guess what happens next? My fucking Internet browser freezes or crashes. As much as I want to read these sites, the people running the sites are making it impossible for me to do so. So impossible, in fact, I find myself reading them less and less.

I work in digital ad sales. User experience matters to us at our site. You know what website has the best interface that I can hang out on all day? It’s the Dish of course. Thank you for being ad-free.

Il che mi sembra dirla lunga non tanto sull’etica del piazzare annunci pubblicitari — The Dish non ne ha, vive della forze degli abbonati e, per una minima parte, dei link sponsorizzati; ma per quanto mi riguarda non vedo problemi in qualche AdSense — quanto su quella di rendere l’esperienza di lettura la migliore possibile. Forse che sia l’unica cosa che davvero conti per il lettore, anche nelle considerazioni che questo fa sul pagare o meno per fruire di un contenuto? Può essere che mi sbagli. Ma forse si sbaglia anche chi non sopporta di essere continuamente interrotto da: video che si aprono su tutto lo schermo, filmati che partono in automatico con l’audio sparato ad alto volume, pubblicità che non si possono spegnere prima di un certo periodo di tempo, contenuti inseriti in cornici pubblicitarie di automobili.