Archivio mensile:Luglio 2013

Tra le virgolette (di un’intervista) — spedire la tessera ad un indirizzo nuovo.

Oggi Francesco De Gregori concede una lunga intervista ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera per dire quello che pensa della sinistra italiana.
A me il personaggio De Gregori non piace, proprio più come personaggio che come cantautore in generale. Per cui, politicamente distante da lui così come dall’oggetto della sua intervista, potrei anche fregarmente e passare oltre.
Potrei. Ma secondo me val più la pena postare un paio di virgolettati che — sì — anche a me, politicamente distante da lui così come dall’oggetto della sua intervista, hanno fatto andare il caffé per traverso dallo stupore al momento in cui li ho letti.

È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me

ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l’accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l’ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell’etica e dell’estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di “regime berlusconiano”: è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere. E ho trovato anche ridicolo che si sia appiccicata una lettera scarlatta al sindaco di Firenze per un suo incontro col premier

Postati ad uso e consumo degli amici de sinistra, quelli che fanno parte dell’arco cangiante…

Chris Watson, quello dei field recordings.

chris_watson

I field recordings vanno molto di moda ultimamente. Ne esistono due tipi, per semplificare al massimo: un primo, in cui le registrazioni ambientali vengono poi riprodotte così come sono state riprese e che possiamo legare maggiormente all’etnomusicologia, o alla biomusicologia; un secondo, dove le registrazioni sul campo (Wikipedia parla, secondo me in modo errato, di “tutte le registrazioni effettuate al di fuori di uno studio”) sono usate come materiale grezzo da rielaborare, in digitale, o da combinare insieme ad altri elementi musicali.

Uno dei più celebri artisti di field recording del primo tipo è Chris Watson. Tanto celebre che uno dei suoi dischi più famosi, Weather Report del 2003, è stato inserito in una di quelle liste che i compilatori tanto si divertono a fare, nella fattispecie quella dei mille dischi da ascoltare assolutamente prima di morire, e che è stata pubblicata dal Guardian qualche anno fa.

Chris Watson è un musicista che i più informati ricorderanno anche come membro dei Cabaret Voltaire, gruppo ponte tra il post-punk e l’industrial (a proposito: è appena stato ristampato il loro Red Mecca). Ha poi intrapreso un percorso che l’ha portato ad appassionarsi a registrazioni ambientali e ambienti sonori e alla creazione di installazioni (ché i field recordings sono figli della sound art, prima che dell’industria discografica) tramutati poi in una serie di dischi per la Touch.

Il suo inquadramento artistico (se così lo possiamo chiamare) l’ha spiegato lui stesso all’interno di un lungo servizio di copertina apparso nell’Agosto 2010 sul mensile britannico The Wire. Dove di sé accettava la definizione di “sound recordist”, spiegandola così:

There are lots of other terms that people use to pigeonhole me: musician, sound designer, sound artist. I’m a sound recordist. That’s what I do. And as a sound recordist I can work across all these different media, so I do regular television documentary sounds, I do sound for feature films and radio programmes, or I make CDs for Touch. I do installation work. I do presentations like this afternoon. I even had an enquiry this week about doing sound for a videogame. What I love about what I do is this idea of cross-pollination. That’s why I like the title: it enables me to do all those things. One thing often informs another across each different medium. I have a lot of friends who are cameramen, and they’re restricted to this two-dimensional image -– they’re sort of stuck with it. But I really like the idea of floating across all these different media.

Di Chris Watson è appena uscito l’ultimo lavoro, In St Cuthbert’s Time, sempre su Touch e frutto della fissazione su disco di un’installazione sonora realizzata in collaborazione con l’Institute for Advanced Study dell’Università di Durham e che sarà possibile visitare presso la cattedrale di Durham fino al prossimo 30 settembre. La commissione che è stata fatta a Watson è così riassumibile: cercare di riscoprire il paesaggio sonoro dell’isola di Lindisfarne al tempo (all’incirca 700 d.C.) in cui i monaci avevano composto l’omonimo Evangeliario.

Il disco possiede un fascino tutto suo, inutile negarlo. Del resto l’obiettivo che si prefigge è quello di cercare di far respirare all’ascoltatore dei paesaggi decisamente arcani rispetto alla modernità dei nostri tempi. Certo l’effetto può sembrare ad un primo momento un po’ posticcio — d’altronde le registrazioni sono state effettuate ai giorni nostri. Questa constatazione potrebbe però fornire un’ulteriore chiave di lettura: al netto dell’industrializzazione, forse il paesaggio sonoro non è cambiato poi così tanto nel corso dei secoli. Il mare, il vento, gli animali: tutti elementi presenti in questo St Cuthbert’s Time e tutti elementi — presumibilmente — presenti anche milletrecento anni fa.

E’ anche inutile negare che si tratti di un disco dal non facile ascolto — al di là dello spiazzamento cui ci si imbatte nel momento in cui si schiaccia ‘play’ e non si sente nota alcuna, anche i rumori di fondo, soprattutto quelli del nostro paesaggio così tipicamente lo-fi (così come l’ha definito Murray Schafer), possono distrarre e rovinare l’atmosfera. Sono contenute quattro tracce, che non possiamo assolutamente chiamare brani, ma che seguono una logica nella divisione: ciascuna di esse, infatti, riproduce il paesaggio sonoro di una stagione, così che il disco segue la scansione temporale di un intero anno solare.

Può sembrare strano, per alcuni, mettersi ad ascoltare attentamente un disco dove a farla da padrone sono i fruscii del vento o lo starnazzare della fauna tipicamente marina. Non sono documenti, questi, in cui cercare un aspetto musicale; e non sono dischi di musica ambient, neppure se traduciamo erroneamente il termine con “ambientale”. Album di questo genere vogliono, piuttosto, essere l’equivalente audio di una fotografia. Se per osservare gli strumenti sono alla portata di tutti, e tutto sommato l’azione si rivela facile, l’ascolto è molto più complesso e richiede una dose maggiore di attenzione. Ma il risultato, sia che lo si guardi sotto la lente della ricerca (spesso ci sono di mezzo associazioni, enti, se non addirittura Università) che sotto quella del puro intrattenimento (perché no?) è molto più soddisfacente.

Rip Rig + Panic

In questi giorni mi è capitato di riascoltare tutta la discografia dei Rip Rig + Panic. Loro erano uno dei gruppi più intelligenti fuoriusciti da quella nube molto fumosa (e indefinita) che prende il nome di post-punk. Molto intelligenti perché erano un gruppo che osava sperimentare, fare cose fuori dal comune. E nube fumosa, e indefinita, riferito al post-punk perché i punti di vista sono fondamentali; e il mio punto di vista dice che, forse, all’epoca erano loro i veri gruppi punk e tutti gli altri si limitavano a fare dell’agiografia di ciò che il punk era stato. Insomma, i Rip Rig + Panic mischiavano le carte, e all’abrasione del punk aggiungevano quella del free jazz (erano molto, e non solo per via di Neneh, collegati a Don Cherry e il loro nome viene dall’omonimo album di Ronald Kirk), il caos organizzato dell’improvvisazione, le rotondità/profondità della musica dub e i ritmi spezzati del funk. La loro storia nasce quando finisce quella di un altro gruppo tra i più intelligenti dell’epoca: il Pop Group, dal quale provenivano il chitarrista Gareth Sager e il batterista Bruce Smith. Ed è una storia che s’intreccia con quella di moltissimi altri gruppi dell’epoca, generalmente catalogati sotto l’enorme ombrellone della musica popular, ma che possedevano però molteplici sfumature, influenze e avanguardismi (le Slits, il già citato Pop Group, i New Age Steppers e il mondo di Adrian Sherwood e degli African Head Charge).

Mi è capitato di riascoltare la loro discografia perché è stata recentemente ristampata dai tipi della Cherry Red, una delle etichette che più pesca nel passato per riproporre piccoli gioielli dimenticati. Non è stato difficile, d’altronde, riascoltare tutti i loro lavori: la loro produzione risale al periodo 1981-1983 e comprende tre album: God (1981), I Am Cold (1982) e Attitude (1983).

E, come spesso mi capita quando mi ritrovo ad ascoltare gruppi che non (ri)ascoltavo da tempo, sono andato a rileggere qualche indicazione che andasse oltre i primi tre risultati di Google. Questo è quanto ne scrive Simon Reynolds nel suo seminale tomo Post Punk, 1978-1984 (invero ne scrive poco):

Il Pop Group si disintegrò in molteplici gruppi. Glaxo Babies, Maximum Joy e Pigbag si concentrarono su versioni del funk leggermente differenziate. I Pigbag, capitanati da Simon Underwood e ancora associati all’etichetta Y di Dick O’Dell, diventarono un vero «pop group», indovinando una clamorosa hit con ‘Papa’s got a brand new pigbag’. Bruce Smith e Gareth Sager, i più fervidi free-jazzer del Pop Group, formarono Rip Rig & Panic, prendendo il nome da un vecchio album di Ronald Kirk. Per vivacizzare le interviste sfoderavano un gergo beatnik tutto ‘cat’, ‘dig’ e ‘out there’, mentre la musica piroettava e saltellava in una capricciosa sarabanda. I Rip Rig & Panic erano in definitiva il Pop Group meno gli innesti reggae e la politica. «Sì, era solo musica» dice Smith. «Non avevamo neppure un cantante. Sager e il nostro pianista Mark Springer gorgheggiavano nel microfono ogni tanto, ma finché non arrivò Neneh eravamo senza una vera voce.» In uno dei primi sevizi giornalistici sul gruppo, Sager svillaneggiava indirettamente l’ex collega Mark Stewart: «E’ ora di farla finita con i piagnoni. A me piacciono i tipi che… che si lamentano ma allo stesso tempo dicono ‘yeah’.»

http://www.youtube.com/watch?v=YIeytJpzJ2s

Da che cosa deriva questa refrattarietà ai fatti, fino al negazionismo più buffo?
Certamente, e in una misura non trascurabile, dall’eredità dello stalinismo, con il suo totale disprezzo per la verità, o meglio con la sua identificazione della verità con ciò che risulta utile alla causa, sia essa il Socialismo, la Rivoluzione, il Partito o lo Stato. Come sociologo, ne ho avuto esperienza diretta innumerevoli volte: quando scoprivo qualcosa che non faceva gioco alla sinistra i «compagni» mi dicevano che sì, poteva essere tutto vero, ma non era il momento di dirlo, la situazione era grave e c’era il rischio di «strumentalizzazioni da parte della destra». Poi però il momento di dirlo non arrivava mai, perché la situazione era sempre «delicata» e la posta in gioco invariabilmente «importantissima».

Luca Ricolfi, in un bellissimo editoriale su La Stampa di oggi.

#ristampatecamerini

camerini

Questo è un appello a tutte le anime che pascolano l’internet e hanno la campagna facile. Intesa come campagna mediatica assillante, simpatica e del tutto educata. Come per tutte le campagne, il fine è quello di ottenere un risultato. Nel nostro caso questo: far sì che chi possiede i diritti ristampi i primi tre — a mio avviso fondamentali — dischi di Alberto Camerini: “Cenerentola e il pane quotidiano” (1976), “Gelato Metropolitano” (1977) e “Comici Cosmetici” (1978).

Antefatto: oggi pomeriggio si discuteva, con un collega, del sassofonista in uno di quei dischi. Io ignoravo chi fosse, mentre il collega ignorava addirittura il contenuto di questi dischi. “Fammi ascoltare qualcosa…” — mi ha chiesto. “Devi andare su Youtube, altri modi che non siano illegalissimi non ci sono. A meno che tu non voglia comprare i vinili su ebay…” — gli ho risposto.

Già: i primi tre album di Alberto Camerini sono al momento introvabili. Contrariamente alla vulgata che li vuole mai ristampati su cd, essi ebbero invece l’onore di una stampa su disco ottico oltre vent’anni fa. Era il 1990 e la CBS (che aveva “ereditato” Camerini dalla Cramps e lo aveva messo sotto contratto al momento dell’apertura di una sua sede italiana, separandosi dall’allora CGD) nell’atto di ristampare in compact disc tutta la sua carriera, mise su cd anche questi lavori. Segno che possedeva, all’epoca, i master e i diritti su di essi. L’operazione sembrò passare in sordina, perché anche un database solitamente molto attendibile e ben fatto come Discogs menziona queste ristampe solo parzialmente (viene indicata la ristampa del solo “Comici Cosmetici”). Fortunatamente esistono i siti dei fan, sui quali qualche traccia la si trova.

I dischi furono originariamente pubblicati dalla Cramps di Gianni Sassi. Erano gli anni del nuovo rock milanese, del circolo Santa Marta (immortalato in questa tarantella), dei festival di Re Nudo insieme all’amico Finardi e della contestazione politica che non andava troppo per il sottile (quella volta al Parco Lambro, però, i contestatori se la presero col povero camioncino dei polli arrosto). Alla chiusura dell’etichetta, nel 1989, il back catalogue di Camerini passò alla CBS che appunto mise su compact disc quei lavori. La CBS (con la quale Camerini rimase fino al 1986), dopo mille acquisizioni che annoierebbero ad essere raccontate, è ora parte di Sony Music, ovvero di uno dei tre grandi gruppi discografici ad essere rimasti sul mercato (con Universal e Warner). E proprio la Sony nel 2006, quando era ancora Sony-BMG, ha timidamente rimesso sul mercato quello che finora è l’unico disco da studio di facile reperibilità: “Rudy & Rita” (quello che contiene “Rock and roll robot”, per intenderci). La mossa era probabilmente dovuta — ma siamo nel campo delle supposizioni, più o meno confermate dal chiacchiericcio di newsletter e forum — a un tentativo della casa discografica di sondare il terreno per eventuali future ristampe. Che ancora non si sono viste.

Che qui si abbia un debole per Alberto Camerini, non è un mistero. Così come è fuori da ogni dubbio che, nel corso degli anni, qualunque (e vorrei sottolineare il “qualunque”) album di pop-rock italiano degli anni 70 abbia goduto di una ristampa: sembra esserci, là fuori, un mercato particolarmente interessato all’esotismo italico di quegli anni. Ciò che non si capisce è come tre dischi molto richiesti (e battutti a prezzi medio-alti nelle aste online), quali i primi tre album di Alberto Camerini sono, non abbiano ancora ricevuto questo onore.

Ad un’analisi superificiale, sarebbe facile liquidare l’artista solo come quello degli anni ’80, di Tanz Bambolina, dell’arlecchino elettronico e dei suoni prodotti da Roberto Colombo. O come quello delle romanze in salsa pop (“Bambolina”, “Diamantina”, “Arlecchino educato all’amore”), che costituivano l’altra faccia della medaglia di Alberto Camerini. Oppure della “punk rock opera” celebrata in “Computer Capriccio”. Ma dietro tutta questa venezianità un po’ posticcia (ma anche tanto intrigante) c’era uno dei migliori chitarristi della sua generazione. E c’erano, per l’appunto, questi tre dischi. Che contenevano in parti uguali cantautorato, testi assurdi, tropicalia in salsa milanese (ma Camerini nacque a San Paolo, Brasil), una spruzzata di punk (nel disco “Comici Cosmetici” c’era la paraculissima e italianissima “Poliziotto per favore”) e persino uno pizzico di contestazione tipica di quegli anni — Camerini si mosse molto in quegli ambienti, ma viene il dubbio che la sua contestazione fosse un po’ canzonatoria, soprattutto nei confronti dei contestatori di allora.

C’erano, anche, degli ottimi musicisti. A scorrere l’elenco di chi partecipò a quelle tre sessioni (una per anno, altri tempi) spuntano fuori tutti i nomi dei protagonisti dell’epoca. Dai progressivi (Walter Calloni, Lucio Fabbri) agli sperimentatori (Patrizio Fariselli degli Area) a quelli più avvezzi al folk (i fratelli Bardi, con la sfortunata Donatella — anch’essa ristampata, pensate un po’ — che duetta nella dolcissima “Bambulé”).

L’hashtag, ché non esiste campagna senza l’apposito hashtag, potrebbe essere #ristampatecamerini. Le modalità decidetele voi, o decidiamolo insieme.

Sta di fatto che non è possibile che quei tre dischi non stiano sui miei scaffali (in cd, perché in vinile col tempo — e col sangue — ce li ho messi). Che poi in cd vuol dire (anche) in digitale, su Spotify, su Deezer. Insomma, ovunque si possano fruire.

(questo post stava in già in bozza quando è arrivata la notizia che Sony Music ha acquisito tutto il vecchio catalogo Cramps. Dalle ricostruzioni fatte qui, la Cramps aveva già ceduto a CBS i master dei primi tre album di Alberto Camerini. Potrei sbagliarmi perché le informazioni sono davvero poche. Per questo la notizia potrebbe essere ancora più interessante nell’ottica di #ristampatecamerini)

Trovate le somiglianze.

Non per peccare di eccessiva esterofilia — un vizio questo che m’appartiene poco e comunque in misura inferiore alla media — ma è curioso come oltremanica qualcuno ha un’idea e qualcun altro l’ha già applicata.

L’idea viene fuori da un tagliente articolo pubblicato sul sito della BBC. Il punto di partenza: i nostri musei sono pieni di opere d’arte che stanno negli scantinati e la proporzione tra quelle che un visitatore osserva (quando le osserva) e quelle stipate chissà dove pende di molto in favore di quest’ultime. La soluzione: perché non prestiamo le opere d’arte per un periodo di tempo a chi le vuole ammirare per bene in casa sua? Letteralmente: «potrà una galleria d’arte somigliare più ad una biblioteca pubblica che ad un tempio?».

L’applicaizione dell’idea: a Londra qualcuno, proprio nei giorni in cui impazzava il festival di Glastonbury, ha pensato di aprire un negozio dove si prestano i dischi in vinile. Un’assurdita? Forse. Però sembra funzionare. Funziona così: per una sterlina ci si iscrive, e poi si paga una piccola somma per portarsi a casa fino ad un massimo di cinque dischi. Un’attività, questa, nata dal dover fare di necessità virtù: «facevamo dj set qui a Londra e volevamo costruirci la nostra piccola discoteca. Solo che non c’erano soldi e le biblioteche non tenevano più i dischi, considerato anche i nostri gusti piuttosto eclettici.»

Trovo solo io una certa somiglianza tra le due cose?