Archivio mensile:Gennaio 2014

C’è una cosa che vorrei dire agli amici di Spotify.

Ho un rapporto molto stretto con Spotify. E quando dico Spotify non intendo un nome per indicare un servizio. Intendo proprio quel servizio. Quello svedese, che sta rivoluzionando il mondo della musica — ma un vecchietto come me ormai non crede più molto ai facili entusiasmi delle rivoluzioni.

Ho un rapporto molto stretto nel senso che lo uso dal primo giorno che è stato lanciato in Italia. Era il 12 febbraio 2013: quella volta ho avviato la prova gratuita di due giorni della versione Premium, dopodiché mi sono abbonato. Sono quindi 12 mesi che pago 9,99 euro al mese per avere accesso a tutta la musica del loro catalogo, ovunque voglio, con possibilità di sincronizzare online e senza interruzioni pubblicitarie. Sono un vecchietto, ve l’ho detto: e da vecchietto ho ancora la concezione di un disco inteso proprio come album, con un suo ordine che non voglio sia interrotto ogni due brani da un tizio che mi dice di comprare qualcosa. Per me l’ascolto — diciamo così — è sacro.

I motivi per cui ho aderito a Spotify sono molti. Su tutti, a me la musica piace pagarla. Non sto dicendo di non aver mai fatto nell’altro modo, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Però, ecco, io i dischi li compro. Ancora. Solo che abbonandomi a Spotify pensavo che ne avrei comprati meno. Un compromesso accettabile per 10 euro al mese.

Il suo successo ha portato ad urli di dolore lanciati a più riprese dagli artisti, che accusano lo streaming online di non far guadagnare loro tutto ciò che gli spetterebbe. A questo non credo. Ho già ripetuto più volte — anche su queste pagine — che è un grido di dolore miope: non perché non sia vero in sé, ma perché la causa non è Spotify. Semmai sono gli accordi presi dalle case discografiche con questi servizi a essere poco vantaggiosi per gli artisti. La discussione, per chi fosse interessato, è ampia.

Delle 10 euro mensili che spendo a vario titolo, quelle per Spotify sono tra le meglio spese. Lo uso praticamente sempre, lo sfrutto dal primo all’ultimo centesimo. Anche in questo momento, mentre scrivo, sto streammando un disco da Spotify. Direte: e come fai a trovare il tempo di ascoltare tutta quella musica? Risponderò: avete presente il tempo che trovate, voi, a seguire tutte quelle serie tv? Io lo adopero per ascoltare dischi. Io arrivo alla sera con le orecchie stanche. Tanto stanche da iniziare a pensare che, forse, sarebbe il caso di seguire anche qualche serie tv: gli occhi, del resto, mi funzionano benissimo. In questo, dunque, non sono un cliente medio di Spotify. Sono, piuttosto, il cliente che il mercato discografico dovrebbe adorare oltre misura: non contribuisco all’impennata fatua delle vendite dei vinili, ma contribuisco a quello zoccolo duro di gente che apre il portafogli per passione e non per feticismo (ché quando finisce il feticismo cosa rimane?).

Tuttavia c’è una cosa che mi ha stancato di Spotify e che a più riprese (e in buona compagnia) ho fatto presente lassù in Svezia, dove però continuano ad ignorarla. Nelle app per telefono e tablet non c’è alcuna possibilità di cancellare la cache o di definire la quantità di spazio che si vuole dedicare. Faccio un esempio: tutta la musica che ascolto in streaming o che sincronizzo offline viene salvata da qualche parte nel mio dispositivo. Per sempre, anche se tolgo la sincronizzazione o non ascolto più il brano per secoli. Non c’è modo di controllare quella porzione di spazio che viene occupata a forza, né tantomeno eliminarla senza ricorrere alle cattive maniere (che poi è quello che consigliano anche loro: disinstallare e reinstallare l’app).

La motivazione ufficiale di ciò è: in questo modo risparmi banda, perché se ascolti sempre le stesse canzoni, noi le teniamo già pronte per te. Obiezione, vostro onore. E proprio questo il motivo per cui mi sono abbonato: per decidere cosa sincronizzare offline — verosimilmente gli ascolti abituali. E perché voglio il controllo di come, quanto e con cosa intasare il mio telefono. Non mi sembra di chiedere la luna; e comunque nel libero mercato se i concorrenti la offrono, la luna, per non perdere fette di clienti bisognerebbe iniziare a metterla nel menù. Pare sia un piatto piuttosto richiesto, leggendo i vari forum online.

Avessimo dei telefoni a memoria infinita, il problema non si porrebbe. Il fatto è che in questo modo lo spazio occupato dall’applicazione cresce a dismisura. Diventa una valanga incontrollabile, che rende il telefono inutilizzabile nel giro di un mese tanta è la memoria occupata inutilmente. E tutte le volta a disinstallare e reinstallare, nemmeno fossimo all’alba delle nuove tecnologie.

Ho contattato l’assistenza più volte. Siamo passati dal «ci stiamo lavorando» al «ci stiamo lavorando». Nessun progresso. Anche oggi pomeriggio: «Grazie del feedback. Lo abbiamo girato ai nostri tecnici». E’ la quinta volta che lo girano. Dei geni, praticamente. Ci sono persone (paganti) che chiedono loro una semplicissima miglioria, e questi continuano a prendere atto della necessità di introdurre la miglioria. Rimandandola.

Si sente spesso dire in giro che i tizi dietro ‘ste startup tecnologiche siano le persone più smart del mondo. Non metto in dubbio la tendenza generale, anche se a volte mi viene da mettere in dubbio il caso particolare.

Il principale concorrente di Spotify, cioè il francese Deezer, questa funzione ce l’ha. Ti fa cancellare con un semplicissimo pulsante la cache, e ti fa decidere quanto spazio vuoi dedicarle tra tutto quello residuo del tuo iPhone o iPad. Infatti una volta ho minacciato, via Twitter, di passare a Deezer se non avessero risolto il problema. Mica l’han risolto, per carità: mi hanno regalato un mese di abbonamento. A me, capito? Quello che le banche chiamerebbero pagatore affidabile.

Mi spiacerebbe cambiare tutto di punto in bianco. In quanto vecchio, inizio a diventare anche metodico e piuttosto abitudinario. E poi con Spotify mi trovo bene. Molto bene. E questo è un giudizio del tutto disinteressato, dal momento che a differenza del 99% di quelli che citano questo tipo di servizi nei loro tweet, o che li embeddano nei loro siti, io il servizio lo pago. Non me lo regalano mica. Parliamoci chiaro: non sto smarchettando un bel niente, né tantomeno facendo gli occhi dolci a qualcuno.

Però adesso la misura è colma e se entro un mese non sono in grado di introdurre una funzione che l’amico mio sviluppatore di app mi ha detto richiedere mezzora per essere implementata, passo ai francesi. Seppur come idea, da italiano, non è proprio la fine del mondo.

Chick Corea. Un debuttante.

Ad analizzare le correnti musicali e il loro pubblico, si direbbe che non esista in musica qualcosa di più conservatore del Jazz. Un genere che da trent’anni non è capace di rinnovare se stesso e se ne rimane lì, avvitato alle sue correnti passate. Quel poco che si muove, sta agli estremi: un territorio che il per forza di cose conservatore pubblico non è capace di concepire.

Non una sentenza la mia. Solo la semplice lettura della readers’ poll di Jazz Times.

Siamo tutti un po’ coglioni.

Sta spopolando in rete questo video, con annesso hashtag per la campagna (social)mediatica, realizzato dai tizi di Zero.

Sul contenuto nulla da ridire: è sacrosanto. Il fatto che somigli ad altre campagne, ad altre proteste, ad altre iniziative del tutto simili già viste in passato, non toglie un’unghia alla sua ragionevolezza e buona fede.

Tutti noi abbiamo fatto dei lavoretti gratis. Li chiamo lavoretti non per sminuirli, ma perché quella è esattamente la logica con cui vengono considerati da chi ce li commissiona: lavoretti anche perché, in fondo, non ci costa nulla farli, magari ci divertiamo pure, otteniamo visibilità, fa curriculum, ecc.

Io non credo a chi dice che questi lavoretti non vadano accettati: li si fa, magari per un paio di mesi come periodo prova, e poi si prova a riscuotere. E’ una via crucis all’inizio, è vero. Però è anche vero che è l’unico modo per riuscire a cavarne fuori qualche cosa in termini economici (quella della visibilità è un po’ una mezza puttanata, per usare un eufemismo).

C’è però un po’ di ipocrisia nel mondo di questi lavoretti. Sono in molti a farli, seppur negandolo. Perché è passato il messaggio che la colpa della loro esistenza è soprattutto di chi li svolge gratis. Non è assolutamente vero, così come non sarebbe vero che smetterebbero di proporli — o, meglio, inizierebbero a pagarli — il giorno in cui chi li svolge si fermasse per protesta. E’ un assioma mitologico, un po’ come quello dello sciopero del telecomando contro Berlusconi o di quello della pompa di benzina contro il caro gasolio.Oo del saltiamo tutti insieme nello stesso momento per raddrizzare l’asse terrestre.

Io, ad esempio, sto facendo un lavoretto del genere. Cioè c’è qualcuno che ha chiesto il mio tempo, la mia capacità, il mio ingegno, per dargli una mano in qualcosa che, economicamente, non mi frutta nulla. I patti sono stati chiari fin dall’inizio e da entrambe le parti. Non era previsto budget (e in questo la frase del video è di un’efficacia mostruosa, corrispondendo esattamente alla realtà), e io mi sono riservato la facoltà di mollarlo in qualunque momento senza il rispetto del benché minimo tempo di consegna e a prescindere dal fatto che sia finito o meno. Non perché non sia responsabile; piuttosto perché questo tipo di responsabilità nei lavoretti secondo me è accessoria. Come le noccioline sui voli Ryanair: le vuoi, le paghi. Il trucco è riuscire a renderla indispensabile, ed è la cosa più difficile.

Prevedo già l’obiezione: bisogna campare. Infatti questo lavoretto me lo posso permettere (perché, nonostante tutto, è gratificante e appassionante) proprio perché ho per il momento (e fortunatamente) un altro lavoro che mi dà di che vivere. Diciamo che è una situazione privilegiata la mia. Però è anche vero che se un giorno da questo lavoretto riuscirò a ricavarne qualcosa (in termini economici, ovvio, ché siamo gente di mondo), è grazie a questo periodo gratis. Non ci piove. La differenza sta nel capire quando una possibilità diventa sfruttamento, e mollare il colpo senza problemi.

Rimane il fatto che il video denuncia un problema. Grave e serissimo. Ma non fornisce alcuna soluzione, se non un generico — e divertente, e geniale, e ben fatto — sbattere in faccia quella che per molti è una dura realtà. Del resto mi sfugge anche quale potrebbe essere la soluzione al problema: non si può di certo proibire a qualcuno di dare una mano a chiunque. Diciamo che serve ai datori di lavoretti per farsi un esame di coscienza.

Non tutti, evidentemente, sono riusciti a farlo l’esame. Il video, ad esempio, è molto condiviso da un sito che solo qualche mese fa assumeva blogger in massa, senza specificare se per il progetto era previsto un budget. Non dico nell’annuncio: nemmeno a chi, nei commenti, lo ha chiesto espressamente e più volte. Per questo mi viene spontanea (e anche un po’ maliziosa) la domanda: nei titoli del video si dice che nessuno ha preso una lira per averlo girato/montato/prodotto. Avete idea, però, quanto abbiano reso in termini economici le visite alle pagine che in queste ore stanno facendo a gara nell’embeddarlo e rilanciarlo?

I bit basteranno e il sapere non svanirà.

Mi ricordo che al liceo (stiamo parlando di tredici-quattordici anni fa) uno dei temi di italiano più ricorrenti riguardava la scomparsa del libro cartaceo. Sembra strano, visto che ancora non era stato prodotto alcun lettore di ebook e la connessione internet era non certo più un privilegio, ma nemmeno così diffusa tra tutti i compagni di classe. Però ricordo bene che, almeno una volta all’anno, la professoressa di italiano (che non smetterò mai di ringraziare, ma è un altro discorso) arrivava con un ritaglio di giornale (solitamente Repubblica, per mantenere fede al luogo comune sull’elettorato dei dipendenti pubblici) in cui qualche cassandra ipotizzava un futuro amebo di carta stampata, dove nessuno avrebbe più letto un libro perché questo, inteso come oggetto, non sarebbe più esistito, soppiantato da una allora non meglio definita lettura digitale.

Noi studenti ci limitavamo a svolgere il compitino, che sottintendeva un’adesione più o meno convinta (ma comunque un’adesione) alla teoria già sottoscritta dalla professoressa che ci consegnava il ritaglio di giornale. Sostanzialmente: che vergogna la scomparsa del libro di carta. Mai che qualcuno provasse ad indagare più a fondo, e a dire che le rivoluzioni della stampa avevano cambiato di molto l’oggetto (che rimaneva pur sempre qualcosa di fisico, è vero) senza mutare il soggetto.

Ma a dire la verità, il discorso a quel punto non verteva più tanto sulla scomparsa del libro, o della parola scritta e quindi della letteratura o del giornalismo in generale. Piuttosto, arrivava sempre un messaggio apocalittico del tipo: ma potremo continuare a fidarci di qualcosa di non palpabile, digitale, inconsistente, come ci siamo fidati per secoli della parola stampata? La discussione si spostava verso una più generale diffidenza nei confronti delle tecnologie. La cosa poteva avere ancora un senso ai tempi del mio liceo, ed era già un senso un po’ stiracchiato. Oggi, che siamo consci dei rischi connessi (ops!) alla tecnologia e li abbiamo accettati, tutto sommato senza fatica, a mio avviso non regge più.

Pensavo a questo quando stamattina leggevo un articolo di Federico Guerrini su La Lettura (non c’è ancora un link). Il contenuto era: come facciamo a fidarci dell’archiviazione della conoscenza in digitale, quando sappiamo tutti che essa porta con sé vari problemi, il più grave dei quali si chiama obsolescenza dei supporti e dei formati digitali? Ecco, mentre lo leggevo mi sono ritornati alla mente quei temi del liceo.
Non che Guerrini nel suo articolo difenda un mondo che non c’è più, come faceva la mia professoressa di italiano. Però mette in guardia dal fidarsi troppo dei data center, dice di tenere in considerazione la quantità di bit prodotti ogni giorno, sottintendendo (o almeno così a me sembra) che prima era meglio — cioè quello che faceva la mia prof. di italiano.

I paradigmi dell’archiviazione sono oggetto di seri dibattiti tra archivisti di tutto il mondo. Ridurli ad uno spauracchio nei confronti delle nuove tecnologie è, probabilmente, la strada più difficile per affrontare tali dibattiti. Certo, ieri Dropbox ha subìto dei gravi problemi di sincronizzazione: qualcuno ha parlato di un attacco hacker, loro si sono difesi dicendo che erano solo delle manutenzioni (a quanto pare non programmate). La mia fetta di mondo, che è una fetta di mondo piccolissima al confronto di quella dei grandi archivi, è andata in crisi e sono volate parole grosse nei confronti del cloud e di come non ci si possa fidare completamente di esso.

E’ una consapevolezza diffusa se — per quello che vale — uno dei miei tweet che, a distanza di tempo, continua ad essere stellinato, retwittato e commentato con una certa regolarità rimane quello dove è citata un’intervista di Kenneth Goldsmith di Ubu a Dazed and Confused, in cui spiegava perché non credeva al cloud:

Però, ormai, questo metodo di archiviazione è parte della nostra vita. E io non credo che là fuori ci sia qualcuno che ha così poco a cuore il futuro di ogni tipo di informazione e conoscenza da sottovalutare il fatto che, dopo un tot di release, un file .doc potrebbe essere difficile da aprire. Del resto, nessuno è stato così stupido da aver delegato la memorizzazione del sapere a dei file .doc. Forse l’ha fatto la mia professoressa di liceo. Ma è tutto il post che dico che faceva parte di un altro mondo.

Due cose sulla liberalizzazione delle droghe leggere.

In questi giorni si sta discutendo molto della liberalizzazione delle droghe leggere in Italia. Io non è che non capisca il motivo della discussione; ciò che non capisco è quanto sia serio il motivo e quanto sia seria la discussione, dal momento che ciclicamente i giornali si riempiono di dibattiti tra pro e contro. Non so nemmeno quanto c’entrino l’Uruguay o il Colorado (per dire di due stati che hanno liberalizzato le droghe leggere), o se c’entri solo la buona volontà di Luigi Manconi, cui bisogna dare atto di portare avanti questa e altre battaglie da sempre, a prescindere dalla convenienza politica del momento.

Questa volta il dibattito riesce, non dico ad appassionarmi, ma quanto meno a pormi degli interrogativi. In primis, nella differenza tra la legalizzazione e la liberalizzazione. Che non è una differenza da poco. Nonostante quanto ha scritto Roberto Saviano (nell’unica uscita interessante della sua vita), in Italia de facto è come se le droghe leggere (ma anche quelle pesanti, aggiungerei) fossero già legalizzate, tanta è la facilità con la quale chiunque riesce a procurarsene nel giro di due o tre gradi di separazione. Ciò non vuol dire, ovviamente, che lo siano a tutti gli effetti o che siano liberalizzate, perché non è questione di stato la produzione, la distribuzione e la vendita di tali sostante.

Se dovessi schierarmi, lo farei non solo per la legalizzazione, che vuol dire non rendere illegale il consumo di droga leggere, ma proprio per la liberalizzazione. Vorrei, infatti, che chi volesse farsi una canna lo facesse non comprando roba al parco tagliata chissà in quale modo; piuttosto gliela venda lo stato: buona, sicura, tassata. Magari sarò troppo idealista io, ma secondo me con una fava si prenderebbero due piccioni: il crollo della criminalità che gestisce lo spaccio e il crollo dei consumi, ché sappiamo tutti quanto una cosa diventa desiderabile tanto più è proibita.

Si sarà capito che il mio pensiero — per quello che vale — pende verso l’essere discretamente d’accordo con la proposta avanzata da Manconi. Tra l’altro, a voler notare anche questioni apparentemente di poca importanza, per la prima volta non abbiamo assistito alla polarizzazione delle opinioni e quelli di destra non si sono schierati contro e quelli di sinistra a favore. Si è creato piuttosto quello che i giornali chiamerebbero movimento trasversale. Vediamo per una volta di tenere in considerazione anche questo.

Tuttavia, tra chi sostiene anche con buone motivazioni e finalmente qualche numero la sua contrarietà alla proposta di liberalizzare le droghe leggere (lo fa Carlo Giovanardi sul Foglio di oggi, se solo vi prendeste la briga di andare oltre il pregiudizio negativo ampiamente diffuso sulla sua persona) c’è sempre una motivazione di fondo che mi pare un po’ viziata. Scrive Giovanardi che è

ormai accertato che raramente un eroinomane o cocainomane non abbia iniziato la sua carriera con la cannabis.

Tralasciando l’uso un po’ spericolato del termine carriera, riferito al declino psicofisico di un tossicodipendente, il ragionamento non sta in piedi. È una generalizzazione tra le più sbagliate e banali che si possano fare. Perché è fin troppo evidente la sua negazione ribaltando il concetto: Giovanardi, che ha fornito numeri schiaccianti nel suo articolo, avrebbe potuto però chiedersi quanti, tra quel 4 percento della popolazione italiana che ha avuto a che fare con le droghe leggere, hanno poi proseguito la loro “carriera” diventando eroinomani o cocainomani (e tralasciando noi, anche se forse Giovanardi avrebbe potuto non farlo, le differenze tra le due dipendenze).

Quello di Giovanardi (e bene inteso: non solo suo) è uno straw man argument. Dire che uno spinello è il viatico per diventare tossicodipendenti è una falsità. Perché sarebbe come affermare che lo sia anche un bicchiere di vino: scommettiamo, infatti, che tra gli eroinomani la stra-grande maggioranza prima di bucarsi aveva bevuto del Sangiovese? Ma si può continuare: probabilmente avranno anche fumato sigarette, o le fumano tuttora. Ma è evidente che non tutti i tabagisti siano diventati eroinomani.

Proviamo dunque per una volta ad essere seri. L’argomento d’altronde lo è. Ci sono dei pro e dei contro, entrambi degnissimi di essere valutati con la massima attenzione. Poi ci sono le argomentazioni ad effetto — queste lasciamole da parte.

(tra parentesi).

Volevo scrivere due righe da queste parti prima di sera. Poi nel pomeriggio mi è capitato di dover leggere e rielaborare tutto quello che è stato scritto sulla stampa italiana dal 2008 ad oggi su Manuel, Christian e Brando De Sica, e ora non riesco a mettere insieme più niente.

Mi piacerebbe spiegarvi perché l’ho fatto, ma devo prima chiedere alla regia se posso. Vi basti sapere che no, non è per via di una sana ammirazione nei confronti di figli e nipoti di Vittorio De Sica.