Archivio mensile:Maggio 2013

Mi spiace non seguire più le riviste musicali italiane.

Ho un rapporto strano con l’editoria musicale italiana, sebbene in qualche modo — per lavoro e interessi, soprattutto — dovrei conoscerne vitamorteemiracoli. Il fatto è che non seguo più nessun magazine musicale di carta con la devozione con cui li seguivo anni fa. Da qualche parte ho seminati vecchi numeri di pressoché qualunque pubblicazione cartacea inerente alla musica (anche in senso molto, troppo, lato) sia stata edita in Italia negli ultimi 15 anni. Da vecchie riviste metal (anche in senso molto, ma questa volta non troppo, lato: leggi Psycho! e il coraggio che la fece fallire) a Jam, Buscadero, Rumore, annate complete di Rolling Stone italia (che prima o poi mi deciderò a vendere — c’è qualcuno interessato?), Rockerilla e Blow Up.

Non ho più frequentazione con le riviste italiane non perché cerchi quello che mi interessa su internet. Tutt’altro; che mi piaccia la carta stampata è noto a pressoché chiunque sia passato da queste parti anche solo una volta. Non ho più frequentazione con le riviste italiane nemmeno per una sorta di snobismo o esterofilia, sebbene le uniche riviste musicali che seguo arrivino da fuori. Non compro più le riviste musicali italiane perché secondo me sono fatte malino, quando va bene, o sono autoreferenziali quando va male. Mi spiego: Rolling Stone, una di quelle riviste musicali in senso (troppo) lato, ha un potenziale commerciale incredibile. Ma possiede anche un potenziale coraggio che non manca mai di non esprimere. Non lo faceva prima, quando al timone aveva un personaggio coraggioso e curioso come Carlo Antonelli. E non lo fa ora, che al timone c’è l’altra persona che insieme ad Antonelli resuscitò il marchio in Italia salvo poi approdare quasi subito verso altri lidi, Michele Lupi. Che è un ottimo giornalista, per carità. Ma ciò non giustifica il solito giochetto della copertina periodica: sono sempre gli stessi nomi che girano, di anno in anno; e perché mai dovrei sorbirmi ancora — chessò — i Deep Purple, nel 2013? Per quello ci sono magazine di settore (Classix, o la traduzione italiana di Classic Rock). Faccia una volta per tutte e il salto e diventi ciò cui da sempre aspira, ovvero un Dazed and Confused italiano. Rifarei l’abbonamento, giuro.

C’è però una rivista che da sempre si fa vanto di uscire dal coro: Blow Up. Nata come fanzine, si è col tempo imposta come praticamente l’unico nome da seguire, in Italia, per chiunque voglia capire cosa succede nel panorama musicale rubricabile (ancora, in senso larghissimo) come “contemporaneo”. La compro saltuariamente, e ogni volta (passeranno 6-7 mesi tra un numero e l’altro) mi stupisco di come mi sembri una trottola impazzita. Magari sono io che, fotografandola di tanto in tanto, mi perdo il sottile filo che tiene insieme il suo progredire. Epperò, boh, mi spiazza ad ogni acquisto — e non nel senso che mi piacerebbe.
Quello che non capisco, di Blow Up, è il voler col tempo diventare una rivista musicale “globale”. O, meglio, lo capisco benissimo: ci sono da pascolare intere praterie di lettori in fuoriuscita da celebri riviste implose (con tanto di lavaggio pubblico di panni). Però siamo passati dal fare la traduzione italiana di Wire (checché se ne dica, l’unico magazine di carta, nicchioso e spocchioso quanto si vuole, che valga la pena di seguire) a una specie di enciclopedia a buon mercato e a scarsa fattura. La cosa, tra l’altro, pare essere denunciata anche da qualche lettore nella rubrica delle lettere che Bianchi tiene manco dirigesse il Wall Street Journal — non è per la rubrica delle lettere in sé, ci mancherebbe; è per il piedistallo sul quale si colloca al momento di rispondere a chi gli scrive (a lui, ovvio, non al giornale).

Si fa fatica a star dietro a Blow Up, tra una recensione dell’ultimo (eccellente) lavoro di Jakob Ullmann (in cui gli elementi sono però già stati letti altrove; si citassero almeno le fonti) e una retrospettiva sui Replacements.
Non è che qui si voglia a tutti i costi fare i settari. Tutt’altro. Tant’è che le due cose che ho qui citato sono anche quelle che mi hanno fatto spendere i 6 euro del prezzo di copertina a questo giro. Solo che poi, nelle retrospettive, un po’ ci si affoga. C’è voglia di mischiare un po’ i generi, e trasformare una monografia se non proprio in un pezzo di letteratura, quanto meno nell’abbozzo di un romanzo. Con risultati a mio modesto parere scadenti. C’è un alone tipicamente italiano di multidisciplinarietà à la Dams: non si butta via niente, interessa tutto, dimostriamo che le arti le più differenti sono tenute insieme da legami invisibili che noi, eletti, cerchiamo di spiegare al pubblico. A volte, l’impressione è che con i legami ci si attorcigli al punto che non ce la farebbe nemmeno Houdini.
Mi metto nei panni di chi, partendo dal nulla assoluto, vorrebbe conoscere ciò che il musicista in questione ha fatto. Invece, si è investiti da una serie di aneddotica che servirebbe a colorare più che a costituire l’ossatura di un pezzo. Da recensioni delle quali ci si chiede il senso, arrivati a fine lettura. Da columns e rubrichette che, boh, vorrebbero essere un po’ situazioniste e un po’ dada ma che lasciano solo grandi punti interrogativi — quando si riesce ad arrivare fino alla fine.
Va giusto bene che, per leggere certi nomi nelle edicole italiane, non ci sia altra scelta.

In Blow Up si vorrebbe tenere insieme di tutto: il cinema e la sound art, la letteratura e il cazzeggio-ma-acculturato. Solo che poi il rischio che si corre è quello di un lettore che rimane fisso su una sezione e butta via tutto il resto — avete presente, no, nei film pecorecci quando ci si litiga il giornale per accaparrarsi solo l’inserto sportivo?
Io, se fossi SiB, cercherei di formare un tipo di lettore. Senza smaniare per inseguire gli altri e lasciando perdere le troppe supercazzole. Perché può sembrare strano, ma non è situazionismo, non è giulianoferrarismo (si direbbe, ma non vorremmo che Sib s’incazzasse per questa nostra affermazione, che Il Foglio sia preso un po’ a esempio, qua e là), non è giornalismo culturale e/o impegnato, buttare lì cazzabubbole come quella sull’assistenzialismo, che sarebbe (a detta del dir.) “di destra”, senza nemmeno uno straccio di argomentazione (sta nelle lettere al direttore del numero ora in edicola, con un gruppo coraggiosissimo degli ultimi mesi in copertina: i Primal Scream).

Boh. Tutto questo per dire che, di tanto in tanto ci provo. E mi dispiace rimanerci sempre un po’ deluso. Ma, soprattutto, mi dispiace che non riesca a trovare un magazine italiano da seguire. Limite mio, ovvio.