Archivio mensile:Gennaio 2013

Vendere prima e regolare i conti dopo. Un’idea?

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Amoeba Music, catena di negozi di dischi statutinitense famosa tra i collezionisti per la sua vastissima fornitura, ha intrapreso un’operazione a metà strada tra la sopravvivenza cui tutti i negozi di dischi aspirano, il marketing e la salvaguardia di un certo tipo di repertorio musicale.
L’idea è semplice, e la spiega a Variety il titolare di Amoeba Jim Owens: abbiamo uno stock di dischi cosiddetti “esoterici”, vecchiume discografico per la maggior parte fuori catalogo ma dall’immenso valore musicale, l’abbiamo digitalizzato e messo in vendita attraverso la sezione Vinyl Vaults del nostro sito.

Ci sarebbe però la questione dei titolari dei diritti associati a questi supporti fonografici. Owens ha dichiarato che per Moeba è impossibile risalire a chi detiene questi diritti, proprio per via della natura dei supporti stessi. Però, aggiunge, i ricavi della vendita di questi file digitali vengono accantonati, e se qualcuno si fa avanti reclamando un suo diritto ovviamente ripartiamo quanto gli spetta, compresa la facoltà di chiederci di togliere dal commercio quelle digitalizzazioni.

L’idea, come scrivevo all’inizio, è interessante e apre molti paradigmi sul futuro della vendita di musica, almeno in alcune nicchie. Se da un lato, infatti, in questo modo è possibile generare ancora un’economia di larga scala con prodotti destinati altrimenti a girare solo tra il cerchio ristretto dei collezionisti, dall’altra è inevitabile un approccio, per così dire, più legale alla vicenda. Encomiabile il comportamento della Amoeba che promette di ripartire economicamente chiunque riuscirà a dimostrare di vantare dei diritti su quanto da loro commercializzato; un po’ meno il fatto di vendere prima e regolare i conti dopo. Anche se c’è da dire che la cosa avviene, più o meno regolarmente, anche in altri settori: quante volte leggiamo, nelle note di stampa di un libro o nel colophon di una rivista, che l’editore è disponibile a regolare i compensi per le immagini stampate delle quali non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto?

Un’altra questione sollevata da questa iniziativa riguarda i cosiddetti “sharity blogs”, ovvero quei blog musicali che pubblicano — anche in questo caso in modo non regolare — i dischi che sono da tempo fuori catalogo. Di esempi di questo tipo ne è piena la rete, e il caso più famoso è forse quello del portale di Kenneth Goldsmith Ubu. Anche in questo mondo, però, ci si attrezza se non proprio per regolare i conti, almeno per preservarsi la coscienza. Spessissimo, infatti, lo scopo di questi portali non è quello di fomentare la pirateria musicale, bensì di rendere disponibili agli appassionati titoli che altrimenti sarebbero di difficilissima reperibilità. Inoltre, quando capita che uno di questi dischi sia ristampato, il collegamento per il download viene disattivato e compaiono tutte le indicazioni per l’acquisto della ristampa per chi fosse interessato. Un modello decisamente meno orientato al business e che dovrà tenere conto dell’operazione Amoeba qualora questa dovesse prendere piede. Attualmente i titoli disponibili sono relativamente pochi, un migliaio, ma la promessa è quella di aggiungerne 10-15 ogni giorno, pescando da un serbatoio di rarità musicali decisamente maggiore.

John Perry, La Nobile Arte del Cazzeggio (Sperling & Kupfer, 2013)

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Non è difficile comprendere il motivo della scelta di cambiare la parola chiave del titolo nella traduzione italiana, e trasformare così il verbo “procrastinare” nel più maramaldo “cazzeggiare”. Fatto sta che “La Nobile Arte Del Cazzeggio” (che in inglese non è nemmeno “nobile” ma è solo “The Art of Procrastination”) di John Perry — appena uscito per i tizi di Sperling & Kupfer — parla dei procrastinatori professionisti, non dei cazzeggiatori. La differenza c’è e non è affatto sottile, nonostante il marketing editoriale trovi che il verbo “procrastinare” non titilli le papille gustative dell’italiano in gita in libreria avvezzo di suo a sognare una vita intera di fannullismo e in cerca di una scusa per la realizzazione dei suoi sogni. Procrastinare significa rimandare qualcosa ma non è affatto detto che, nel tempo guadagnato, si debba rimanere con le mani in mano: ci sono milioni di altri compiti che si possono fare e possono essere altrettanto utili (se non di più) della cosa rimandata.

Il libretto, che ieri ho comprato e letto tutto d’un fiato, è collocato dai librai di casa nostra tra i manuali di self-help — quei tediosi libri ai quali i depressi e gli insicuri (due categorie editorialmente forti) si aggrappano con tutte le forze — pur non collocandosi affatto in quel genere. John Perry è un filosofo e la parte centrale del libro, quella dedicata al particolare tipo di procrastinatore definito “strutturato”, era già edita come il frutto di una ricerca filosofica pubblicata sulla rivista di satira scientifica Annals of Improbable Research, oltre che come il risultato della procrastinazione dell’autore stesso.

Ma in cosa consiste questa procrastinazione strutturata? Primo, nel non sentirsi affatto in colpa quando si rimandano i lavori; a patto però — e qui sta il trucco — che nel frattempo si faccia altro, secondo una scala di priorità che, mettendo in cima alla lista i lavori più importanti e difficili, fa sì che nel frattempo prima della loro realizzazione si possano eseguire altri compiti in sostituzione (per alleviare, appunto, il nostro senso di colpa). Col risultato che, prima o poi, tutto ciò che c’era da svolgere sia stato svolto. Quando va bene, poi, può capitare che quel compito così costantemente rimandato non sia più da svolgere.

Per il lettore abituato a ragionare con questi criteri, la lettura risulterà semplice oltre che appagante. Ma vengono analizzate, all’interno del libro, anche le motivazioni che portano i perfettini, gli ordinati (secondo una struttura di tipo “verticale”) ad odiare così tanto i procrastinatori, sebbene non è detto che tra una partnership dei due tipi non escano risultati buoni se non ottimi.

Il punto di partenza è vecchio e abusato: l’essere umano non è poi così razionale nei suoi comportamenti come si vorrebbe — e come lo si descrive. Tuttavia il tono di Perry nel sviluppare la sua teoria, snocciolata con una certa dose di surreale ironia, non è mai quello del maestrino. Anzi. Gli esempi portati a sostegno delle proprie tesi lo rendono un libello interessante anche per chi solitamente inizia a sbadigliare alla seconda sillaba di “filosofia”.

Il potente ufficio stampa dell’editore sta riuscendo nell’impresa di far parlare di questo testo in ogni dove. Meglio di tutti, come spessissimo le capita, ne ha scritto Annalena Benini nella sua “lettera rubata” sul Foglio dello scorso sabato. Tuttavia mi preme sottolineare che nel mio Kindle il libro l’ho infilato con i soldini miei (tanti, troppi come al solito per un ebook). Per cui, se pensate che queste righe costituiscano una marchetta poco o tanto remunerata fatelo pure, ma sappiate che lo è solo in potenza per un futuro pieno di copie promozionali (così mi gioco del tutto la possibilità e la facciamo finita).

Speriamo siano solo gli antibiotici.

L’uomo ha sempre avuto una spiccata passione per la provocazione. Certo questo non serve — non basta — a giustificare certe sue uscite, ultima quella di oggi su Benito Mussolini che avrebbe fatto anche cose buone ma peccato per le leggi razziali e l’alleanza con i tedeschi. Affermazioni del genere, di cui per altro già in passato aveva dato prova, sono sinceramente vergognose e non hanno giustificazioni che possano reggere. Non devono essere fatte, punto. Tanto meno da una persona che è stata più volte Presidente del Consiglio di una nazione democratica. Sia detto in modo anche un po’ brutale: affermazioni del genere fatte da un personaggio politico in Germania, ad esempio, finirebbero con il ritiro a vita privata e vergognosa di chi le ha fatte.

E però non facciamo i moralisti. Vero anche che non sono affermazioni come queste che possono far dubitare di un sincero antifascismo del personaggio — o, se preferite, che non possono far nascere sospetti di affiliazioni a gruppi, movimenti o anche solo ideali di dubbia natura e dubbio gusto. Insomma, sfido chiunque a dire che Berlusconi sia un personaggio sinceramente fascista. Ammettendo pure, per assurdo, che sia così, ci sono altri episodi che cozzano immediatamente con questa immagine: ce lo ricordiamo ancora tutti il 25 aprile del 2009, ad Onna, rendere omaggio alla festa della Liberazione col fazzoletto partigiano al collo. Se quella fu rubricata come “photo opportunity”, non si vede perché non possano essere rubricate come cazzate le affermazioni di oggi — e fatte salve tutte le premesse sull’inopportunità di certe affermazioni fatte prima.

C’è però da dire una cosa. Il Cavaliere che dice quello che ha detto provoca due reazioni immediate. La prima, ovviamente in negativo per lui: si attira, in un momento in cui ha evidentemente bisogno di tutt’altro, una certa antipatia che scatta come reazione incondizionata e comprensibile per i motivi di cui sopra. Insomma, è evidente l’assoluta inopportunità di affermare certe sciocchezze — speriamo vivamente che siano solo il risultato di una dose troppo forte di antibiotici ai quali pare sia sottoposto in questi giorni. La seconda, è che anche oggi è riuscito a catalizzare su di sé l’attenzione di tutto il circo politico e mediatico. Che è poi il risultato cui punta sempre. Anche se la speranza, almeno da queste parti, è che l’attenzione venga attirata per contenuti diciamo così più attuali e inerenti con le prossime elezioni. Ma sarebbe chiedere troppo.

Weekly list (20-27/01/2013)

Siccome un blog, per certa misura, deve essere anche uno spazio dove sperimentare delle cose, da oggi ogni domenica pubblicherò una lista contenente le 10 cose (a volte di più, a volte di meno) più interessanti che ho letto in rete durante la settimana. La parte della sperimentazione riguarda il fatto che un’operazione del genere l’avevo pensata per un progetto in nuce (che sboccerà a breve) e avevo così bisogno di testarla da qualche parte.

Per ragioni di sicurezza, la piattaforma WordPress.com non permette di embeddare particolari codici, come quelli che compongono la lista di cui sopra; per questo motivo sono constretto a mettere solo il link. Sto comunque pensando di trasferire il tutto su una piattaforma .org, previo acquisto di dominio.

Come una grande macchina con solo tre ruote.

That was the thing about Joy Division, though: writing the songs was dead easy because the group was really balanced. We had a great guitarist, a great drummer, a great bass player and a great singer. Ian would listen to us jamming and then direct the song until it was . . . a song. He stood there like a conductor and picked out the best bits. Which was why, when he killed himself a year later, it made everything so difficult. It was like driving a great car that had only three wheels. The loss of Ian opened up a hole in us, and we had to learn to write in a different way. We were so tight, as a group, we didn’t even use a tape recorder half the time. Didn’t need one.

Peter Hook racconta i Joy Division sul New York Times

Il dato rivelatore non è il loro biasimo nel descrivere ciò che Corona è, ma il loro impegno nel descrivere ciò che non è, a loro dire, e non è mai stato: Corona non è coraggioso, non è un mito, non è un eroe neanche negativo, non è un coerente, non è un maledetto, non ha il rango del vero criminale, non è neppure bello. Ma quando di un personaggio dicono questo, spesso è perché un personaggio lo è davvero. E lui lo resta, nel caso, a dispetto del vile esercito proteso a dire che Corona non era Corona, che la leggenda era una patacca, l’eroe solo una macchietta, un pirla, un vigliacco, un fuggiasco senza statura. Figurarsi, in questo quadro, quanti abbiano voglia di ricordare che la sua condanna a cinque anni per estorsione fa acqua da tutte le parti, non sta in piedi neanche con lo sputo: anche perché l’estorto del caso – un calciatore – non si dichiara tale, anzi, ringrazia pubblicamente l’estorsore. Evocare il complotto e dire che il sistema «gliel’ha fatta pagare» suona come una banalità inaccettabile, ma in questo caso credo che corrisponda alla sostanziale verità. È normale che una società consolidata, a un certo punto, espella i Corona.

Filippo Facci sul Post in difesa di Fabrizio Corona. Difesa cui mi associo.