Archivio mensile:Febbraio 2014

L’occasione mi è utile per fare i conti con i Deep Purple

elio_made in japan

Io ho un problema con molte delle cose che mi piacevano in gioventù. A questo punto, inizio a pensare che il problema fosse la mia gioventù. I miei gusti, più precisamente. La prima volta che ho ascoltato Made in Japan dei Deep Purple, ad esempio, devo aver avuto un dieci-undici anni. L’ho ascoltato grazie all’oratorio. Prima che vi interroghiate su che razza di oratori frequentassi da ragazzino, fatemi finire. Me lo aveva fatto ascoltare tipo un mio catechista, che all’epoca non era nemmeno così grande da vivere di rimpianti e ascoltare Made in Japan e basta. Infatti ascoltava anche cagate davvero imbarazzanti come Yanni, una roba che per fortuna ero riuscito a tenere distante anziché abbracciarla e dovermi pentire per averlo fatto una ventina d’anni dopo. Comunque, siccome io e il mio gruppetto di amici eravamo già fuori di testa per la musica, lui pensò di farci un grande favore prestandoci quel disco.

Ricordo perfettamente quando poi, a casa, lo infilai nel lettore cd — avevo dieci anni ma ringrazierò per sempre mio padre e mia madre per aver assecondato i miei istinti musicali non eccessivamente, ma il giusto per farmi avere in regalo a sette-otto anni un impianto stereo con i controcazzi, che farebbe impallidire anche quello che sto usando ora. Dunque presi in mano il disco, era una delle prime stampe su cd di quel lavoro e la plastica interna del box era blu anziché nera (con l’oro della copertina ad aumentare l’effetto kitsch), lo misi nel lettore e partì Highway Star. Uhm, pensai, un po’ stupito per la delusione: me ne aveva parlato talmente bene quel tipo mio catechista. Alla terza canzone, Smoke on the Water, doppio stupore. Il primo, «ah ma ‘sta canzone è dei Deep Purple?», perché ovviamente quel riff lo conoscono anche le pietre, e quindi lo conoscevo anche io. Il secondo, per quello che all’epoca mi sembrava un grossolano errore di esecuzione: mi riferisco a quando Blackmore sbaglia il riff del brano la seconda volta che lo ripete, e fa quella cosa strana — dovevo capirlo, era un’interpretazione; dovevo capirlo già allora che Blackmore era una testa di cazzo.
Dopo una ventina di minuti ho iniziato ad odiare quel disco. Non mi piaceva, puzzava di vecchiume. In effetti, era vecchiume: stava in giro da più di vent’anni. Mi ero già schierato, seppur inconsapevolmente, dalla parte dei Sex Pistols contro i dinosauri del rock. A dieci-undici anni. Mi ero perso tutto di quel periodo, ma ero disposto a (ri)viverlo, almeno ideologicamente, fino in fondo.

Poi, col tempo, mi sono rincoglionito. E gli eccessi dell’adolescenza me l’hanno fatto amare. Comprai l’edizione in doppio cd, quella che sulla seconda parte aveva delle bonus track sempre tratte da quella tournee giapponese e che mi sembravano la cosa a cui non avrei potuto rinunciare per niente al mondo. Lo adorai. Non ho idea di quante volte abbia ascoltato The Mule e l’assolo di batteria di Ian Paice — lo conosco a memoria quell’assolo e, ripensandoci bene, conosco a memoria gran parte della musica che ascoltavo in quegli anni, laddove ora nemmeno mi ricordo i titoli delle canzoni e no, non credo c’entri solo il fatto che stia invecchiando (traetene voi, che siete bravi, eventuali considerazioni sociologiche a riguardo).

Andai talmente fuori di testa per i Deep Purple che li vidi persino dal vivo — avevo 15 anni e loro si esibivano all’Idroscalo di Milano, fortunatamente senza Blackmore, in quello che poi fu l’ultimo tour di Jon Lord, l’unico Purple che ora mi risulti simpatico (astenersi battute) — e presi a snocciolare a memoria le varie mark che ne caratterizzarono l’esistenza: mark I, mark II, mark III (la mia preferita, anche a distanza di anni, rimane quella con Coverdale/Hughes, un po’ perché secondo me spaccavano di più all’epoca e meno il cazzo adesso, e un po’ per un mai sopito spirito di bastiancontrarismo) (che poi, nonostante tutto, non ho mai capito perché con i Deep Purple e solo con i Deep Purple si parli di mark quando con tutti gli altri gruppi si dice «formazioni» senza necessariamente suddividere la carriera in ere geologiche) (ah, no, c’è anche un’altra cosa che non disprezzo legata ai Deep Purple e oltre ai Whitesnake più tamarri: Born Again dei Black Sabbath).

Non ascolto Made In Japan da anni. Probabilmente, toccando tutti i ferri che trovo a portata di mano, non lo ascolterò mai più per il resto della mia vita. Non riesco proprio a vederlo, nemmeno la copertina: continuo a chidermi il senso delle congas che suonava Ian Gillan quando non cantava, e non posso fare a meno di collocarle nello spazio indefinito nel nulla (manco si sentono!) (Seriamente, qualcuno di voi le ha mai sentite?). Piuttosto che ascoltare i venti minuti di Space Truckin’ stupendomi di tutto il senso di estraniazione/droga/sensazione lisergica che produce, metto direttamente sul piatto Space Ritual degli Hawkwind e godo di più (per rimarcare la differenza tra un disco muffo e uno che ha superato allegramente il test del tempo: devono essere stati gli acidi).

A volte mi capita di sentire per radio un loro pezzo, anche non necessariamente dell’epoca, tipo Perfect Strangers, e mi deprimo solo all’idea che nell’ufficio programmazione delle radio ci sia un riccardone che di nascosto, nella fascia con meno inserzionisti pubblicitari, infila in scaletta il pezzo per il solo gusto di rompere il cazzo a quelli come me — e un po’ però poi sorrido: la mossa è poco furba ma di sicura efficacia.

Tutto questo per dire che oggi ho letto dell’ennesima ristampa di Made In Japan. Non ho idea di quanti vinili sarà composta, di quante bonus track, di quanti dvd, blu ray e pagine a colori dell’immancabile librone iper-patinato in allegato. A dirla tutta, non ho nemmeno idea di quante copie possa vendere, oggi, una roba del genere.

Non è una crociata contro la retromania, questa (oddio, una crociata contro Reynolds per aver coniato il termine «retromania» forse ci starebbe anche, ma è un altro discorso). Ascolto dischi usciti anche quaranta anni fa con un certo (enorme) gusto; mi capita di ascoltare persino i Led Zeppelin, a volte; e poi ascolto la musica drone e i minimalisti. In Italia, poi, abbiamo coraggiose riviste di musica che mettono in copertina John Fahey o i Rolling Stones tre volte l’anno, per cui anche se partissi per una crociata non tornerei più a casa, lasciando i miei genitori senza un figlio e una fidanzata vedova ancor prima di sposarla.

Però quando leggo notizie del genere penso che l’industria discografica di oggi, incapace di guardare avanti ma solo di riproporre roba che puzzava di coglioni bolliti già vent’anni fa (ma quante volte l’hanno ristampato Made in Japan?) — non solo l’industria discografica di oggi, ma anche il pubblico di oggi (a questo punto lo confondo con lo stesso di ieri, e non è detto che stia confondendo e basta), tutti i discorsi sul disfacimento della musica un po’ se li meritino.

Il declino del berlusconismo in un’immagine.

C’è un’immagine che, più di tutte, sintetizza il declino del berlusconismo almeno come lo abbiamo conosciuto fino ai giorni nostri.

E’ un’immagine che dice più di mille parole, che pure si stanno sprecando abbondantemente sia sulla carta che sulle labbra che (in piccolo) pure su questo spazio. Dice più del dibattito infantile sugli utili idioti o sugli idioti inutili, dibattito che pure ha un suo fondo di verità da entrambe le parti. Dice persino più dei club Forza Silvio che fanno ancora più ridere dei club di Forza Italia di vent’anni fa; basta parlare con uno che quei club li ha frequentati per capire come la strada presa sia tra le più sbagliate, a meno che l’obiettivo non sia quello di formare una classe (ehm) dirigente (ehm ehm) di esaltati, approfittatori e ogni altra categoria sociale tendente allo spregevole.

Più forte, certo, dell’indiscrezione di Dagospia circa il fatto che l’occhio nero del Cav. di qualche tempo fa col cazzo che era stata la pallina di Dudu. Piuttosto, Francesca Pascale incazzata nera per aver beccato il padrone di casa al telefono con una del bunga bunga — dice l’indiscrezione. Noi, che sul bunga bunga abbiamo costruito una battaglia per difenderci dal moralismo peloso e purruccone e dalla morbosità dello spiare dal buco della serattura, adesso ci preoccupiamo seriamente per una manata di gelosia.

L’immagine, del resto, è più esplicativa anche di Carlo Rossella, vanto deluxe del berlusconismo della prima ora, tendenza Martini con l’oliva, che sul Corriere di oggi descrive Renzi come una via di mezzo tra Machiavelli e Pico della Mirandola, qualunque cosa questo voglia dire.

Già a mettere in fila questi elementi (e ce ne sarebbero di altri) ne viene fuori un quadro desolante. Di tristezza proprio.

Ma poi arriva l’immagine, quella intorno alla quale sto girando nella speranza vana di costruire una specie di climax, anche se temo si tratti piuttosto di un tentativo di scacciarla dalla mente. L’immagine è questa: Giovanni Toti, nuovo spin doctor berlusconiano o quello che è all’interno dell’organigramma del partito non partito, che parla al Tg5 con, sullo sfondo, una libreria dell’Ikea sulla quale troneggiano le Garzantine nell’edizione allegata al Giornale qualche anno fa.

toti

Ricostruire quella Milano.

A Milano fino a qualche anno fa esisteva Ice Age, piccolissimo negozio di dischi che stava in Porta Ticinese. Non l’ho mai sentito come uno dei miei negozi di dischi, principalmente per due motivi. Primo, l’età: pur avendo chiuso nel 2006, ha vissuto l’epoca di massimo splendore nel momento in cui appena appena iniziavo a delineare dei gusti musicali ben precisi. E poi il genere musicale: era un negozio specializzato in musica elettronica, goth, industrial; roba che col tempo c’ho sguazzato dentro, ma che all’epoca mi sembrava una nicchia talmente ristretta e dalla quale tenersi debitamente a distanza. Per me, che arrivavo a Milano dalla provincia, entrare nel reparto dischi del Virgin Megastore di piazza del Duomo era già una festa tanto era l’imbarazzo della scelta.

Da Ice Age, comunque, un paio di volte ci sono stato, perché è diventato subito un luogo mitico tra noi ragazzini che il sabato pomeriggio andavamo alla fiera di sinigaglia, sulla darsena, a piedi da Piazza Duomo. Ogni tanto, quando eravamo tutti insieme, qualcuno di noi saltava fuori dicendo: «Oh, ma ve lo ricordate l’Ice Age?!» e noi stavamo lì, un po’ a ridere e un po’ a mangiarci le mani per non frequentarlo — oggi, per non averlo mai frequentato — perché ci sembrava un posto fighissimo seppur non riuscissimo fino in fondo a capire perché. Ma era uno di quei negozi che solo a passarci davanti e dare una sbirciatina dalla porta (sempre aperta: io la ricordo così) sentivi un’attrazione incredibile che ti spingeva verso l’interno.

In quella zona non c’era solo Ice Age. C’era anche Supporti Fonografici, un po’ più avanti, credo proprio dove ora sta Serendeepity. Un altro negozio che percepivamo come storico, ma che non siamo mai riusciti a frequentare. Ricordo però di essere entrato anche lì e lo stupore che ho provato ad aver visto per la prima volta i dischi dei Current 93 e dei Death In June esposti sugli scaffali. Se al Virgin c’avevo trovato i gruppi metal dei quali ai tempi leggevo le recensioni sulle riviste specializzate chiedendomi — a dodici, tredici anni — dove mai avrei potuto comprarli, e cioè dove mai vendessero un disco dei Savatage (per me che il reparto cd del Carrefour sembrava già il paese dei balocchi, e in un certo senso lo era), figuratevi lo choc quando ho preso in mano una copia di But, what ends when the symbols shatter. Senza comprarla ovviamente — e ripensandoci bene, senza averla mai più comprata.

Allora prima, incuriosito, ho digitato “ice age dischi milano” su Google. Tra i primissimi risultati è apparsa questa pagina del sito di Rebecca Agnes. Rebecca è un’artista italiana che divide il suo tempo tra Milano e Berlino e che ha fatto cose belle e bellissime. Secondo me appartiene a questa seconda categoria il progetto Luoghi che non esistono più (2010) dove, attraverso la costruzione di modellini in legno, ha voluto ricreare alcuni luoghi storici della Milano del tempo in cui ci ha vissuto (da studentessa di Brera, presumo leggendo la sua bio):

Mi sono messa a tagliare, incollare e dipingere questi luoghi ricostruendoli secondo le mie capacità. Parallelamente ho cercato di collocare la loro esistenza nel tempo. Ho cercato l’anno in cui sono stati aperti e l’anno in cui sono stati chiusi. In questo è stato fondamentale il chiedere e cercare nei social-network, dove le persone ricordano (e spesso rimpiangono) un party, un negozio di dischi, un bar oppure semplicemente si lamentano dell’assenza di un panificio sotto casa.

Il risultato è sensazionale e rappresenta proprio in quel fazzoletto di Milano che intendo io. E sì, ci sono sia l’Ice Age che Supporti Fonografici.

l'Ice Age (che è quello nero in basso, l'altro è l'appartamento di Rebecca) photo: Rebecca Agnes

Supporti Fonografici - photo: Rebecca Agnes

(Le foto sono di Rebecca Agnes)

Tra virgolette (Carlo Bodoni, il tempo del lavoro e il tempo libero)

dali_orologio

Non c’è più differenza reale fra tempo libero e tempo del lavoro: fusi nella travolgente rapidità della vita odierna, annullati dall’ansia del vuoto che spinge a riempire ogni spazio della giornata, i due momenti si confondono in un assillante attivismo, condizionato dall’invadenza delle nuove tecnologie. La smaterializzazione del lavoro e l’assunzione in prima persona di una serie di microattività che prima erano svolte da altri, nell’illusione di risparmiare e godere di maggior autonomia, hanno cancellato i confini di ciò che si fa per gli altri e ciò che si fa per sé. La grande innovazione (o la grande impostura, a seconda dei punti di vista) della società postindustriale è proprio quella di essere riuscita a riunire «otium» e «negotium», senza distinzioni sociali.
Gli apocalittici potrebbero obiettare che una società in cui non c’è differenza fra tempo libero e tempo del lavoro è oppressiva e falsamente democratica, esercita il controllo totale sugli individui con l’alibi di una libertà senza limiti. Che l’homo ludens sia tornato e non abbia bisogno di imposizioni per lavorare è un’illusione rafforzata dalla tecnologia. Invece, senza saperlo, lavora anche quando si diverte, nella convinzione, già propria di Schiller, che «l’uomo è interamente uomo solo quando gioca».

Carlo Bodoni, La lettura – Corriere della Sera, 2/02/2014 p.5