Archivio mensile:Luglio 2014

Oxfordiana.

Se fossi a Oxford fino al 31 agosto saprei già dove passerei una mezza giornata:

In una recensione della mostra, in verità positiva solo un po’, Laura Cumming ha scritto:

She writes words on walls. We read them. That’s it. This has been Barbara Kruger’s laconic way of working for more than 40 years, and it has brought her international fame. Her art is terse, assertive, argumentative, pithy and always directed straight at your face.

 

Tre cinesi che leggono.

Tutte le mattine alla fermata dell’autobus che prendo per andare in ufficio c’è una famiglia cinese. Non è strano che in quella zona di Milano ci siano cinesi; in molti, infatti, prendono i mezzi proprio da quello slargo per recarsi in via Paolo Sarpi, la zona di Milano nota come Chinatown.

La cosa strana è che questi tre cinesi — una madre e due figli in età compresa tra le scuole elementari e le medie — sono molto atipici. O almeno così mi sembrano. Prima di tutto sorridono. Non che i cinesi non sorridano. Solo, a me viene già difficile immaginare una tavolata di cinesi che si spanciano dal ridere tra di loro. Figuriamoci con chi non conoscono. Mentre i tre cinesi che prendono l’autobus tutte le mattine sorridono anche a te che passi e chiedi permesso. O ti sposti perché sono infastiditi — ma non te lo direbbero mai — dal fumo della tua sigaretta. Anche in questo mi sembrano tre cinesi atipici: io i cinesi li immagino tutti che fumano, moltissimo. Sarà anche un mio pregiudizio, ma quando li vedo arrivare in posta con tutti quei pacchi pesantissimi e impiegano mezza giornata a far capire all’impiegato postale (mal disposto a capire) dove devono essere spediti, ecco quando li vedo arrivare hanno sempre la sigaretta in bocca. Hanno le dita da fumatori incalliti.

Un’altra cosa strana dei tre cinesi che prendono l’autobus con me è che leggono. Tolta la madre, che però non distoglie mai lo sguardo da loro, i due ragazzini hanno gli occhi incollati su un giornale. Non sullo smartphone, come tutti gli altri cinesi (ma anche italiani) che mi capita di osservare. Su un giornale di quelli di carta. Su un free press. E lo leggono avidamente, tutto, non solo le pagine sportive alle quali uno pensa siano più interessati. Leggono della politica italiana, della cronaca italiana. Non si fanno un’idea precisa, certo. Probabilmente non gliene frega nulla di farsi un’idea precisa. Però leggono, s’informano. Ad essere cattivi si potrebbe persino fare un paragone con quanti italiani — presumibilmente più interessati alle vicende politiche interne — s’informano. E temo che il risultato, se tutti i cinesi fossero come quei tre cinesi, sarebbe impietoso.

All’Università il professore di linguistica ci diceva che i giornali free press — all’epoca in pieno boom di pubblicazione — svolgevano per gli stranieri lo stesso compito che la televisione di Mike Bongiorno aveva svolto per gli italiani. Cioè insegnavano loro la lingua italiana. A me sembrava un’esagerazione, e immaginavo orde di stranieri che parlavano un linguaggio stringato e assurdo da sentire, pieno di sensazionalismo e senza verbi. Solo frasi nominali, come il 90% dei titoli di Leggo e Metro.

Non so come parlino l’italiano i due ragazzini cinesi e la loro madre. So solo che se ne stanno lì, con il loro zaino delle tartarughe ninja in spalla, e stringono forte il loro giornale quando l’autobus troppo pieno li costringe ad interrompere la lettura per la mancanza di spazio. Probabilmente frequentano qualche campo estivo, dove un’insegnante si preoccupa che facciano i compiti delle vacanze e che trascorrano in pace questo pezzetto d’estate che tarda ad arrivare per tutti.

Mi piace immaginare che, ad un certo punto, uno dei due ragazzini alzerà la mano e chiederà alla maestra perché tutti i giorni deve assistere ad una tiritera — non dirà così, userà termini più consoni — sulla legge elettorale. E penserà che se lui tutti i giorni vuole interessarsi al paese in cui sta vivendo, è un peccato che gli italiani se ne stiano lì incollati sullo schermo dello smartphone a messaggiare.

(immagine: Walter Carni’, Ritraggo persone che leggono, Ritratto, Tecnica mista, Tavola / Legno, 122x122x3cm, 2008)

Prestare i libri (a pagamento)

Negli Stati Uniti Amazon ha lanciato Kindle Unlimited, il servizio in abbonamento grazie al quale gli iscritti possono prendere in prestito ebook dal più grande rivenditore mondiale. Il servizio, annunciato forse per sbaglio e forse no la settimana scorsa, ha debuttato ufficialmente il 18 luglio. Ed è subito stato paragonato a Spotify.

In effetti sono molte le similitudini con i servizi di streaming musicale: si paga una fee mensile e si ascolta (si legge, in questo caso) quanto si vuole. Finora nessuno aveva mai pensato di applicare questo concetto al noleggio digitale di libri. Men che meno Amazon, il quale non aveva reso capillarmente disponibile nemmeno il più semplice scambio temporaneo di ebook tra utenti.

(Apro e chiudo subito una parentesi. Il concetto di «prestito digitale» è spinoso. Come noto, infatti, anche l’acquisto di file audio su iTunes non è molto diverso da un prestito: i file sono concessi in licenza per l’ascolto, ma chi li ha acquistati di fatto non li possiede; quando invece compro un compact disc, pur con tutte le limitazioni legislative sul suo utilizzo, questo rimane mio: lo posso rivendere, ad esempio).

Con i dischi non eravamo più abituati al noleggio. Una ventina di anni fa alcune videoteche avevano pensato di allargare il business aprendo al prestito dei compact disc. Poi, complice la solita tiritera sulla pirateria, la pratica è stata vietata e di fatto è riservata solo alle biblioteche (dove però, sempre più spesso, li si può ascoltare solo in loco). Per questo quando sono esplosi i servizi di streaming musicale a pagamento non ci è sembrato strano pagare per ascoltare e basta un disco. Esiste anche un aspetto che riguarda la fruizione: per quanto possa appassionarmi, difficilmente rileggerò un libro (o tutto il libro) immediatamente dopo averlo finito — cosa, questa, che con la musica capita più spesso: vuoi per un maggior appagamento fisico, vuoi perché i tempi e le modalità stessi della fruizione sono differenti.

Traslare questo discorso sui libri è un po’ diverso. Tutti noi abbiamo, o abbiamo avuto, consuetudine con le biblioteche pubbliche. Luoghi sacri nei quali vai e noleggi («prendi a prestito», secondo un’espressione con meno implicazioni commerciali) tutti i titoli che i regolamenti di ciascuna biblioteca ti permettono di noleggiare. Quello che fa Kindle Unlimited è più o meno la stessa cosa: affitti fino ad un massimo di 10 libri per volta da un catalogo disponibile e li tieni salvati sul device fino a quando non li hai letti (o abbandonati: non c’è in questo caso un bibliotecario che ti guarda storto se gli riconsegni un tomo di 3 mila pagine dopo soli due giorni). Con una piccola differenza: le biblioteche pubbliche sono gratuite, Kindle Unlimited no.

Potrebbe sembraree una differenza di poco conto. In effetti 9 dollari e 99 (che in Europa diventeranno automaticamente 9 euro e 99 quando il servizio sarà disponibile) non è di certo un prezzo proibitivo per un lettore forte (diciamo tre libri al mese). In più c’è il fatto che con Kindle Unlimited non ti muovi di casa. Non devi, cioè, affrontare il sole/la pioggia/la neve per recarti in biblioteca e prendere in prestito i libri. Si potrebbe — per semplificare e tacere il complicatissimo discorso di licenze con gli editori che c’è dietro — dire che si paga la comodità.

Più o meno, però. Perché Kindle Unlimited potrebbe introdurre un modello in grado di scardinare quello esistente di libro a prestito, facendo diventare una questione commerciale ciò che finora è stato un modello culturale e/o filantropico. Non è un discorso contro il commercio e il profitto il mio. È un dato di fatto. Con i libri siamo semplicemente davanti a due opzioni: o lo acquisto o lo prendo in biblioteca. C’è anche la terza via del «lo scarico gratis», ma non la prendo in considerazione per due motivi: a) mi metto dalla parte di chi vuole fare le cose per bene e b) leggere i libri scaricati si rivela spesso un inferno di formattazioni impazzite, di tre righe vuote ogni due di testo, di accenti ballerini e caratteri strani che vanno a rovinare l’esperienza di lettura molto più di quanto un mp3 rovini l’esperienza dell’ascolto in un ascoltatore medio in metropolitana nell’ora di punta.

Come fa efficacemente notare («Kindle Unlimited, seriamente, vai a farti fottere!») Maria Bustillos in un pezzo su The Awl:

It shouldn’t cost a thing to borrow a book, Amazon, you foul, horrible, profiteering enemies of civilization. For a monthly cost of zero dollars, it is possible to read six million e-texts at the Open Library, right now. On a Kindle, or any other tablet or screen thing. You can borrow up to five titles for two weeks at no cost, and read them in-browser or in any of several other formats (not all titles are supported in all formats, but most offer at least a couple): PDF, .mobi, Kindle or ePub (you’ll need to download the Bluefire Reader—for free—in order to read ePub format on Kindle.) I currently have on loan Alan Moore’s Watchmen, Original Sin by P.D. James, and The Dead Zone by Stephen King.

Al netto del sottinteso un po’ cultural-snob, il discorso regge. In Italia ancora non siamo abituati, ma negli Stati Uniti  esistono circuiti di biblioteche pubbliche che permettono il prestito di ebook a distanza (per esempio sul circuito OverDrive). Che mi sembra un buon punto di partenza, per Davide, per provare ad andare contro Golia. Perdendo con dignità, almeno.

Fare il sito del Corriere, in inglese.

In quella specie di bacheca di Pinterest che è il sito del Corriere della Sera capita spesso di trovare notizie ridicole. Una volta c’era il famoso colonnino destro a contenerle tutte: ed erano quasi sempre notizie pruriginose. Poi è arrivato il cosiddetto «boxino morboso», che era la stessa notizia pruriginosa di prima cui veniva concesso uno spazio di maggior rilievo.

Ora, col restyling di qualche mese fa e complice il concetto di notizia ridicola nel frattempo traslatosi verso la vera e propria inutilità, vale un po’ tutto. Come ad esempio mettere in pagina — tra le notizie sul conflitto arabo-israeliano e lo spostamento della Costa Concordia — la fotografia di un cartello nel centro di Bologna. Dove qualche negoziante voleva scrivere, in inglese, che la strada è chiusa al traffico per lavori ma i negozi sono aperti.

cds

Il fatto che il puntiglioso giornalista del Corriere abbia notato il veniale strafalcione, con ogni probabilità prima di qualunque altro turista, la dice lunga sulle gerarchie nella costruzione di una home page.

Quella volta che Gianfranco Funari diresse un giornale.

Vent’anni fa. Era il 6 luglio del 1994 quando Gianfranco Funari varcava l’ingresso di un palazzone in Via Valcava 6 a Milano. L’edificio, che oggi è una delle sedi di Fastweb, allora ospitava il quotidiano l’Indipendente. L’editore Andrea Zanussi aveva nominato Funari direttore editoriale del giornale per cercare di risollevare le vendite e superare la crisi d’identità che aveva colpito la testata. Peccato che il popolare conduttore non avesse firmato alcun contratto, come si scoprì dopo pochi mesi. Nel dicembre 2005, intervistato da Paolo Bonolis nella trasmissione televisiva Il Senso della vita, dirà: «Provai a salvare l’Indipendente anche perché era mio». Continua a leggere

Forse è già mattino e non lo so.

diana est

(Al lettore: mi trascino questo scritto da anni. È stato pubblicato una prima volta su una vecchissima versione di questo blog (nel 2006) e poi su un sito che dirigevo (2013). Lo ripropongo ancora, perché oggi sistemando i miei dischi dopo un trasloco sono saltati fuori i tre 45 giri in questione.)

Il contatore del mio iTunes è spietato. Cercando «Diana Est» — l’artista della quale oggi vorrei scrivere — segnala impietosamente questo tempo: 22,2 minuti.

Il fatto è che la carriera discografica di Diana Est, se si escludono i remix, dura esattamente tanto (cioè poco). Circa venti minuti compressi nello spazio di tre 45 giri. Tre singoli ufficiali ai quali vanno aggiunte le relative b-side. Ma vale la pena raccontarli. Perché Diana Est non è stata solo una delle tante icone e/o meteore che hanno affollato il pop italiano negli anni ’80. Non era la cantante di un Gruppo Italiano qualsiasi. Non si è dovuta reinventare una carriera di disco-singer e fashionist per prolungare il riverbero della sua onda. Con soli tre singoli ha lasciato una scia ancora ben visibile nel mare magnum di quella che  viene pigramente ricordata come Italo Disco.
Tre 45 giri e poi è sparita, trincerata dietro un mistero che ancora oggi — a distanza di 29 anni da Diamanti, l’ultimo dei tre singoli — migliaia di fan sparsi per l’Italia cercano di penetrare alla ricerca di una notizia, di uno scoop, di un pezzo raro. Inutile dire che è praticamente impossibile trovare anche una sola di queste cose; così come di dubbia verità — ma di sicuro dubbio gusto — sono quei rari «io la conosco» e «io so» che spuntano ogni tanto in rete. L’ultima volta che ha voluto far avere una sua notizia, una sua dichiarazione, è stato il 24 gennaio 2004. Intervistata da Radio Popolare, ripercorse la sua carriera ma rifiutandosi — e, pare, «categoricamente» — anche solo di canticchiare il refrain di uno dei suoi vecchi pezzi (inutile scrivere all’emittente milanese: sembra che tutto l’archivio antecedente il 2005 sia irrecuperabile). D’altronde sono rimasti lettera morta anche gli inviti ai vari Meteore, Cocktail d’Amore e trasmissioni di recupero assortito degli anni ‘80.

Dicono che oggi Diana Est restauri mobili. Dicono. La si vorrebbe residente a Milano, ma una delle portinerie di cui è piena l’Internet alimenta confusione anche in questo senso — e non si capisce se la si debba prendere, questa confusione, come una faccenda seria o lasciarla lì, tra il detto e non detto, tra lo verità e la burla.Trascrivo dal forum del sito Gay.it: «I milanesi la vogliono nei dintorni di Milano; quelli friulani, rientrata nella terra d’origine; i bresciani nella Franciacorta; altri ancora in Svizzera, Sardegna, trasferita all’estero». Tutti la vogliono, Diana Est. Che oggi è semplicemente la signora Cristina Barbieri, così come sta scritto sulla sua carta d’identità.

Nipote di quel Mario Lavezzi che tanto ha dato alla musica italiana, Diana Est è apparsa per la prima volta in televisione all’età di 17 anni. Era la corista di Ivan Cattaneo nella trasmissione Rai Mister Fantasy. Da lì l’ascesa: incontra il produttore Nicola Ticozzi e con Tenax (Dischi Ricordi, 1982, autori Enrico Ruggeri e Stefano Previsti) è subito trionfo. Pulsante (italo) Disco con basso live e una spruzzata di post-moderno («Un modo di vivere e di pensare. In breve, il compito dei postmoderni è quello di recuperare il passato» dirà la Est in un’intervista dell’epoca). Il testo ha lasciato un paio di frasi brillanti e, a loro modo, decadenti (“Val la pena vivere solo dalle 11” e “Forse è già mattino e non lo so”, quest’ultima impressa anche sui muri che conducono all’interno del Cocoricò di Riccione). Il ritornello che cita Seneca (“Sed modo senectus morbus est / carmen vitae immoderatae hic est / Tenax / Tena-Tenax”) non si sa se ascriverlo agli studi classici della Barbieri o se a quelli del paroliere Ruggeri. Sul lato B l’ancora più pura e disincantata Notte senza pietà, che ogni tanto fa capolino ancora oggi nelle serate goth o in quelle dedicate al titillare la nostalgia Eighties.

Il successo di Tenax viene bissato l’anno successivo con il singolo Le Louvre / Marmo di città (Dischi Ricordi, 1984), sempre firmato dal duo Previsti-Ruggeri. Questa volta la Est canta che «per molti secoli / quei nobili / sono rimasti nascosti sempre immobili / con una voglia intensa / di entrare nei bistrot» in omaggio al museo parigino. Altro successo, altri Festivalbar (1983, vinse Vasco Rossi ma insieme alla Est c’erano Scialpi e Gaznevada in piena transizione dal punk a I.C. Love Affair), altri concorsi, altri premi. E la leggenda che cresce a dismisura. L’aspettano al varco dell’LP, ma qualcosa inizia a non funzionare. Si rompe il sodalizio con Enrico Ruggeri (voci che arrivano sempre dalla rete dicono che tuttora fra i due non corra buon sangue) e il singolo Diamanti / Pekino (Dischi Ricordi, 1984) presenta un netto cambio di rotta. Iniziando dagli autori (Avocadro – Ameli per Diamanti ai quali si aggiunge anche Fasolino per Pekino) per arrivare alla musica. Partita da una ballabile disco con mood dark, ora Diana Est sembra aver preso come modello vocale Antonella Ruggero e Diamanti suona esattamente come avrebbero suonato i Matia Bazar di Tango se solo fossero stati più innocenti.

Dopodiché la storia s’interrompe bruscamente, senza preavviso. I motivi del ritiro con ogni probabilità li conosce solamente lei, la signora Barbieri. Il suo produttore di allora, Nicola Ticozzi, ha affermato che Diana Est «aveva perso interesse. Aveva la testa altrove».Mentre Tony Carrasco (autore dei remix di Le Louvre e Tenax, oltre che di almeno un milione di altri brani) conferma la tesi che la vorrebbe restauratrice di mobili: «Stefano Previsti è morto. La ragazza è ancora viva oggi, però non fa più queste cose qua. È mamma. So che fa queste cose qua (la restauratrice di mobili, appunto, ndr), mi sembra che vive tranquillamente, una vita abbastanza tranquilla». Nemmeno Carrasco conosce i motivi dell’improvvisa fuga dal mondo della musica: «Cristina e Nicola sono partiti con i primi due singoli, poi lei non aveva più voglia e infatti ha fatto un po’ impazzire Nicola che voleva fare un album. Dal terzo singolo lei era già da un’altra parte». Già: un’altra parte. Pare che quella volta, a Radio Popolare, non spese parole rispettose nei confronti del music business dell’epoca.

Diana Est è stata una breve ed intensa cometa. Col suo look che rappresentava un perfetto ponte tra il passato e il futuro, il suo carré asimmetrico in testa, la sua eleganza e la sua maestria nei movimenti. La cosa più tangibile che ci è rimasta, oltre alla musica, è un articolo che il giornalista, scrittore e autore televisivo Matteo B. Bianchi le ha dedicato su Max nell’agosto del 2002. Il contenuto è verosimile, ma ci piace pensare che tenda più alla realtà che alla fantasia.

Scopro dopo anni, rimettendo mano al pezzo, che c’è una novità: sono spuntati su Youtube alcuni video di esibizioni recentissime di Diana Est. Segno che la nostra, ogni tanto, esce dal buio e regala ancora un po’ di luce.

I Calibro 35 svecchiano la musica di Radio 1 Rai.

In Italia abbiamo una lunga tradizione di library music composta espressamente per la radio pubblica. In verità, abbiamo una lunga tradizione di vari tipi di musiche, non solo sigle stacchi e jingles, composte unicamente per la radio pubblica. Basti pensare a quello che è stato lo Studio Di Fonologia della Rai: un laboratorio musicale messo in piedi da Luciano Berio e Bruno Maderna per produrre le musiche radiofoniche (ma non solo) che tutto il mondo ci invidiava — sia le musiche che il laboratorio.

Erano anni che gli spazi fissi di Radio 1 Rai venivano annunciati dalle stesse musiche, ma a partire da questa mattina c’è stato un restyling non indifferente. I Calibro 35 sono infatti gli autori e interpreti delle nuove sigle introduttive e delle musiche di sottofondo del Gr, di Onda Verde, del meteo e dello sport. Uno svecchiamento della radio italiana ben interpretato dalle parole del direttore Flavio Mucciante:

«Il classico suono dell’arpa lascia il posto alla perfetta fusione di jazz, rock e funk con un gusto del vintage Rai, rivisitato in chiave contemporanea»

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Ed è proprio quel «gusto del vintage Rai» a non mancare nelle nuove musiche: i Calibro 35, da grandi appassionati della library music e delle colonne sonore italiane degli anni ’70, non si sono fatti prendere la mano nello stravolgere il significato di quelle sottolineature musicali, ed hanno prodotto stacchi come se ne sarebbero dovuti sentire già da 30 anni, senza per questo suonare vecchi, o stantii, o posticciamente in stile. Ed essendo al contempo molto istituzionali, come deve convenirsi per il primo canale della radio pubblica.

Bello ogni tanto poter scrivere qualcosa di positivo verso la Rai. Sarebbe altrettanto bello sperare che questo sia solo il primo passo verso uno svecchiamento — e un innalzamento di qualità — in grande stile. Ma non ci facciamo troppe illusioni.

Tra l’altro, queste nuove musiche dei Calibro 35 le potete anche scaricare — in free download come si dice nell’ambiente — a partire da oggi e per una settimana soltanto dal loro Bandcamp ufficiale.

Per prevenire ogni accusa di marchetta: sì, lavoro nella casa discografica che ha dato alle stampe Traditori di Tutti dei C35. Ma non mi sarebbe costato nulla non scrivere nemmeno una riga da queste parti se non avessi ritenuto l’operazione interessante e degna di nota.

A me piacevano i Counting Crows.

Sebbene proprio per un pelo non possa essere anagraficamente annoverato tra gli appartenenti alla Generazione X, a me i Counting Crows piacciono lo stesso. Lo so, ci sono due obiezioni che mi possono essere agilmente mosse da qui in avanti. La prima, come diamine fanno a piacermi i Counting Crows. La seconda, mica solo a quelli della Generazione X piacciono i Counting Crows.

Sulla seconda nulla da dire, in effetti. Se ci sono ragazzini cui ancora piacciono i Doors — per citare un esempio già inascoltabile durante la Summer Of Love di San Francisco — è proprio vero che la musica è un fatto intra-generazionale, o forse meglio extra-generazionale. Nonostante poi arrivi quello col ditino alzato a dirci che no, non avendo vissuto certi periodi non possiamo comprenderli fino in fondo (ma è peccato veniale nel quale prima o poi ci caschiamo tutti). Tra l’altro i fan dei Counting Crows sono una sottocategoria particolare tra gli appartenenti alla GX: non erano di quelli — molto più numerosi — che impazzivano per l’allora nascente grunge e ben descritti in quel capolavoro di Cameron Crowe e che, ancora oggi, piangono quando gli capita di ascoltare la doppietta Chloe Dancer – Crown Of Thorns. No, i fan dei Counting Crows erano i più perfettini, i più pulitini, i più secchioni: probabilmente fossero nati qualche anno prima avrebbero seguito i Genesis nella declinazione degli anni ’80, mentre ora sono colletti più o meno bianchi che ogni tanto si concedono lo svago.

La seconda obiezione non richiederebbe anch’essa molto da argomentare. De gustibus ecc ecc. Credo però sia conciliabile l’aspetto di ricerca con quello di svago. Ci sono momenti durante i quali mi piace — anzi, ho quasi un bisogno fisico — immergermi nei suoni prolungati di un trombone suonato al limite della soglia del silenzio; e altri momenti durante i quali mi piace — ma anche in questo caso parlerei di bisogno — svagarmi. Decidere cosa ascoltare seguendo unicamente l’impulso del mio mood del momento. I CC in questo sono ad esempio perfetti in quei giorni di inizio autunno, quando fuori inizia a fare freschetto e magari piove pure. In quei momenti il loro primo album (ad oggi l’unico che mi sentirei di consigliare nella collezione di dischi di un ascoltatore poco più che casuale) è perfetto: malinconico, agrodolce, sentimentale e anche un po’ da autocommiserazione. I Counting Crows mi hanno sempre dato l’impressione del gruppo perfetto per autocommiserarsi: e non c’è nulla di male, né nell’esserlo né nel farlo ogni tanto.

Il punto forte, uno dei punti forti, della loro musica sta nella voce di Adam Duritz. Una voce che non è bella e che spesso dal vivo ha lasciato a desiderare. Che canta in maniera sofferta anche se a volte giureresti che tutta quella sofferenza sia appiccicata un po’ così, posticcia e forzata. Però togli questa voce dalla loro musica e non ti rimane molto altro. Dei Counting Crows senza le lagne di Adam Duritz te ne fai poco.

Però c’è un limite a tutto. Anche a continuare a fare uscire dischi per inerzia, quando la vena creativa si è inaridita oltre misura e non resta molto oltre fare le tournée dove il disco più celebre viene suonato per intero — l’hanno già fatto questo i CC? Sì, e in un impeto di inutilità hanno dato alle stampe la relativa testimonianza.

Il limite, finora molto tollerante, si è definito in modo perfetto con la pubblicazione del nuovo singolo Palisades Park e relativo cortometraggio, che però in termini di durata musicale è persino peggio di un lungometraggio a 5 tempi. Siamo intorno ai 9 minuti di storiella da Generazione X alle prese con la crisi di mezza età (e vedete che per mio tornaconto personale l’iscrivo nella categoria?), con annessa lagna di Duritz, infinita e straziante ma non nel senso in cui lo è stata altre volte.

Forse è il caso di aggiornare i gusti, prima di farli diventare luogo comune. A me piacevano i Counting Crows.

La calamita tra due bacini

Stavo noiosamente facendo zapping in televisione quando mi sono imbattutto in un canale locale. Di quelli come ce ne sono in tutte le regioni d’Italia e che mandano in onda orchestre di ballo liscio che si esibiscono nelle piazze d’Italia. Non ho idea di che orchestra fosse quella che mi si palesava davanti, ma ha subito catturato la mia attenzione. Non c’entra il fatto che la mia attenzione venga catturata da qualsiasi cosa produca un suono. C’entra il fatto, forse, che questa orchestra era insolita, almeno rispetto a quello che è il cliché delle orchestre di ballo liscio che, col tempo, si è formato nella mia testa. Sono rimasto con gli occhi incollati al televisore per una buona mezzora. Stavo lì, inebetito, e intorno a me poteva scoppiare una guerra mondiale che non me ne sarei accorto.

Questa orchestra non si limitava ad eseguire il canonico repertorio del liscio. Alternava, piuttosto, pezzi di propria produzione con arrangamenti strizzanti l’occhio alla tradizione del ballo in piazza, a medley di brani italiani famosi. C’è stato un blocco interamente dedicato ad Eros Ramazzotti e giurerei che prima e dopo altri erano gli artisti omaggiati. Si presentavano sul palco in 10, così suddivisi: due tastieristi (di cui uno, quello che in gergo viene chiamato «il maestro» e cui solitamente viene intitolata l’orchestra, in posizione predominante sul palco rispetto a tutti gli altri); tre coristi all’occorrenza dotati anche di sax e tamburello, bellocci e incamiciati come i calciatori (e, come sempre più spesso accade, anche gli emuli dei calciatori) quando vengono paparazzati nei bagni di Forte dei Marmi in orario di aperitivo — mancava solo che facessero il gesto del surfista; un chitarrista, anonimo; un bassista, altrettanto anonimo; la cantante e leader de facto dell’orchestra; un co-cantante, quello che cantava i brani di Ramazzotti e, durante gli altri, faceva da entertainer incitando il pubblico; infine, un batterista: metallaro, nel senso che secondo me aveva un background alla Dream Theater o quelle cose lì, e che non perdeva l’occasione per dare sfoggio di tecnica rendendo la situazione surreale.

Il batterista era chiaramente il motivo per cui la mia attenzione era stata catturata. Tipico caso di persona sbagliata nel posto sbagliato. Sebbene l’orchestra suonasse davvero e non si limitasse a coglionare il pubblico con due basi midi, allo stesso tempo mi chiedevo cosa spingesse un musicista — o aspirante tale — dotato di una più che discreta tecnica, a sbarcare il lunario con le orchestre di liscio. Intendendo un motivo che andasse oltre quello noto ai più: e cioè che sbarcare il lunario con le orchestre di liscio fa, solitamente, fare un bel mucchietto di soldi.

Conclusa l’analisi, ho spostato la mia attenzione sul pubblico. Il pubblico era quello dei giovani di ieri, per non dire dell’altro ieri. Terza età, chi più e chi meno. Di quelli che, tutte le volte che si sparge la voce di un palco in paese, arrivano vestiti come alla comunione del nipote e si mettono ai bordi della piazza in attesa che parta un valzer, una mazurka, o anche solo una buona occasione per fare un trenino. A loro del dettaglio che sul palco ci sia la cover band degli Immortal frega pochissimo: ci provano sempre. Alla peggio avranno preso un cordiale e portato la moglie a braccetto da casa al palco (e ritorno) nel loro completo blé.

Nell’esibizione che mi aveva rapito al pubblico era però andata meglio: c’era da ballare. Almeno sulla carta, perché Ramazzotti sì Ramazzotti no, l’orchestra era di quelle che promettono balli; e che vengono scritturate dalle amministrazioni comunali proprio per far ballare. Quindi i giovanotti ballavano. Sempre, anche su Terra Promessa. E sempre con lo stesso passo di danza: una roba tipo valzer, molto discreta ma con molto contatto con il proprio partner. Il trenino o il ballo di gruppo che ogni tanto partivano sotto sollecito dell’entertainer di cui sopra, per loro era solo un inutile — nonché fastidioso — diversivo. Volevano quella specie di valzerino, quell’unico passo che conoscevano.

In quel momento, con il dito già pronto su un tasto del telecomando per porre fine a quel mio personalissimo inebetimento televisivo, ho realizzato tutto. La calamita tra due bacini — quella cosa per cui a 16 anni ci si struscia di brutto rischiando l’abrasione da blue jeans — non conosce età. Talvolta, nemmeno pudore.