Archivio mensile:Febbraio 2013

Regolare prima e vendere dopo. Una conseguenza.

Un paio di settimane fa scrivevo un post sull’iniziativa di Amoeba di digitalizzare e vendere titoli fuori catalogo, con la promessa di ripartire le royalties correttamente se qualcuno si fosse fatto avanti. Scrivevo, in particolare:

Encomiabile il comportamento della Amoeba che promette di ripartire economicamente chiunque riuscirà a dimostrare di vantare dei diritti su quanto da loro commercializzato; un po’ meno il fatto di vendere prima e regolare i conti dopo.

Alla Numero Group però la cosa non è andata troppo giù. Non tanto l’iniziativa in sé, quanto proprio il fatto che alcuni titoli da loro gestiti siano stati digitalizzati e venduti anche se, in effetti, non era così impossibile risalire a loro in quanto detentori di diritti:

however, the “due diligence” (in making sure that copyrights are truly orphaned) has been less than exemplary (a handful of titles we have a stake in, or manage completely, appeared on the site for sale… and have pretty much all been taken down.)

Il nuovo corso democratico a cinque stelle.

In questi giorni ho sempre “un paio di cose” da scrivere. Oggi su Grillo e i grillini, trionfatori delle ultime elezioni. Partiamo da Grillo, ché mi sembra quello che ha più confusione in testa. Riguardo la composizione del nuovo governo, ad esempio:

“Lo dirò a Napolitano”. Il soggetto qual è? Grillo per caso? O non ho capito bene io o si è spiegato male lui, ma vorrei sapere in quale ruolo parlerà a Napolitano. Quello del candidato non credo, visto che non era candidato. Quello del Presidente del Consiglio? Nemmeno, non mi risulta fosse lui (ma mi potrei sempre sbagliare ed essermi perso una giravolta prima della presentazione delle liste). Mi pare di ricordare che lui non fosse candidato a nulla, ecco. E sono quasi certo che Napolitano i semplici cittadini non li riceva per delle consultazioni.

E poi, sempre via Twitter:

“Assisteremo”? Come, inermi? Siete il primo partito. Se non vi è chiaro, gli Italiani vi hanno chiesto di governare. Insomma, dopo il tempo della protesta è arrivato quello di prendersi qualche responsabilità. Vi spaventa, per caso? A me moltissimo. Ma “assisteremo” sa già di resa. E la rivoluzione?

Poi c’è la questione democratica. Oddio, non vorrei fare quello allarmista o che grida al pericolo della democrazia. Se c’è qualcosa in pericolo, con il M5S, è il senso della decenza e credo che non mancheranno di dimostrare la fondatezza di questa preoccupazione. Però, ecco, oggi su FB leggevo un grillino che si chiedeva dove fossero tutti quelli che avevano votato Pdl, perché lui in due giorni ne aveva “beccato” (sic!) solo uno e voleva dunque sapere “dove sono nascosti” (sic!) gli altri. Ecco, a questa gente mi verrebbe da rispondere così: ma dopo “averli beccati” da “dove sono nascosti” cosa avete intenzione di fare, di corcarli di mazzate? E’ una curiosità la mia, più che altro, giusto per sapere come dobbiamo adeguarci noi persone normali con questo nuovo corso democratico.

Otto cose probabilmente inutili su queste elezioni.

Facciamo così. Io cerco di reprimere la parte di tifoso che c’è in me (e in ognuno di noi) e che in momenti come questi tende ad emergere. Voi, però, fate lo stesso.

Che dire di queste elezioni? Non molto, in verità. I dati che arrivano sono ancora parziali, e fino ad ora abbiamo fatto affidamento su instant poll, exit poll e proiezioni, e di solito si sa come va a finire. Un paio di cose, però, emergono chiaramente.

La prima: i sondaggisti dovrebbero cambiare mestiere, o riacquistare velocemente la credibilità che nelle ultime elezioni hanno perso. Non tutti, per carità. Da salvare, ad esempio, ci sarebbe la Ghislerli ma non si può dire perché è la sondaggista preferita dal Cavaliere e allora si fa un po’ brutta figura. Però è l’unica che ha prodotto i sondaggi che più si avvicinavano a quella che finora sembra essere la realtà, a prescindere poi da chi vinca.

La seconda: ci sarà ancora ingovernabilità. E questa, oltre ad essere finora la cosa più certa, è anche l’unica che in qualche modo si sapeva. L’ideale, per me almeno, sarebbe un bel governo di beneintenzionati che faccia finalmente quelle due-tre riforme che Mario Monti non ha avuto coraggio/opportunità/spazio politico di fare (tra cui quella della legge elettorale, ma si sa che è difficilissimo farla realizzare ai parlamentari) e che ci traghetti a prossime elezioni. Tanto queste, tra un anno e mezzo al massimo, ci saranno lo stesso. Val la pena, quindi, provare a non sprecare tempo prezioso.

La terza: Mario Monti ha fatto flop. Con un merito: dovessero rimanere così le cose, sarà ricordato come quello che ha fatto sparire Fini e Casini dalla politica italiana — ed è di che accontentarsi. Però la sua proposta è stata, politicamente e tatticamente, un suicidio. Aveva la possibilità di essere il leader dei moderati italiani, cioè della maggioranza come vediamo nemmeno troppo silenziosa, e l’ha buttata al vento. Non so se, anche qui, gli sono mancati il coraggio, l’opportunità e lo spazio politico, o è solo stato mal consigliato. So solo che, detto fuor di metafora, si è dimostrato un pollo: aveva la credibilità ma non i voti e, anziché mettersi con chi negli anni aveva perso credibilità ma mantenuto un certo qual numero di voti, è andato con chi non ha mai avuto né l’una né gli altri. Mi si potrebbe obiettare: per forza, Berlusconi anziché tendergli la mano ha preso ad insultarlo. Il che è vero solo a metà, perché prima degli insulti un paio di mani si erano allungate; e, in ogni caso, questo stesso fatto dimostra nuovamente la miopia tattica. In politica, almeno come siamo abituati noi in Italia, gli insulti sono da anni nel menù: ce li si tira addosso ma poi si fa pace. E’ la realpolitik (la troveremo anche più avanti, a proposito di Grillo).
Ben gli sta a Monti — direbbe il tifoso che però ho promesso di tenere a bada. Diciamo solo che, dovesse redimersi, una seconda possibilità gli italiani, probabilmente, gliela daranno anche.

La quarta: via dalle scatole Ingroia, Di Pietro e i comunisti vari ed assortiti (con l’eccezione dell’ultra sinistra vendoliana che, però, da tempo di sé non dice “comunista). Anche qui, c’è di che accontentarsi. Ci sono voluti vent’anni affinché il peggior lato del giustizialismo sparisse dalle aule, ma forse questa volta ce l’abbiamo fatta davvero.

La quinta: rassegnatevi, Berlusconi non lo si elimina così facilmente. Lo sanno tutti, tranne coloro i quali ad ogni giro elettorale vorrebbero fargli la pelle: o con i voti o, semmai, dopo in Parlamento con qualche legge — questa volta sì — ad personam atta a colpire lui o le sue aziende o, alla peggio, qualche famigliare (si vorrebbe sparare nel mucchio, quando manca la strategia). C’è un’Italia, inoltre, che per quanto ci proviate tutte le volte non ha assolutamente la minima intenzione di essere rappresentata dalla sinistra, in qualunque forma o declinazione. E’ così da sempre: solo il Pd non se n’è accorto.

La sesta: il Pd, appunto. Che, al di là di come finirà con i dati reali, sarà ricordato come quello che queste elezioni ha fatto di tutto per non vincerle. A cominciare dalle primarie e dall’assurda idea di apparato che Renzi non dovesse in alcun modo vincerle. Si è vista come è finita. Già: sarà cinico, ma se c’è un colpevole massimo di questo immobilismo, esso è il Pd. Avesse fatto il possibile per sostenere Renzi, che non vuol dire truccare le primarie in suo favore ma nemmeno boicottarle a suo svantaggio impedendo di fatto che gli elettori lo votassero, a questo punto i risultati e gli uomini in campo non sarebbero questi, e forse si parlerebbe davvero di Terza Repubblica.

La settima: Grillo. Mi fa paura, e anche un po’ schifo. Però, inutile negarlo, l’unico vero vincitore di queste elezioni è lui. Primo partito, si dice. Già. Ora però inizia il divertimento: vedere i grillini in Parlamento. Grillo dice che sarà un piacere e non vede l’ora; io anche. Perché fino ad oggi, in tutte le città dove il Movimento 5 Stelle ha vinto, non è che sia stato fatto granché. C’è quella cosa che si chiama Realpolitik e che né Grillo né — soprattutto — i suoi sostenitori, hanno compreso. Parma, ad esempio. Parma non è quasi mai stata citata da Grillo in questa campagna, segno che le cose, dove sono al potere, non è che siano esattamente come se le erano immaginate.

L’ottava, e ultima: queste parole, scritte alle 7 di sera, non valgono un cazzo. Però tutti dicono la loro, e mi sembrava brutto non farlo.

Edit — passate le ore, e visti i risultati definitivi, vale ancora la stragrande maggioranza delle cose sopra scritte. Un paio di puntualizzazioni: a differenza di Fini, Casini avrà ancora un posticino. E vabbé. Grillo è il vero vincitore numerico di queste elezioni, e ora bisogna capire se le larghe maggioranze il Pd preferirà farle con lui o con altri. Io credo che il Pd proverà a farle con lui, con lo scouting o con altri mezzi (simili al “mercato delle vacche” che però viene scomodato solo quando c’è di mezzo il Pdl, vai a sapere perché). Grillo, al momento, pare aver risposto picche. Al momento, perché una buona dose di realismo dovrà necessariamente tirarlo fuori. La peggiore delle ipotesi, per questa classe politica indecisa su tutto, sarebbe quella di ignorare Grillo e farlo ingrossare fino a percentuali ancora più alte di quelle prese ieri. Mi viene un brivido, ma è così: questo a furia di “arrivare 3” (copyright Giuliano Ferrara) si sta infilando piano piano nelle pieghe della politica italiana per rivoltarla come un calzino.
Rimangono i due colpevoli assoluti di queste elezioni: Pd e Mario Monti.

Dieci anni che sembrano secoli.

Raccontare i tempi di Napster, oggi, suona anacronistico come decantare la lode della musicassetta in macchina mentre si limonava. Sta di fatto che la fruizione musicale per come la conosciamo ora — qualcuno dice: per come si è conciata oggi — non sarebbe stata la stessa senza quel software (e tutti gli epigoni che ne seguirono, certo). In occasione del documentario Downloaded, la cui premiere sarà durante il prossimo SXSW film festival — sull’Observer Tom Lamont si lancia in qualcosa a metà tra il ripercorrere le tappe e il memoir su come la sua vita e quella di altre persone sia cambiata da quei giorni del 2000.

Per quanto impallidisca di fronte ad altri avvenimenti, a suo modo la scoperta di Napster conserva in ognuno di noi un ricordo simile a quello di altri e ben più importanti (talvolta anche gravi) avvenimenti. Tutti ci ricordiamo, infatti, la prima volta che abbiamo avuto accesso a quel software magico. Prima, scaricare musica da internet in quell’oscuro formato che si chiama Mp3, era una cosa da smanettoni professionisti; l’utente medio, infatti, spesso si doveva accontentare di un brano guadagnato con sofferenza non solo per via della velocità dei collegamenti, ma anche per la non facile reperibilità. Da Napster in poi, era come saccheggiare un supermercato con la merce ordinata sugli scaffali. E tutti ci ricordiamo la prima canzone che abbiamo scaricato.

Non sto facendo dela facile nostalgia mischiata all’apologia della pirateria. Il discorso, tra l’altro, sarebbe troppo complesso e ho provato a spiegarne non le motivazioni, ma quanto meno il mio punto di vista, altre volte. Rimane indubbio il senso di liberazione che non solo gli appassionati di musica, ma anche il semplice “ascoltatore medio”, provavano all’apertura del magico software. Improvvisamente ci siamo riempiti le case di cd-r pieni zeppi di files audio. Una volta scoperto che i cd-r da battaglia dopo qualche anno risultavano illeggibili, i più temerari si sono dotati di hard disk (e i più maniaci di ulteriori hard disk che fungevano da backup).

Personalmente, non ho mai smesso di comprare dischi. Continuo a farlo tutt’ora che l’ascolto musicale quasi gratuito è più che legalizzato (in questo momento, ad esempio, sto ascoltando un vecchio album dei Japan tramite Spotify) e devo dire che non ho la più pallida idea di dove siano finiti quei brani scaricati con Napster — segno che si trattava più di una bulimia, di un desiderio incontrollato di possesso, che di un vero e proprio interesse: anche questa è una delle degenerazioni nella fruizione musicale generate dal file-sharing.
Però rifletto sul tempo che è passato da quelle serate in cui la disperazione per connessioni lentissime era compensata dallo stupore per la quantità di roba che si poteva “tirare giù”. Quelle serate in cui si conosceva anche un sacco di gente tramite l’apposita chat, che alla bisogna era usata anche per insultare l’utente che ci limitava l’accesso alla sua libreria o che si disconnetteva proprio quando eravamo ad un passo dall’aver scaricato un intero album. Sono passati poco più di dieci anni, ma sembrano passati secoli.

Bellissimo

Volevo solo scrivere una cosa. In Italia non si è mai votato sotto la neve. Si è sempre preferito correre il rischio della gita fuori porta, o del weekend al mare, anziché quello degli ombrelli, delle catene alle ruote e dei doposci. I sondaggisti dicono che il maltempo di queste ore potrebbe costare dai due ai tre punti percentuali nel dato complessivo dell’affluenza. Boh, non saprei: al mio seggio c’era abbastanza coda, direi anche più delle volte precedenti.
In ogni caso: è la prima volta che l’Italia vota sotto la neve. Ed è bellissimo.

Una dichiarazione di voto, tipo.

E così domenica e lunedì si vota. Bell’affare — direte voi — sta scritto ovunque e arrivi tu a ricordarcelo?
Sì, perché per me si vota solo da ieri. Prima era un problema. Una sofferenza. Per la prima volta ho cagato un mare di dubbi su chi avrei votato. Allora ho provato a fare un’analisi analitica, per esclusione. Arrivato a due possibili ipotesi, ho smesso di escludere e ho iniziato a concentrarmi su quelle. Succedeva più o meno così: una mattina mi alzavo pensando che avrei sicuramente votato l’opzione 1, la mattina dopo succedeva lo stesso con l’opzione 2. Ogni tanto una delle opzioni escluse con meno convinzione tornava a riaffacciarsi — salvo poi ingolfarsi con le sue stesse mani e auto-escludersi d’ufficio a pochi giorni dal voto; sì, mi riferisco ad Oscar Giannino, personaggio che ho sempre ammirato e che non mi ha deluso tanto per la mancanza di titoli accademici (e chissenefrega?) quanto perché non ho proprio capito il motivo di cacciare balle così assurde dopo che hai fondato parte dei ragionamenti sul merito.
Sono andato avanti a fare questi salti (un po’ di qua, un po’ di là) per un mese. Dopodiché ho preso le due opzioni, le ho rimesse in fila e ho ricominciato da capo, solo con quelle due. Analiticamente, per esclusione, ne doveva rimanere una.

Non ne è rimasta neanche una.

A quel punto, superata la fase in cui si cerca l’aiuto della ragione per orientarsi, subentra la fase in cui è il cuore (qualcuno dice la pancia) a prendere il sopravvento. E qui non c’è stata storia: una opzione, di cuore, ce l’avevo. Avrei seguito quella. Il guaio era solo uno: trovare delle motivazioni che mi convincessero che, in fondo, non stessi facendo una stupidata. Ma nemmeno una stupidata, ecco: che non stessi sprecando il mio voto, più che altro. E qui è stato facile.

No, il mio voto non lo sto sprecando per il semplice motivo che — secondo logica — se pensassi questo mi auto-accuserei di aver sprecato il mio voto negli ultimi 12 anni. No, il mio voto non lo sto sprecando. Il ragionamento che ho fatto è tanto semplice: quale programma, al netto della sua realizzazione che come sappiamo è sempre utopica, e persino al netto di chi dovrebbe realizzarlo, mi rappresenta maggiormente? Eccolo, quello. Chi mi ricompatta contro molte delle cose che non sopporto nella società, nella politica, nella cultura? Sempre quello. Qual è il partito più sputtanato di tutti, il più impresentabile? Sempre quello, lo stesso che tutti dicono che non bisognerebbe votare. Ma questo sarebbe troppo anche per il mio conformismo.

Non è un voto convinto, tutt’altro. Lo è solo per pochi aspetti e anche questi soffocati da un leggero velo di vergogna (ma giusto un po’, perché si subisce sempre l’influenza di ciò che in società non si porta).
C’è prima di tutto una questione di libertà. Detta così fa un po’ ridere, lo so. Quando però sei convinto che dall’altra parte (un’altra parte piuttosto ampia, per la verità) non vedano l’ora, una volta al governo, di fargli il culo a strisce a quello della parte di qua, beh capisci che la sua libertà è anche un po’ la tua. E se la storia si ripete, identica, da ormai vent’anni a questa parte, la colpa non può stare solo in una delle due parti. Dall’altra parte c’hanno il pallino che lo vogliono mettere in gabbia, è più forte di loro. E io in gabbia ci metterei meno gente possibile, pensa te.
Non è un voto convinto perché avrei voluto cambiare, se solo ne avessi avuta l’occasione. Certo, sarebbe facile dire che di occasioni ce ne sono state. E’ una balla montata ad arte, però. Perché di occasione ce n’è stata una e mezza, ad essere larghi. La mezza era rappresentata da Matteo Renzi, il ragazzino che voleva scontrarsi con l’apparato del Pci-Pds-Ds-Pd ma sappiamo come è andata a finire. C’è solo da sperare che non passi da giovane promessa a solito stronzo (cit. Arbasino) nel giro di due turni, demolendo definitivamente tutti quelli che di lui s’erano illusi. L’altra occasione si chiamava Mario Monti. Un gentiluomo e una persona per bene, per carità. Ma che non voto non per quello che ha fatto, bensì per quello che non ha fatto avendone avuta una possibilità eclatante. Oltre che per la cazzata madornale, politicamente parlando, di imbarcare con se Fini e Casini; il primo si è praticamente suicidato mentre il secondo, al contrario, è il re del trasformismo e — fateci caso — è sparito dal dibattito che conta non appena ha messo al sicuro il suo obiettivo. Se la lista di Monti dovesse fare un risultato più che dignitoso (cosa che, in un certo qual modo, auspico), vedrete che Pierferdinando darà delle grandi rotture di palle a Monti.

Potreste obiettare: sono tutte critiche che si possono muovere anche alla parte che sembri aver scelto. Ed è verissimo. Ci sono delle volte che sento parlare quelli della mia parte e mi vergogno per loro. Ne ho letti, sentiti e qualcuno anche visto: per la maggior parte sono imbarazzanti. Sono ballerini scoordinati capitati chissà come in prima fila. Ecco, dopo averlo capito questo “come”, mi piacerebbe anche che non si ripetesse più. Aggiungo di più: Berlusconi è il peggio che ci sia, politicamente, in questo momento in Italia. Ma è anche l’unico che si tiene lontano da ogni moralismo, da ogni “migliorismo”; quegli altri sono “L’Italia Migliore”, da slogan: una roba che mette i brividi, che sa di pensiero unico, di visione unica. Di soviet. Quanto a Monti, beh, ha condotto una campagna elettorale già di suo strana e brevissima con una bussola tattica completamente impazzita. E’ arrivato a dire — a sparare, anche lui — che vuole diminuire il costo del lavoro per chi assume con contratti a tempo indeterminato, che è solo la versione tecnica del “prometto 1 milione di posti di lavoro” alle poste, col culo parato. Verrebbe da ridere.

Ho detto che la scelta è di cuore, non di mente. E poi, se devo sperare che qualcosa cambi, tanto vale farlo stando nel perimetro in cui, come indirizzo culturale di massima, ci si sente rappresentati — sì, anche da certo colore del leader. Come gli italiani medi. Anzi, peggio. Una condanna a rivotarlo con la consapevolezza mica di crederci, ma di essere incazzati neri.

Per quanto possa valere, questo mio pensiero ho cercato di riassumerlo anche in una lettera che ho mandato al Foglio e che è stata pubblicata questa mattina:

lettera_foglio

E’ uno di quei casi in cui serve avere qualcuno che ti capisca. Già, su con la vita, ché le cose importanti probabilmente sono altre.

In Italia noi siamo sempre stati dei medi-democristiani.

Da un paio di giorni il mondo sembra essersi occupato di questa cosa che in Islanda vogliono mettere al bando la pornografia. Sì, in Islanda. Dove vivono bene. Dove sono “medi-progressisti” (cit. il megadirettore di fantozziana memoria), liberali, vagamente libertari e guidati da una premier dichiaratamente lesbica. Della questione ne hanno scritto un po’ tutti, e un po’ tutti riportavano le medesime dichiarazioni di Halla Gunnarsdottir, collaboratrice del Ministro degli Interni. La copia-incollo dall’Observer di ieri:

Research shows that the average age of children who see online porn is 11 in Iceland and we are concerned about that and about the increasingly violent nature of what they are exposed to. This is concern coming to us from professionals since mainstream porn has become very brutal

E’ innegabile che la rete abbia allargato l’accesso ad ogni tipo di materiale — ivi compreso quello pornografico — a chiunque, grande o piccino che sia (e a 11 anni si è sufficientemente sgamati per sapere come navigare in rete; non so in Islanda, ma in Italia a 11 si è addirittura più sgamati che a 50, almeno ora con queste generazioni in campo). Non voglio fare una disamina sulla correttezza o meno della proposta Islandese, lungi da me. Vorrei solo ricordare che noi tutti, a 11 anni o a 12 o a 13 o comunque in quell’epoca in qui l’Internet ancora non c’era, andavamo a sbirciare le copertine delle riviste hard nel retro delle edicole a chiosco. E in Italia siamo sempre stati dei medi-democristiani.

Un paio di impressioni su Spotify.

spotify
Come altri dieci milioni di persone, numero più numero meno, oggi mi sono iscritto a Spotify. Un servizio nato in Svezia, presente in gran parte del mondo sviluppato e che in Italia hanno deciso di lanciare proprio il giorno di inizio del Festivàl di Sanremo. Il suo funzionamento è molto semplice e parte da un concetto col quale tutti dovremo, prima o poi, iniziare a fare i conti: la musica non esiste più se la identifichiamo con un supporto fisico. Già con l’mp3 il passo era compiuto a metà; ma l’mp3, anche se non lo si poteva fisicamente toccare, lo si vedeva nella cartella. Stava lì, in qualche modo lo identificavamo, e con lui la musica in esso contenuta. Con Spotify questa concezione è da rivedere totalmente: la musica non la possediamo, la ascoltiamo e basta, prendendola in prestito per il tempo che ci serve — o per quello che il servizio stesso ci concede, come vedremo — ma non è nostra. La base di fruizione musicale non è più: tutta la musica che posso permettermi di acquistare. E nemmeno: tutta la musica che riesco a scaricare illegalmente. Bensì: tutta la musica che riesco ad ascoltare — “all you can hear”, per mutuare una formula di successo nel mondo culinario.

Spotify funziona così: crei un account ad hoc o ti connetti al servizio mediante quello di Facebook, scarichi un client (per pc o Mac) e ti si apre una sorta di iTunes dal quale ascoltare un repertorio musicale, spiegano, di circa 20 milioni di brani, frutto dell’accordo tra Spotify, le quattro major discografiche (Sony, Warner, Universal, EMI) e un certo numero di etichette indipendenti. Tre le tipologie di account disponbili: quella base, gratuita, che permette l’ascolto dal solo client desktop per un limite massimo di 10 ore mensili e con l’interruzione di spot pubblicitari ogni 3-4 brani trasmessi; uno intermedio, chiamato “unlimited”, che offre le stesse caratteristiche del gratuito ma per 4,99 euro mensili toglie il limite di ore e gli spot pubblicitari; l’ultimo, chiamato “premium”, che costa 9,99 euro al mese e permette l’ascolto illimitato, volendo anche ad una qualità musicale superiore, oltre che la sincronizzazione delle proprie playlist sui dispositivi mobili (iOS, Adroid, Windows mobile) e la possibilità, quindi, di ascoltarle anche in modalità offline (fino al mancato rinnovo dell’abbonamento). La musica acquistata in abbonamento (o finanziata con la pubblicità, nel caso della versione free), secondo la logica del pago subito (l’incasso è sicuro e immediato) ma di meno per ascoltare senza possedere, contro il forse pago, di più, ma possiedo.

Quali sono le prime impressioni? Positive. Ovviamente il repertorio contenuto è del tipo “musica commerciale”, nonostante la quantità di brani a disposizione fa sì che si possa sconfinare anche in nicche non esattamente pop. La gestione della musica è forse troppo orientata al modello social: condividi su facebook, twitter, vedi cosa ascoltano i tuoi amici (di Spotify o del social con il cui account ti sei connesso) e questi possono a loro volta consigliarti dei brani. Tutto ciò è facilmente, e fortunatamente, evitabile avviando una sessione in modalità privata, che per uno come me che vive la fruizione musicale in modo molto personale è una specie di manna dal cielo. Dicevamo del catalogo: la prova della sua vastità l’ho fatta cercando uno di quegli avanguardisti che piacciono a me, e ovviamente non trovandolo. Detto questo, se non si pretende la luna, c’è davvero di tutto, compreso un centinaio di euro dell’ultimo ordine che ho fatto su Amazon e che, azzardo, non avrei fatto se mi fossi iscritto prima al servizio (si trattava di dischi di back-catalogue).

Il costo è davvero basso: se non vi interessa la portabilità della musica, con niente o con 5 euro al mese avete accesso ad un archivio discografico di tutto rispetto. Anche la qualità musicale, pur in modalità normale (non “alta”, come permette l’account premium) è più che dignitosa e dà immediatamente l’impressione che siano passati 3 secoli da ieri, quando eravamo troppo pigri per allungare il braccio fino allo scaffale più alto e ripiegavamo così sull’ascolto di un intero album su Youtube.
L’effetto collaterale, da non sottovalutare, è l’imbarazzo della scelta: spesso si corre il rischio di perdere più tempo a vedere “se c’è questo o se c’è quello” che a fare un vero e proprio ascolto. Ascolto che, inutile aggiungere, è orientato al “mentre sto facendo altro”: mi viene difficile pensare, al momento, di mettermi lì ad ascoltare attentamente un album mediante Spotify. Questa è l’unica critica che mi sento di muovere al servizio, anche se capisco che possa sembrare eccessivamente anacronistica o romantica: non sarà di sicuro Spotify a svuotare la musica dal suo ascolto attento e ponderato, però rischia di accelerare questo processo notevolmente.

Certo si scopre un vaso di Pandora — no, il bisticcio di parole con uno dei concorrenti di Spotify non è casuale — e si riascoltano cose che c’eravamo dimenticati da tempo. Ora, ad esempio, mentre sto rileggendo questo pezzo sto streammando una raccolta degli Enuff Z’Nuff che non ascoltavo da 15 anni. Effetto nostalgia, che dubito però riuscirà a sopraffare quello della ricerca di nuova musica.

edit — un paio di cose che smorzano un po’ l’entusiasmo. Primo: quando si installa il programmino, questo di default cerca la musica presente sul nostro pc e se la infila dentro; il che, avendo già altri tre-quattro player musicali, rappresenta più che una comodità una seccatura, facilmente risolvibile dalle preferenze. Secondo: ho scaricato l’app per iPad e automaticamente mi ha attivato la modalità premium in prova. Ma io non la volevo.

Lunedì blu.

Dopo Peter Hook, che qualche giorno fa sul New York Times raccontava la storia dei Joy Division, oggi sul Guardian Gillan Gilbert e l’art director Peter Saville raccontano la genesi di Blue Monday:

Blue Monday was meant to be robotic, the idea being that we could walk on stage and do it without playing the instruments ourselves. We spent days trying to get a robot voice to sing “How does it feel?”, but somebody wiped the track. Bernard ended up singing it. He says the lyric came about because he was fed up with journalists asking him how he felt. The lines about the beach and the harbour were the start of his many nautical references – he loves sailing. And Peter Hook’s bassline was nicked from an Ennio Morricone film soundtrack.

best (?) new (sic!) music.

My Bloody Valentine collect an award for their album Loveless in 2008

Oggi pomeriggio l’ho fatto. Mi ci sono mezzo di buzzo buono e ho ascoltato attentamente m b v, il nuovo disco dei My Bloody Valentine.
La genesi del disco la conoscono tutti: doveva uscire una ventina di anni fa, Kevin Shields dichiarava da tempo (leggasi, almeno una quindicina di anni) che il disco era pronto e che, insomma, la pubblicazione sarebbe stata a breve. Poi invece è successo che sono uscite le ristampe di Isn’t Anything e Loveless — e anche lì tra l’annuncio e l’uscita di tempo ne è passato, sufficiente anche per invertire l’ordine dei dischi nella ristampa di Loveless: il secondo corrisponde alla ristampa originale del primo e il primo a quella dai nastri da mezzo pollice, viceversa rispetto a quanto scritto nel libretto.

Poi, improvvisamente, sabato scorso l’album è apparso in rete. Autoprodotto, ché non sono più i tempi di cambiare l’angolazione della musica pop e di uscire su un’etichetta figa come la Creation. La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo e il sito del gruppo, l’unico posto dove l’album è acquistabile fisicamente e in digitale, è crashato per ore. Non bastasse per far capire quanto l’attesa fosse elevata, nel giro di pochissimo tempo l’album ha ricevuto un’enorme quantità di voti su Rate Your Music ed è diventato “best new music” su Pitchfork (il link cercatevelo da voi, vado piuttosto di fretta).

Dicevo: mi ci sono messo e l’ho ascoltato. Non era la prima volta. Un paio di ascolti più o meno distratti li avevo già dati nei giorni scorsi, tanto bastava per farmi una prima negativa impressione. Best new music su Pitchfork, e ci sta per il tempio dell’hipsterismo musicale. Possiamo anche chiudere un orecchio e pensare che la musica contenuta in m b v non sia affatto malaccio — cosa che effettivamente non è: intendiamoci, il lavoro si fa ascoltare eccome. Mi concentrerei di più sull’aggettivo “new”. Ecco, non c’è nulla di nuovo che possa giustificare 22 anni di attesa. L’album ormai era diventato una barzelletta, sopravvissuto a quell’altra barzelletta che si chiama “Chinese Democracy” buttata fuori da un tizio che una volta cantava con i Guns ‘n Roses. Voglio dire: 22 anni e mi fai un disco identico a Loveless? Cioè, nemmeno identico a Loveless, che saprebbe già di capolavoro, muffo ma capolavoro — anche se io ho sempre preferito di più Isn’t Anything: avanti con gli insulti.

(Apro una parentesi che con il resto del discorso non c’entra nulla, per cui se non volete perdere il filo, saltatela a pie’ pari. La apro per spiegare perché, secondo me, Isn’t Anything è più bello di Loveless. Contiene Several Girls Galore, il brano in cui il basso non esiste se non alla fine, nell’ultimo ritornello, dopo che per oltre due minuti ogni battuta sembrava quella buona per farlo entrare ma niente, lui rimaneva fuori dallo spettro sonoro. E’ un vecchio trucco, direi mutuato dal sesso, per far esplodere il brano in ritardo e tenere incollato l’ascoltatore alla musica in attesa spasmodica, allo stesso modo in cui l’orgasmo esplode alla fine del rapporto. Ma è, soprattutto, uno di quei momenti che ti fanno comprendere la bellezza della musica e dell’ascolto. Come quando senti in radio, e capita sempre per sbaglio, Fool in the rain dei Led Zeppelin; o quando Joey Santiago suona quel riff — riff? — di chitarra esattamente tra il primo giro di basso e l’attacco di batteria in Debaser dei Pixies; o, ancora, come quando Thomas Koner sembra far esplodere i relitti di una guerra post-nucleare nel suo ultimo, meraviglioso, Novaya Zemlya dello scorso anno. Chiusa la parentesi)

Il fatto è che questo sembra un disco di scarti di Loveless, o forse c’entra solo che sono passati tanti, troppi anni, e una roba del genere oggi, nel 2013, ci sembra impossibile anziché irresistibile. Da Kevin Shields ci si aspettava un disco epocale, un disco in grado di cambiare ancora il corso della musica pop (come Brian Eno disse una volta del loro brano “Soon”); non un dischetto che ripercorre un lavoro del secolo scorso. Ditemi che è uno scherzo, che Shields si sentiva sotto pressione per via di un bluff al quale non riusciva più a resistere nemmeno lui — ma quale nuovo disco?, tutte balle!, non ho in cantiere nulla e ora vi raffazzono due vecchie demo che già all’epoca scartammo così la smettete di pressarmi.

Leggevo in rete, per sondare un po’ gli umori sul lavoro, umori che — meglio precisare — quasi mai coincidono con questi miei. E mi sono imbattuto in un vecchio articolo di Rolling Stone, edizione americana. Era il 1992, e Kevin Shields dichiarava che loro non avrebbero mai suonato meglio dei Beatles, anche se i My Bloody Valentine erano l’ora e i Beatles il passato:

if you play our thing and then play theirs, ours is different — ours is now and theirs is then.

Che è una frase bellissima, e veritiera e universale. E ho pensato che di tempo ne dev’essere passato davvero tanto, se anche uno dalla coerenza pressoché inappuntabile come lui ha deciso di rimangiarsi la parola data. Ora trovatemi un ragazzino di questi qui della nuova generazione che vada a dire a RS che loro non suoneranno mai come i MBV, però sono il suono di adesso e quello di Shields il suono di un paio di epoche fa. Poco importa, ormai, se hai rappresentato l’ultimo scossone realmente interessante nella musica pop (così sistemiamo anche quelli che i Nirvana sono stati l’ultima meraviglia). Hai avuto la possibilità di dire ancora la tua, per altro davanti ad una platea in trepidante attesa da oltre vent’anni, e ti sei comportato come la montagna che ha partorito il topolino – proverbiale.
Ci si potrebbe aggrappare agli ultimi brani, quelli che — proprio come il già citato “Soon” di Loveless” — strizzano l’occhio all’amore di Shileds per la jungle. Ma sarebbe una cazzata altrettanto anacronistica: non avrei perso tempo nemmeno se il nostro si fosse infatuato di dubstep, tanto l’avrei trovato antiquato. Figuriamoci anche solo prendere in considerazione un fenomeno musicale anch’esso di una ventina d’anni fa. Diciamo solo, allora, che i pezzi migliori sono quelli in cui canta Bilinda Butcher. Ma già lo sapevo che avrei preferito quelli.