Archivio mensile:Ottobre 2013

Fare palestra.

Sono d’accordo con molte delle cose scritte da Matthew Ingram in questo articolo, che oggi ha fatto il giro della rete in risposta a quest’altro pezzo di Tim Kreider uscito la scorsa domenica sul New York Times.

Sono d’accordo perché capita anche a me di scrivere gratis. Anzi, siamo sinceri: la maggior parte delle volte scrivo gratis. Lo faccio per molti motivi, sempre miei. O quando non sono intrinsecamente miei, stanno dietro ad un progetto nel quale ci metto le mie forze e la mia faccia (questo, ad esempio, che è in pausa ma riprenderà).

Scrivere gratis è pratica nemmeno lontanamente associabile alla schiavitù. Ingram ha ragione. Ma, probabilmente, quella di Tim Kreider era una provocazione, una esagerazione giornalistica e nulla d’altro; tant’è che ne stiamo ancora discutendo, segno che a livello di strategia lo scomodare il termine forte ha funzionato.

Dunque sono d’accordo con Mathew Ingram e con le opinioni che a mo’ di collage ha assemblato nel suo pezzo su Paid Content: scrivere gratis fa guadagnare esposizione; non sono mai stato così felice come quando il mio nome è apparso sul bollettino parrocchiale che pagava i collaboratori in copie; etcetera etcetera.

C’è solo un piccolo particolare, omesso. Quando la smetti di scrivere gratis per te stesso, o per qualche progetto cui hai dato vita, inizia quel momento in cui giocoforza inizi a scrivere gratis per qualcun altro. Sono scelte, e anche in questo caso la schiavitù non c’entra. A quel punto, però, diventi un ingranaggio nel meccanismo della manodopera cheap. Ci sta, per carità: siamo uomini di mondo e non ci scandalizziamo per così poco. Però, ecco, ricordiamoci anche che c’è qualcuno che per quel lavoro di scrittura che tu fai gratis, ci guadagna.

Lo chiamano “fare palestra”, per pulirsi la coscienza, ma poi l’incontro finale lo giocano loro.

Voci assennate.

Nel lungo dibattito che si è sviluppato intorno ai nuovi modi di fruire musica — che da queste parti sono stati parecchio analizzati — finalmente inizia a levarsi qualche voce assennata. Sto parlando della violoncellista Zoe Keating che, intervenendo ad una tavola rotonda organizzata dalla Virgin la scorsa sera a Londra, ha messo in chiaro un paio di cose. Cioè che per musicisti come lei è impensabile non prendere in considerazione l’uso delle nuove tecnologie applicate alla distribuzione musicale (dunque Spotify e tutti gli altri servizi sotto attacco dei grandi nomi come Thom Yorke e David Byrne). A patto però che questi servizi non si basino più su modelli economici come quelli del passato, frutto di negoziazioni con le sole case discografiche. Quello che chiede Zoe Keating, in sostanza, è che gli artisti siano inclusi in queste nuove meccaniche:

An artist like me couldn’t exist without technology: I can just record music in my basement and release it on the internet. And it’s levelled the playing field: an obscure artist like myself who makes instrumental cello music can just get it all out there. But this is not just an excuse for services to replicate the payment landscapes of the past. It’s not an excuse to take advantage of those without power. Corporations do have a responsibility not just to their shareholders but to the world at large, and to artists.

Ciao. Mi mancherai molto.

Di tutti i dischi di Lou Reed che avrei potuto mettere per salutarlo, ho scelto probabilmente il suo più ostico. C’è sempre un motivo particolare, dietro questo tipo di scelte. Il mio motivo particolare è che questo lavoro coincide con il mio innamoramento nei suoi confronti. La prima volta che l’ho ascoltato non ero più giovanissimo e, per così dire, avevo già una coscienza musicale ben formata. O forse credevo, perché evidentemente non era formata del tutto. Ce lo fece ascoltare un professore all’Università — perché a volte esiste anche un’Università dove vi fanno ascoltare Lou Reed — ed ero in pieno periodo avanguardie musicali non colte, roba tipo gli Henry Cow. Fu un colpo di fulmine: l’unica cosa che ricordo con chiarezza è che rimasi inchiodato al banco con le orecchie affascinate da tutti quei feedback. Ricordare altro di un disco del genere, del resto, credo sia molto difficile. Non ricordo nemmeno, ad esempio, perché quel professore ci fece ascoltare Lou Reed e, in subordine, perché proprio questo disco; probabilmente per citare un esempio di album major che fuggiva completamente da qualunque regola di mercato. Una cosa impensabile al giorno d’oggi.

Del resto una densità sonora come quella contenuta in quei solchi non è mai stata probabilmente prodotta altrove. Metal Machine Music fu un disco capito per niente alla sua uscita — e in questo è accomunato ad altri album di Lou Reed — ma che, col tempo, ha fatto proseliti. Ne sono state incise, nel tempo, svariate versioni da parte di artisti più o meno estremi, più o meno contemporanei (nel senso di musica contemporanea) e più o meno sperimentali. Nessuna di queste eguaglia l’originale — ma è quasi superfluo dirlo.

E’ una giornata molto triste, oggi.

Un compleanno con i fiocchi

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Oggi è il compleanno di Brain Pickings. Per chiunque bazzichi la rete in cerca di cose interessanti da leggere — gli inglesi direbbero “something inspiring” — non può non conoscere la creatura di Maria Popova.

Nata per caso, quando decise di inviare ai colleghi dell’agenzia pubblicitaria per la quale lavorava una newsletter settimanale nella quale segnalava alcuni articoli interessanti sulla creatività sui generis scovati qua e là in rete, è finita per essere un piccolo impero culminato nell’inclusione nell’archivio digitale della Libreria del Congresso alla voce “materiale di importanza storica”. Stiamo parlando di un sito/blog da 500 mila visitatori al mese, di un profilo Twitter con 263 mila followers e di una newsletter settimanale da 150 mila iscritti.

Maria Popova ha celebrato proprio nella newsletter settimanale (inviata questa mattina presto) il settimo compleanno con le 7 cose che ha imparato in 7 anni di lettura, scrittura e vita. Come al solito, sono un qualcosa che valga la pena leggere.

Le care e vecchie azioni.

A me di un gruppo come i Necks piace il fatto che si prendono tutto il tempo che serve per sviluppare la loro musica.

E poi non distribuiscono in streaming. Per ascoltarli devi ancora fare la cara e vecchia azione di “mettere su il disco”. Un piacere.

Il resto sono tutte balle.

Di tutto il can can che è successo in questi giorni tra la Rai, Fazio e Brunetta, io sto con Brunetta. Detto questo, però, ecco lo stesso il mio ragionamento.

Fazio ha dichiarato che lui costa tanto ma fa guadagnare tanto. La Rai ha confermato: Fabio Fazio è un valore semmai, non un costo. Brunetta si è incazzato, perché così passa la duplice idea che certi stipendi siano normali e che lui sia un po’ fesso — e non è tipo tanto disposto a passare per fesso.

Ma ammettiamo pure che certi stipendi siano normali: se il valore di mercato di Fabio Fazio è quantificato in quella cifra, e la Rai effettivamente nel rapporto costi e benefici guadagna in favore di questi ultimi, uno stipendio non sarà mai troppo alto. Però ricordiamoci anche di una cosa: la Rai è pubblica, di proprietà dello stato. E quando dico questo non intendo dire, retoricamente, che la Rai è di tutti i cittadini italiani: di quelli che pagano il canone ma anche di quelli che non lo pagano. Intendo dire, molto più semplicemente, che se la Rai fosse una società privata a quest’ora non sarebbe nemmeno in amministrazione controllata, ma sarebbe già fallita del tutto. Per cui: paghi gli stipendi che vuole ma almeno faccia il favore di fare quello per cui lo stato la tiene ancora in piedi. Faccia cioè il servizio pubblico.

Tradotto molto semplicemente (forse è per questo che nessuno ci ha ancora pensato), vuol dire: prenda i tanti soldi che Fabio Fazio — da valore quale è — fa guadagnare e li investa in programmi coraggiosi ma economicamente meno vantaggiosi. Faccia questo e ricambi un po’ del personale col quale per anni si è ingrossata per motivi che tutti conosciamo e forse — dico: forse — potremmo avere una televisione pubblica degna di questo nome.

Non ce la fa? Benissimo: privatizzazione.

Il resto, la competizione con un privato, il fatto che quel privato sia Berlusconi — il resto, dicevo, sono tutte balle.

Ancora su Byrne, Yorke, Spotify e l’industria discografica

Non sono l’unico a non aver gradito l’intervento di David Byrne pubblicato l’altro giorno sul Guardian a proposito di musica, Spotify e di internet che soffoca la nostra creatività. Dave Allen su North, ad esempio, usa argomenti simili ai miei per quanto riguarda la colpa del fatto che gli artisti percepiscono poco dagli stream:

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La sfida di Luca Ricolfi.

Oggi pomeriggio ho letto tutto d’un fiato La sfida, il pamphlet di Luca Ricolfi che vorrebbe spiegare “come destra e sinistra possono governare l’Italia” (come da sottotitolo), e che mi è stato gentilmente regalato da un amico col quale condivido delle esperienze politiche.

Luca Ricolfi è per me quasi sempre imperdibile sulle pagine de La Stampa, nonché spesso condivisibile in ciò che scrive. L’approccio con cui mi sono affacciato a questo agilissimo volumetto era quindi positivo: pensavo, cioè, di trovare conferma di molte delle cose che già penso. E’ andata così, più o meno.

L’assunto dal quale parte Ricolfi è molto semplice. Esistono, per la destra e la sinistra italiane (ed esistono almeno come concezioni economico-sociali), dei beni ultimi. Per la sinistra sono l’aumento della spesa pubblica, per andare a fornire uno Stato sociale più grande. Per la destra, all’opposto, la diminuzione delle tasse da attuarsi con l’eliminazione degli sprechi che il continuo voler aumentare lo stato sociale tipico della sinistra ha col tempo creato. Dati questi “beni ultimi”, Ricolfi propone di ribaltarne la prospettiva:

la mossa decisiva è rinunciare a ogni scambio tra beni ultimi: da una parte la libertà dei contribuenti (meno tasse), dall’altra i diritti dei cittadini (più Stato sociale). La destra dovrebbe rinunciare a finanziare la riduzione delle tasse con i tagli alla spesa pubblica. La sinistra, da parte sua, dovrebbe rinunciare a rafforzare lo Stato sociale con inasprimenti della pressione fiscale.

Fino ad arrivare alla proposta estrema, forse un po’ provocatoria, ma probabilmente funzionante:

una sinistra che sapesse che, per completare lo Stato sociale, l’unica strada possibile è accrescere il “tesoretto” dei proventi della lotta agli sprechi, avrebbe finalmente qualche interesse a condurla, questa benedetta battaglia. E una destra che sapesse che, per tagliare le aliquote, l’unica strada possibile è accrescere il tesoretto dei proventi della lotta all’evasione, avrebbe a sua volta qualche interesse a condurla, questa sacrosanta lotta all’evasione.

Né più né meno che una sorta di “contrappasso dantesco” per destra e sinistra è quindi la soluzione individuata da Ricolfi per rimettere in moto il paese. Facendo, tra l’altro, affidamento sui nostri problemi: se gli sprechi fossero “solo” di 20 milioni di euro —pone come esempio Ricolfi —la sinistra non avrebbe grande margine per migliorare lo Stato sociale. Fortunatamente, però, questi sprechi sono di più. Idem il discorso applicato all’evasione.

Il pamphlet è basato tutto sul filo del paradosso. Del resto, lo stesso scenario di collaborazione politica tra destra e sinistra ci appare paradossale, in questi mesi di governo di grande coalizione molto scricchiolante. Non solo perché si tratta di un’esperienza tutto sommato inedita per noi Italiani, abituati nella Prima Repubblica ad avere dei governi monocolore che duravano pochissimo e nella Seconda al bipolarismo degli estremi. Ma anche perché le forze in campo —destra e sinistra— non hanno per il momento voluto rinunciare a nessuno di questi “beni ultimi” la cui applicazione, quando avviene, finisce sempre per scontentare qualcuno.

Il discorso di Ricolfi può sembrare democristiano (accontentare tutti per non scontentare nessuno), ma invece risulta essere piuttosto utopico (e per stessa ammissione dell’autore).
Tralasciando la politica nazionale, il ragionamento è applicabile anche nel contesto di una cittadina medio-piccola.

Ora, provate voi ad immaginare un listone civico che comprende al suo interno il meglio del riformismo di destra e di sinistra e che viene chiamato dai cittadini a governare (lasciando fuori quindi gli estremismi e i leghismi, la cui capacità di effettuare riforme è pari allo zero perché basano il loro consenso unicamente su posizioni le cui rendite vanno difese senza se e senza ma).
Sarebbe credibile che la componente di sinistra —finalmente— volesse razionalizzare il modus operandi della macchina comunale, e magari licenziare o ricollocare qualche fannullone, per poter andare ad aumentare il fondo per l’aiuto alle famiglie in difficoltà, o a diminuire la retta degli asili nidi, o a fornire o potenziare dei servizi di welfare nei confronti dell’assistenza alle persone anziane? E, ugualmente, che la componente di destra accettasse —pur nei limiti della legalità e del rispetto della privacy— di contrastare concretamente l’evasione tramite strumenti elettronici, trasparenza sui siti internet, aiuto e messa a disposizione di dati alle autorità competenti?

Uno scenario del genere è impossibile e suicida per le compagini politiche in campo: si assisterebbe alla rivolta degli elettori più estremi e ideologici delle due fazioni (nonché ad uno spiacevole inconveniente: che l’invasione della privacy sia altrettanto importante rispetto all’ottimizzazione di una macchina comunale). Allo stesso tempo, però, i cittadini di quel comune riconoscerebbero nell’azione di questo fantomatico listone civico qualcosa di buono e che nel concreto non scontenta nessuno.

Questo sembra suggerire Ricolfi, in un pamhplet che si pone come una dose di ottimismo dopo che qualcuno gli ha fatto notare —lo spiega lui stesso nell’introduzione— che molti dei suoi discorsi volgevano piuttosto al pessimismo (“mi sono sentito dire che le mie analisi sono giuste ma non offrono speranza”).

Queste mie note a margine vogliono essere prima di tutto una recensione del libretto in questione. E poi una approvazione di massima del suo contenuto — seppur con qualche distinguo: ad esempio nel fatto che in questo modo pressione fiscale e spesa dovrebbero stare per un po’ di tempo al livello attuale in rapporto col Pil; e poi nel fatto che tutta l’analisi di Ricolfi è incentrata solo sulla contrapposizione dei beni ultimi tra destra e sinistra (fondamentalmente più Stato sociale a sinistra, meno tassazione a destra) e dei modi per risolverli (meno sprechi, meno evasione) —il fatto, però, è che c’è dell’altro: ci sono delle contrapposizioni culturali che sono dure da superare, sia nei partiti che negli elettori. E queste contrapposizioni culturali, poi, sono più solide a sinistra che a destra (dove per destra, in questo caso, si deve intendere in senso molto allargato l’area moderata).

Di sicuro queste mie note non vogliono essere, per chi mi legge e per chi conosce quella che è la mia attività politica, il ritratto di uno scenario futuro più o meno prossimo.
Anche perché sono cose che andiamo dicendo da sempre, più o meno dalla nostra discesa in campo, ponendoci come lista civica di centrodestra, ma atipica. Tant’è che abbiamo pescato più della metà dei nostri voti tra gli elettori di centrosinistra. Segno che forse eravamo solo la lista civica del buon senso. Un buon senso molto simile a questo descritto dal Professor Ricolfi.

Caro Andy, non farla troppo complicata. Firmato: Mick

the more complicated the format of the album, e.g. more complex than just pages or fold-out, the more fucked-up the reproduction and agonising the delays

Questo aveva scritto Mick Jagger in una lettera indirizzata ad Andy Warhol nell’aprile del 1969. La richiesta degli Stones era quella di produrre la copertina per quello che sarebbe stato il loro prossimo disco, e l’avvertenza cui Jagger fa riferimento è quella di non produrre qualcosa di troppo complicato.

Ovviamente Warhol se ne venne fuori con questa idea per la copertina:

RollingStones_StickyFingers

Che messa così non si capisce. Il fatto è che la zip era un vera zip, e molte copie del disco si rovinavano all’apertura.