Archivio mensile:Dicembre 2013

Botti di fine anno per l’anno nuovo.

Ogni volta che penso è giunto il momento di fare qualcosa, mi viene in mente questa canzone di Laurie Anderson. Non c’entra nulla, ovvio. Però this is the time dovrebbe essere più o meno l’equivalente del nostro è giunto il momento.

E’ giunto il momento di fare quella cosa di cui ieri scrivevo così su Twitter:

Perché è ovvio che i resoconti di fine anno e, soprattutto, i buoni propositi per l’anno nuovo siano un elenco buono nel momento in cui viene stilato, e pronto per essere disatteso a partire dalle 24 ore successive. Se mi mettessi a rileggere, ad esempio, quanto scrivevo un anno fa, proverei un misto tra imbarazzo per quanto non mantenuto e commiserazione per il me che stava scrivendo quelle cose. Dunque sarebbe un buon motivo per non scriverne quest’anno.

Se mi mettessi a rileggere…

Non lo faccio, o comunque non prima di aver messo questo pezzo in bozza in modo tale da provare del sincero dispiacere qualora decidessi di cestinarlo — dispiacere per il tempo buttato via a scriverlo, ché il tempo è denaro e questo mi sembra essere, più che un buon proposito, un mantra che dovrò tenere bene a mente per il 2014.

In ordine sparso, a costo di ripetere le stesse bugie già ripetute lo scorso anno (un po’ come da bambini quando ci si confessava, e al prete si raccontavano le stesse cose ogni Natale e ogni Pasqua; fino a quando il senso del ridicolo ci ha fatto capire che non ce la saremmo più cavata così a buon mercato, e allora abbiamo smesso di confessarci).

Comprerò meno dischi, e solo dopo averli attentamenti selezionati. Limiterò quindi gli acquisti a scatola chiusa (che non sono mai grigi: o sono capolavori o cagate immani) e sfrutterò meglio le 10 euro mensili che mi costa Spotify. Anzi, già che ci sono infilo anche questo tra i buoni propositi: siccome quelli di Spotify, nonostante le promesse, non hanno ancora messo la funzione per svuotare la cache dell’iPhone/iPad, se entro febbraio non lo fanno passo a Deezer, che quella funzione invece mi assicurano averla.

Leggerò più libri, e proverò magari su questo sito a citarli di più, ritagliarli di più, farne delle piccole schede tipo il vecchio “un libro in 2 min” di giorgiodellartiana memoria. Non lo prometto, ma potrebbe essere una buona idea per disciplinare la mente (io sono pieno di ottime idee, puntualmente disattese, per disciplinare la mente). Leggerò più libri e meno riviste. Le tre cui sono abbonato rimarranno le stesse. Non ne comprerò di più in edicola/libreria, semmai le scaricherò sull’iPad. E’ una questione di sopravvivenza: in casa o io, o loro. E tanto più che per la primavera traslocherò in una casa nuova, e lo spazio sarà infinitamente più piccolo rispetto a quello che ho a disposizione ora — sì, è quel tipo di trasloco, quello che sancisce l’inizio di una nuova vita: per quanto possa sembrare troppo facile o banale, l’unica cosa al momento buona di questo 2014.

Concretizzerò di più. Anche se lo status attuale, più che quello del concretizzatore, è quello del demolitore. Farei tabula rasa di tutto e di (quasi) tutti e ripartirei da zero. Non sono bravo a ripetere a memoria le frasette scritte sui libri di self-help, anche perché non li leggo e trovo patetici gli status facebook che li citano (la mia bacheca ne è invasa: altro proposito, dunque, sarà quello di fare un po’ di pulizia e tanti ne entrano quanti ne escono). Però mi rendo conto che non sono tutte cazzate quelle sulla crisi che è fioriera di opportunità, sono troppo liberista per non crederlo; è una cazzata che i manuali di self-help vengano comprati per leggerci sopra questi concetti talmente elementari — ma sono sempre troppo liberista per fare una colpa agli editori; anzi, chapeau per aver trovato un ottimo modo di fare business spennando i polli.

Da qualche mese mi sto dedicando anima e corpo nel dare una mano ad una persona piuttosto importante et famosa per un progetto. Ecco, non mi dispiacerebbe se il 2014 trasformasse questo dare una mano matto e disperatissimo nel tempo libero, in qualcosa da poter fare anche nel tempo occupato. Però — come si dice — chi si accontenta gode. Almeno fino a che non si stanca.

Per il resto. Bacini a chi mi vuole bene, e anche a chi mi vuole male. Non sono mai stato rancoroso — solo con i fessi essendo loro dei fessi.

Buon anno.

Se si tralascia il pulpito ne viene una buona predica.

Senza farci influenzare dal pulpito dal quale giunge la predica (e che pulpito), quanto scrive Milena Gabanelli sul Corriere di oggi riguardo la Rai è molto condivisibile:

Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze. A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere? È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.

(Solo una piccolissima annotazione. Immagino che al Corriere esistano delle norme redazionali visto che, per quanto piccole, esistono anche per questo blogghino. La cosa preoccupante è che queste norme non vietino categoricamente l’uso dei punti esclamativi).

La loro faccia.

A me fanno impazzire quelli che ti giudicano, ad esempio, per come voti. Dico davvero. Magari sei lì a tavola, una bella tavolata di quelle piene di persone che si conoscono bene ma non così tanto da sapere chi vota cosa. E ad un certo punto uno di questi se ne esce dicendo che lui, a tavola con uno che beve solo acqua frizzante, mai. Oppure che non andrebbe mai in vacanza con quel suo caro amico che ha il vizio di masticare chewingum. E’ gente che o bianco o nero, e se per caso sei quello sbagliato dei due — o peggio ancora stai sul grigio — per loro è chiusa. Sei una specie di caso irrecuperabile. Figurarsi quindi, questi personaggi, se andrebbero mai a cena con uno che ha votato a destra. Ma mica perché è reazionario o fascista; no, magari solo perché si riconosceva in quell’idea di rivoluzione liberale e bla bla bla che la destra italiana ha portato avanti negli ultimi vent’anni, pur senza realizzarla.

A me questi personaggi fanno davvero impazzire. Perché poi, spostando il discorso sui libri (amano spostare il discorso sui libri), la buttano su Marco Travaglio. Cioè non si sono persi nemmeno uno dei suoi innumerevoli libri sfornati con un tempismo impressionante. Lo adorano. Lo leggono e rileggono e poi ne riportano le argomentazioni chiave durante le conversazioni, con quel piglio di superiorità morale ed etica che te lo raccomando. Ecco: a cena con un berlusconiano mai, mica che quello poi si mette le dita nel naso e rutta soddisfatto a fine pasto. Però Marco Travaglio, che è un po’ il giornalista prototipo della destra più giustizialista che ci sia, sì. Qualcuno gli deve aver raccontato la storiella che quella di Travaglio è la sinistra e loro se la sono bevuta tutta d’un fiato. La colpa di tutto questo, ovviamente, è della sinistra che abbiamo avuto negli ultimi anni. Una sinistra talmente smarrita da aver penso il senso della sua storia e da essere andata a braccetto con tipi che più di destra non potevano essere. Dico, che razza di Frankenstein era la lista presentata da Ingroia alle ultime elezioni politiche, in quanto a non capire bene da che parte pendesse l’ideologia che ne costituiva la spina dorsale? O il Partito Democratico, che a più riprese si è fatto dettare l’agenda un po’ dalla Cgil e un po’ da Antonio Di Pietro? (Fino a che stava in parlamento Di Pietro, c’era per caso uno più a destra di lui?).

Io però a cena queste persone le inviterei. Ne conosco molte, e sono tutte per bene. Oddio, forse loro a cena da me per i motivi di cui sopra non ci verrebbero. E sarebbe davvero un peccato. Non per far vanto di un’aperta veduta di mente, sia chiaro. Però l’inviterei volentieri anche solo per vedere la loro faccia dopo aver raccontato il mio passato elettorale e consigliato l’ultimo libro di Francesco Piccolo (o anche solo dopo che con la coda dell’occhio hanno visto, tra i miei dischi, anche quelli degli Stormy Six).

L’anno che verrà sarà sempre peggio dei cent’anni prima.

centanni

La retorica del «si stava meglio quando si stava peggio» è tra le tossine più dannose per il continuum culturale di una società. E’ una specie di torcicollo intellettuale per cui non si guarda indietro con lo spirito critico, o di apprezzamento, o di esaltazione per un passato più o meno glorioso nel campo della letteratura, delle arti visive, della musica, ma solo per prendere quel passato a piene mani e metterlo sul piatto della bilancia del confronto con il presente. Il quale presente — guarda caso — ne esce quasi sempre con le ossa rotte.

Né più né meno di quanto fatto questa mattina da Ranieri Polese su La Lettura, il pregevole inserto domenicale del Corriere della Sera [29.12.2013 p.5]. Titolo dell’articolo: «Avanguardie addio, il Web è piatto», e basterebbe già per fargliene una colpa se non fosse che il titolista e l’articolista sono due persone differenti. Svolgimento tutto sul paragone. Con quanto avveniva un secolo fa: il primo volume de Le Recherche di Proust, La sagra della primavera di Stravinskij, Picasso cubista a Parigi, ecc.

Oggi invece cosa c’è? L’appiattimento, l’avanguardia non esiste perché non c’è più una tradizione contro il quale opporsi e sicuramente di quel tizio inglese che mise lo squalo sotto formaldeide tra cent’anni non si ricorderà più nessuno. Ciò non rappresenta un giudizio critico su Hirst (citati anche Franzen e Rushdie, campo letteratura). Piuttosto una delegittimazione sui generis, buona per titillare le papille gustative dei più nostalgici tra i lettori de La Lettura (e dovranno essere quindi molti).

Tutto questo, si badi bene, con l’avvertenza che

paragonare opere di ieri a quelle di oggi non si può perché sono assolutamente disomogenee.

Potremmo stare qui ore a discutere del significato di «disomogeneo». Fortunatamente è Polese stesso a giungerci in aiuto sul finire del suo articolo:

Tutto si può scaricare. Questo comporta dei rischi: la crisi (la morte?) del libro, del cinema, della musica nelle loro forme tradizionali.

Dunque la disomogeneità sta nel mezzo, non in quella che Polese, travisandola, chiama «forma». Il discorso è vecchio e la sua efficacia è stata ampiamente dimostrata: non esiste. Nessuna delle cassandre che avevano messo in forse il futuro di un’arte, al momento in cui era cambiato il mezzo, ha avuto ragione. A meno, quando per forma non intendesse il mezzo, non abbia proceduto nel suo ragionamento con la logica di cui si diceva all’inizio: guardando indietro e paragonando il presente al passato.

La musica non è in crisi perché ora viene scaricata, né perché i suoi modelli sono «ripetitivi» rispetto a quelli del Pop-Rock anni ’60 (sempre Polese: evidentemente cade nel vizio di considerare migliore tutto ciò che risale ai suoi tempi, tanto più tutto ciò che conosce poco e male).
La musica (e, certo, il cinema, la letteratura) se è in crisi — e lo è quanto meno dal punto di vista economico — non è di certo per la normalizzazione e la democratizzazione culturale che il Web ha portato. Ma perché manca l’opera di selezione, di critica, manca quella curiosità che dovrebbe smuovere i Polese della situazione (e gli inserti culturali che li pubblicano) dal torpore che fa loro preferire parlare sempre dei soliti, o sempre bene del passato ai danni del presente (il futuro, sebbene questi attacchi spesso stiano tra gli specialini sull’anno che verrà, non è quasi mai pervenuto).

Francesca Alinovi.

Nata a Parma nel 1948, assistente di Estetica al DAMS, studiosa reputata delle avanguardie artistiche contemporanee, donna più che bella da quanto traboccava di seduttività e intelligenza, misteriosa al punto giusto e forse di più. Una primattrice che amava ‘esibirsi’, una dark lady se mai ce n’è stata una in Italia.
(…)
Ho chiesto una volta a Tano D’Amico se avesse mai fotografato la Alinovi, di cui a Bologna era stranota la bellezza, l’intelligenza, l’eccentricità. Mi ha risposto così: «No, Giampiero, non l’ho mai fotografata. Nel mio lavoro andavo a cercare le facce prima che i personaggi. Me ne sono accorto troppo tardi che la Alinovi una faccia ce l’aveva, altro che se ce l’aveva». Un giorno della primavera scorsa che ero a Bologna sono entrato in una trattoria di via Clavature che l’aria dei settanta ce l’ha ancora scolpita in faccia, ho chiesto alla proprietaria se a suo tempo avesse conosciuto Francesca Alinovi. «Ma certo che l’ho conosciuta!» m’ha subito risposto, e come a dire che non poteva non averla conosciuta.

Giampiero Mughini, Una casa romana racconta (Bompiani, 2013).

Di Francesca Alinovi, che fu barbaramente assassinata con 47 coltellate il tardo pomeriggio del 12 giugno 1983, esistono poche testimonianze in rete. Le foto mostrano il suo aspetto, la sua immagine. Esistono poi innumerevoli ricostruzioni del suo omicidio, per il quale è stato condannato in via definitiva Francesco Ciancabilla. Ma c’è pochissimo del frutto del suo percorso intellettuale, che l’aveva portata ad essere tra le giovani critiche italiane più considerate oltre confine — fu fulgido esempio di come, talvolta, emerga anche dell’internazionalità dalla terra del provincialismo. Tra le pieghe salta fuori però una cosa bellissima, che mostra tutta la curiosità intellettuale che animava l’Alinovi: è questo saggio pubblicato su Domus nell’aprile 1983 (n. 638). Uno di quegli articoli da leggere, rileggere e salvare da qualche parte. Per capire una straordinaria stagione che non c’è più, raccontata da una straordinaria critica.

Una grande, gigantesca, strepitosa cazzata.

Quando avete finito di trastullarvelo con le analisi che stanno accompagnando l’anniversario del Drive In, indicato ovunque e frettolosamente come la premessa al libro sul disfacimento culturale e politico (o politico e culturale) italiano, ponete il vostro sguardo su Le Iene. Non c’è nemmeno bisogno di cambiare troppi canali.

È lì, nelle pieghe di una trasmissione che fu onesta e intelligente (o intelligente e onesta), che si trovano le indicazioni non del disfacimento dell’Italia, ma piuttosto del cavalcare a tutta birra battaglie perse in nome di un insano anticonformismo che porta a prendere i più colossali granchi. Si veda il caso Stamina, con tutto il codazzo velenoso di inchieste di questi giorni che finalmente stanno facendo venire alla luce ciò che la maggioranza silenziosa (sempre lei, del resto, a guidare il paese) pensava già da mesi, ma che non aveva il coraggio di dire pena l’essere additata come la parte più retrograda e antiscientifica d’Italia. Addirittura come quella che vorrebbe la morte delle persone.

Invece a sciacallo, sciacallo e mezzo. A Vannoni, Le Iene e la loro squadra di autori. I quali hanno messo in piedi la più grande campagna di mistificazione di una cosa alla meglio non verificata e alla peggio completamente illegale, avente protagonisti strumentalizzati e ignari di esserlo povere persone la cui disperazione — scriveva bene Pierluigi Battista sul Corriere un paio di giorni fa — è il cavallo di Troia che permette loro di credere a qualunque cosa in grado, anche solo a parole anche solo a promesse, di regalare un barlume di speranza.

Si è avuta la dimostrazione, in questi mesi di campagne sdegnate che ora appaiono semplicemente indegne in un paese civile, dei danni che l’infotainment di un certo tipo può recare, e peggio ancora quando la palla di neve s’ingrossa passando via via per conduttori celebri, testimonial eccellenti e finanche Papi un po’ troppo spericolati nel piazzare la papalina su questo e su quello. Ora, come lo spiegate a quei poveri bambini, a quelle povere famiglie, che nelle infusioni di staminali c’erano probabilmente tutto tranne le cellule staminali? Che, come scrivono i giornali, si trovavano persino frammenti ossei? Che, come ha scritto in alcune mail il leader di Stamina laureato in letteratura e più consueto nel mondo del marketing che in quello della medicina, c’era pure il pericolo di trasmettere batteri e infezioni? O, ancora che, come hanno messo a verbale alcune sue ex collaboratrici, il Vannoni andava dicendo che

«si può trarre guadagno dai pazienti con malattie degenerative senza speranza fortunatamente in aumento»

?

Considerate dunque voi se il cinismo è quello di chi sta prendendo una posizione critica contro un metodo antiscientifico, portato avanti e sperimentato senza il rispetto di nessun protocollo medico, e disconosciuto dalla comunità internazionale (l’editoriale su Nature parla da solo), e che magari si sente rivolta l’accusa di fregarsene di migliaia e migliaia di vite. O se, piuttosto, è  di chi usa nella stessa frase espressioni come «trarre guadagno» e «fortunatamente in aumento».

È Natale. I palinsesti boccheggiano con le repliche, gli speciali, le puntate d’archivio buone per smaltire passivamente i pranzi e le cene abbondanti. Si potrebbe, per una volta, abbandonare il tavolo con i parenti e andare in televisione, con quel bello smoking e il cravattino, a dire che a ‘sto giro la grande e strepitosa cazzata l’abbiamo fatta noi.

No, è per me.

Oggi pomeriggio ero ancora in libreria per gli ultimi regali (sì, c’erano le stesse code dell’altro giorno). E’ tradizione che, ad acquisti ultimati e più si avvicina il Natale, compri qualcosa che funga da regalo anche per me. Tanti i libri che avrei voluto portare a casa, ma alla fine la scelta è caduta su E baci di Aldo Busi, trovato quasi per caso perché lessi dell’uscita tempo fa, lo segnai da qualche parte e poi me ne dimenticai.

Raccontare la mia consuetudine con Aldo Busi sarebbe troppo lungo. Diciamo che, se per ogni lettore più o meno forte si dice che esiste uno scrittore che l’ha formato, lo scrittore che ha mi ha formato è proprio Aldo Busi. Se da qualche parte ho ricopiate delle citazioni dai libri, nella grande maggioranza dei casi si tratta di libri di Busi. Se di un testo apprezzo il modo con cui è stato composto, la sintassi, la grammatica, la ritmica, l’intreccio delle parole e l’uso della retorica, è grazie a Busi. Il cui Seminario sulla gioventù (che sarebbe bello avere anche in questa edizione Adelphi) rimane ad oggi un capolavoro della letteratura moderna italiana inarrivabile, e al quale sono giunto molto a ritroso. Il primo suo libro che comprai fu Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, una delle ultime cose pubblicate per Mondadori credo ormai più di 10 anni fa. E poi da quello — che era uno dei tanti libri in cui sono raccolti reportage e viaggi, più o meno immaginari — all’indietro, attraverso libri il cui racconto era più che altro una scusa per fare invettive (E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?, Cazzi e canguri, Sodomie in corpo 11), ma anche attraverso i romanzi propriamente detti (Casanova di se stessi, La delfina bizantina, Vita standard di un venditore provvisorio di collant e il già citato Seminario).

Lo scorso anno El especialista de Barcelona non solo mi è sembrato il miglior romanzo italiano da un po’ di tempo a questa parte, ma è stato anche un lavoro che ha riconsegnato uno scrittore che, agli occhi delle nuove generazioni, correva un po’ troppo il rischio di passare inosservato. O, peggio ancora, di essere travisato. Troppo lontani negli anni i suoi exploit televisivi (il Costanzo Show, ma anche Amici libri), troppo vicini i suoi tentativi di sfondare nel mainstream da strapazzo (i reality show, per i quali non spenderò in ogni caso una parola negativa). Fa nulla se Busi non ha voluto andare allo Strega, se non ce l’hanno mandato, o chissà cos’altro.

Dunque oggi ho preso E baci, che dovrebbe essere il suo ultimo libro — o così mi sembra di aver letto da qualche parte — e poi rimarranno le opere a parlare per lui. Io non ci credo, comunque: anche solo per il fatto che sfogliandolo ho avuta l’impressione che si tratti di materiale ricicciato, già letto altrove, almeno parzialmente. Un libro non andrebbe mai giudicato dalla sua copertina, ma forse uno sguardo a chi lo pubblica potremmo anche darlo. E non voglio credere che l’ultima opera di Aldo Busi sia un libro distribuito anche in edicola, come fosse uno di quei tanti gadget con i quali i quotidiani negli anni Novanta si sfidavano pensando di ottenere così una supremazia che gli constentisse di vivere di rendita (che si sbagliassero, e alla grande, è altro discorso che qui non c’entra nulla). Insomma, io voglio un ultimo Busi pubblicato da un editore. Anzi, da un Editore, lo stesso che — pare — non si trovasse per stampare questo E baci, e solo leggendolo capirò se il mondo editoriale è tanto scellerato o se il libro, proprio, non vale la pena (e in quel caso glisserò sull’argomento ogni volta che qualcuno cercherà di farmelo ammettere).

La curiosità per cui ho scritto tutto questo pippone è presto detta. Arrivo a pagare e la gentile cassiera mi dice: «E’ un regalo? Le copro il prezzo?».

«No, è per me. Mi copra per favore il logo del Fatto quotidiano».

Consigli per i regali.

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Ci sono i consigli per gli acquisti. E poi quelli per i regali. Citofonare un regalo, lo so perfettamente, non è mai vista come una cosa di gran classe. Ma chissenefrega: del resto, non lo è nemmeno dire a una persona di non sapere cosa regalarle.

Comunque. Mancano pochissimi giorni a Natale, e se uno dei miei tre-quattro lettori fosse in difficoltà sul come sdebitarsi, un paio di suggerimenti per il regalo perfetto ad una magazine-addicted come me:

Designing News: Changing the World of Editorial Design and Information Graphics. Di Francesco Franchi, che è anche l’art director di IL e piglia sempre un sacco di premi.

The Modern Magazine: Visual Journalism in the Digital Age: Visual Journalism in the Digital Era. Di Jeremy Leslie, il tizio che tra l’altro sta dietro il sito MagCulture e che è una vera e propria istituzione online e offline per gli appassionati di riviste di carta.