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La questione della World music: Alan Lomax, Peter Gabriel (ma anche Toto Cutugno e Gigi D’Alessio).

La questione di cosa sia la world music è, da sempre, controversa anche tra gli addetti ai lavori.

Letteralmente è la «musica del mondo».

Ma letteralmente non ce la caviamo. Non solo perché — fino alla prova contraria della presenza di forme di vita extraterrestri — tutte le musiche sono musiche provenienti da qualche parte del mondo. Ma anche perché arriva conseguente la domanda: da quale parte di mondo?

Diciamolo ancora una volta, ché non fa mai male ripetere: la world music è un’invenzione occidentale. Di un occidente che non si è nemmeno messo troppo d’accordo con sé stesso (poi vedremo perché). Contiene all’interno della sua definizione tutti i tic dell’occidente, riassumibili nella seguente affermazione: consideriamo esotico, strano, proveniente dall’altra parte del mondo (tanto da scambiare quell’altra parte come il mondo, un altro mondo) tutto ciò che è stato prodotto al di fuori del diametro del nostro ombelico.

Quella che fino alla fine degli anni ‘70/inizio degli anni ‘80 era considerata come musica folk, o musica tradizionale delle tribù dell’Africa/delle valli del Nepal/delle campagna cinesi/della foresta amazzonica (i titoli delle compilation di Alan Lomax, suppergiù), dagli anni ’80 in poi è diventata la world music, senza che nessuno se ne accorgesse. Merito dell’ufficio marketing delle case discografiche, che ci propinarono questi suoni cucinati per le nostre orecchie di persone finalmente cosmopolite e ce li fecero trovare a portata di negozio di dischi.

lomax_india

Una parte grossa di questo successo, secondo me, ce l’ha anche Peter Gabriel. Da queste parti non mi sentirete mai parlare male di Peter Gabriel. Però la storia è storia e lui è stato tra i primi — e sicuramente tra i più famosi con la Real World e il Womad — a distribuire su larga scala i dischi di world music: esotismi spesso ben confezionati e contenenti gli enzimi per poterli digerire che hanno raggiunto moltissime persone. Intendiamoci: la promozione che fece di certe sonorità non fu solo una mossa furba; fu anche una mossa molto apprezzabile. Però quei dischi non erano (più) la musica del mondo. Erano la diapositiva della musica del mondo: bella, suggestiva, invidiabile quanto si vuole. Ma una rappresentazione della realtà, più che la realtà stessa. Una musica adattata, un po’ come sono adattati alla nazione in cui andranno in onda i dialoghi dei film.

C’è un altro disco citato spesso come esempio di World music: My life in the bush of ghosts di Brian Eno e David Byrne. In virtù di una sua indubbia eccentricità e del fatto che contiene registrazioni radiofoniche provenienti da ogni parte del mondo. Mlitbog è uno dei miei dischi preferiti di sempre, quindi capite bene quanto mi faccia male citarlo in questa sede come esempio negativo. Però tra i molti meriti che possiede, quello di contenere (cosa diversa dal, per esempio, veicolare) la musica del mondo, è il meno evidente se non proprio assente. A volte immagino il seguente contrappasso: nella Repubblica Democratica del Congo considerano My life un disco di world music perché dà la sensazione di trovarsi in mezzo ai led luminosi di Times Square. (Dal Congo arrivano, tra l’altro, Konono no.1, esempio genuino di musica centro-africana che è riuscita a superare i confini territoriali e ad imporsi, anche come influenza, sulle musiche occidentali).

MyLifeintheBushofGhosts

Ma sto divagando.

A me interessa, piuttosto, il criterio discografico di musica del mondo. Nel suo L’ascolto tabù (il Saggiatore, 2005) Franco Fabbri, uno che sui generi ha compiuto alcuni degli studi tra i più validi e interessanti partoriti dalla musicologa, racconta che l’etichetta — nata ufficialmente nel 1987 in seguito ad una campagna di marketing promossa dai discografici anglosassoni

ha subito raccolto tutto ciò che per gli anglosassoni non apparteneva alla corrente principale, al mainstream della popular music. (…) Il sostantivo aggettivato «world» ha cominciato a essere usato per indicare tutte le culture del mondo distanti dal centro. (…) Così è nata l’etichetta, per una categoria che ancora oggi ha contorni ambigui.

Fabbri cita anche un episodio curioso: a Palo Alto, nella sezione world music del locale negozio di dischi, aveva trovato in vendita Toto Cutugno

e d’altra parte non ave[vo] trovato, in World music. The rough guide (Rough guides, 1994), nemmeno una pagina che parlasse dell’Italia. Nelle edizioni successive (1999 e 2000) c’erano i cori sardi, la pizzica e Creuza de ma di De André, ma solo poche righe sulla canzone napoletana. Già, perché evidentemente secondo i curatori la canzone napoletana fa parte del mainstream della musica occidentale, quindi non sarebbe ‘altra’, quindi non sarebbe ‘world’.

Dunque certa musica italiana era vista come world music: un disco in dialetto genovese, per esempio; o la pizzica salentina. O Toto Cutugno (almeno nella centralissima Palo Alto), che però ha sempre fatto la canzonetta italiana (lo dico per comodità, non come giudizio). Una canzonetta che, per estrema semplificazione, poteva essere percepita come erede diretta della tradizione napoletana (non inclusa, incredibilmente, in uno dei più autorevoli volumi sulla world music).
Non sembra essere cambiato molto da allora. Oggi, in cima alla classifica Billboard degli album world troviamo Gigi D’Alessio:

dalessio_world music

Io non credo che in una classifica world statunitense — ma nemmeno tailandese, probabilmente — finirà mai Vasco Rossi (cito il primo, a caso): è italiano, come italiani sono Cutugno e D’Alessio, ma fa una musica che per quanto sia intrinsecamente italiana, non contiene gli elementi tipici della canzonetta italiana (scrivo così per farmi capire, non per dare giudizi). Del resto anche i Lacuna Coil sono italianissimi, ma nessuno negli Stati Uniti si sognerebbe di metterli in una classifica di world music in virtù del loro essere italiani.

L’unico dubbio che ancora mi rimane è: anche Gigi D’Alessio fa una musica che è sì italiana, ma non così tradizionalmente italiana come quella di Cutugno (o di Modugno e Claudio Villa prima di lui). Che c’entrasse l’insita napoletanità — più del personaggio che della sua musica, almeno ai giorni nostri — in questo corto-circuito? Certo non una napoletanità in quanto tale, ma in quanto, per la stessa semplificazione usata poco sopra, percepita come erede di una tradizione di canzonetta italiana che, soprattutto all’estero, è riconducibile a certe zone del meridione piuttosto che ad altre del settentrione.


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  • Real World 25 | Gia.Mai

    […] music. Oppure: visione tipicamente occidentale di cosa sia la world music. Del resto anche Toto Cutugno da Amoeba dischi è world music. Ancora: musica dal mondo […]

  • Nel 2014 non può essere Creuza De Ma. | Gia.Mai

    […] esempi di World Music (per una disamina completa del genere musicale più assurdo del mondo vi rimando a questo) e snaturarlo, cambiargli i suoni mettendo mano alle registrazioni originali e ri-mixandolo daccapo […]