Archivio mensile:Dicembre 2012

Quella delle mille lire.

millelire

Mi sembra di stare per scrivere una banalità di quelle che potrebbe scrivere Massimo Gramellini dopo aver saccheggiato le raccolte di Giorgio Manganelli. Oppure che avrebbe potuto scrivere Giorgio Bocca; ma meglio il paragone con Gramellini: è di cattivo gusto citare, per di più scomodamente, i morti.

Sta di fatto che ieri è morta Rita Levi Montalcini e la rete — dai media spesso rappresentata come il migliore dei sotto-mondi italiani — si è subito sperticata in lodi, tributi, tweet, citazioni, segnalazioni. Prontamente riprese poi dai media tradizionali: sembra infatti che non ci sia giorno senza che il Tg1 faccia un servizio sulle reazioni dei social media a qualunque avvenimento, senza che il Tg5 smarchetti l’edicola di Fiorello come esempio di spettacolo trasferito ai paradigmi delle nuove piattaforme e senza che il Corriere della Sera pubblichi uno dei suoi editorialini del menga nella sezione “Idee & Opinioni” su Twitter e dintorni.

E’ successo che ieri su Twitter in molti — e mi avvicino alla banalità modello Gramellini — abbiano confuso la Montalcini con la Montessori. Anzi, nemmeno con la Montessori: più semplicemente con “quella che stava sulle mille lire”. Gramellini prima di arrivare alla conclusione avrebbe fatto tutto un ragionamento su come, probabilmente, quelle che twittano errori del genere sono generazioni nate con l’euro, che a malapena si ricordano i tagli delle banconote in lire e nei confronti delle quali, in ogni caso, le generazioni precedenti hanno compiuto l’errore di non raccontare gli esempi di donne e uomini gloriosi, virtuosi e famosi in tutto il mondo che tanto hanno fatto per il nostro paese e tanto potrebbero ancora fare se, appunto, qualcuno si ricordasse ancora di loro.

Io, che sono banale ma non così tanto e non amo dare sempre la colpa a quelli che c’erano prima (tra l’altro già gravati di parecchie colpe), dico solo: ma che cazzo vogliamo cambiare, con ‘sta gente?

Due o tre righe sulla chiusura di Pubblico.

A me che piacciono i giornali viene la tristezza ogni volta che ne chiude uno. Questo per dire che le prossime righe non servono per infierire sulla chiusura di Pubblico, che domani andrà in edicola per l’ultima volta. Servono però come conferma di un’impressione che avevo già da tempo e che solo in parte avevo scritto.

A me l’operazione di Pubblico è sempre sembrata il trampolino di lancio di una personalità, parlo del direttore Luca Telese, dall’ego un po’ troppo ingigantito (eufemismo). Telese era un ottimo giornalista ai tempi del Giornale, quando Maurizio Belpietro (allora direttore) davanti alla sua titubanza nell’andare a lavorare nel giornale di Berlusconi gli disse “chi meglio di uno di sinistra può raccontare la crisi della sinistra?”. Prima di diventare la star mediatica che si crede di essere grazie alla televisione, ha scritto anche almeno un libro a mio avviso notevole (Cuori Neri, Sperling & Kupfer), che gli è valsa l’accusa di intesa col nemico dai soliti democratici, e poi ha diretto — sempre per il medesimo editore — una collana interessante, “Radici nel presente”, che ha avuto il coraggio di pubblicare anche un notevolissimo libro-inchiesta sul caso Tortora (Applausi e Sputi di Vittorio Pezzuto).

Poi è andato al Fatto, tronfio tronfio, e ha trovato sulla sua strada Marco Travaglio. Un altro personaggio dall’ego masturbatorio esagerato (altro eufemismo). Che però ha dalla sua una fetta di pubblico notevole, che lo segue in ogni sua cosa: per questo, grazie a Berlusconi, è riuscito a creare un intero genere letterario che mischia l’ironia, i brogliacci delle procure, l’analisi politica qualunquista e un tanto al chilo e che liscia il pelo al lettore contento di farselo lisciare. Ma magari ne parliamo un’altra volta, ché qui si stava dicendo di Telese.

Telese, al Fatto, non è resistito moltissimo proprio per i contrasti con le altre primissime donne che affollano quella strana gazzetta delle procure. E se n’è andato sbattendo la porta: la vostra deriva grillina non mi piace e proverò a sbarrarvi la strada con un nuovo progetto editoriale. Inutile dire che quelli del Fatto, nel campo dei progetti editoriali, hanno asfaltato il povero Telese. Che è giunto all’epilogo di oggi: Pubblico chiude dopo 3 mesi di attività. Un fallimento del genere — un fallimento editoriale, di quello sto parlando — non lo ricordo dai tempi dell’Indipendente di Ricardo Franco Levi.

Ma qual era il problema di Pubblico, dunque? A mio avviso stava nel fatto che era stato messo giù troppo “in fretta”. E sfogliandolo la cosa si notava ampiamente. Articoli così e così, analisi così e così, rubrichisti così e così. Prezzo sfacciatamente alto (solo Il Sole 24 Ore e Il Foglio costano così tanto, ma stiamo parlando di due nicchie, e Telese non è riuscito a crearne comunque una terza disposta a pagare). Il campo da occupare, poi, era già bello affollato: a fare il giornale manettaro-dipietrista e grillino stanno, come detto, Padellaro e Travaglio con il Fatto. A fare quelli di sinistra governativa, seppur in due modi differenti, ci sono l’Unità e Repubblica. Per il comunismo duro e puro è rimasto solo il manifesto, e si sa benissimo in che condizioni. Che target di pubblico aveva in mente Telese? Nessuno, secondo me; contava di più vedere il suo nome stampato di fianco a “direttore”. A meno che “dalla parte dei primi e degli ultimi” contenga, al suo interno, un qualche significato nascosto ai più; anche girando le parole, beati gli ultimi perché saranno i primi, una coesistenza dei due estremi sullo stesso piano è dura da vedersi. Appellarsi a Briatore, che non manca la photo-opportunity circondato da copie di Pubblico (ma c’aveva già pensato anni fa Berlusconi a comprare molte copie del manifesto, quella volta in edicola a 50 euro l’una), sapeva di disperato appello finale più che di dimostrazione dell’eterogeneità (sociale, anche) dei lettori.

Rimane anche l’impressione di un’impresa economica tirata in piedi alla “bell’e meglio”. Possibile che dopo soli 3 mesi debbano chiudere baracca e burattini? Un’impresa del genere deve prevedere necessariamente un periodo di rodaggio maggiore, in termini di tempo, durante il quale cercare di mettere a frutto gli investimenti iniziali. E deve prevedere un piano b, come minimo. Peccato che, si lamenta l’assemblea dei redattori in un articolo che parla di “giornalicidio”, gli investimenti iniziali fossero pochini e i piani b non pervenuti.

Però le analisi di editoria seria le lascio pure a quelli che lo fanno di mestiere. Queste sono solo le mie impressioni. Confermate dal comunicato di oggi pomeriggio:

Quello del 31 dicembre sarà l’ultimo numero. Dal primo gennaio Pubblico, in edicola dal 18 settembre, sospende le pubblicazioni. Intanto vi invitiamo in redazione a brindare con noi a questa “incredibile impresa”.

Capito? Un giornale affonda e quello chiama tutti a brindare all’ “incredibile impresa”.

Una specie di elenco dei buoni propositi per il 2013.

This year i will try not to

Pages. Clicco. Tavolozza bianca per scrivere i buoni propositi. E’ la prima volta che lo faccio e sinceramente non so nemmeno perché. Forse mi è tornato in mente, uscita fuori da qualche cassetto che ho nella memoria, la storiella che scrivere fa bene. Così ho pensato che scriverli avrebbe fatto benissimo, perché già si partiva dal buono (proposito).

Ad ogni modo, prometto solennemente che durante il 2013 mi romperò i coglioni di meno. Non nel senso di annoiarmi, ma proprio nel senso che mi preoccuperò di meno. Che se ti spiego una cosa e non hai capito, il problema non è mio. Che se mi chiedi di rispiegartela va bene, ma se poi non mi ascolti va malissimo.

Poi cercherò di scrivere di più. Di recuperare una costanza che qualche anno fa avevo e che si sposava perfettamente con la quantità di tempo libero in più rispetto ad ora. Ma, appunto, se mi romperò meno i coglioni (vedi sopra) dovrei riuscire a liberare dello spazio.

Porterò a compimento almeno una delle 200 idee che ho in mente. Perché se averne tante è un bene e tiene fresca la mente, sarebbe bene anche dare loro una forma. Altrimenti facciamo la fine dei visionari che non hanno più visioni a disposizione, un po’ perché non sono capaci di coglierle e un po’ perché — come mi piace ripetermi — ci sono più visionari che visioni. E in questo la mitizzazione di Steve Jobs non è servita granché: si leggono sue frasi ovunque, in esergo, in firma alle mail, nei bigliettini di auguri. E tutti che si credono all’altezza. Ecco i danni della tecnologia.

Dirò molti più vaffanculo. Pare sia terapeutico. E comunque, non è quello il punto: ho il cimitero dei non detti pieno, chiedono di liberare spazio. E una specie di emergenza tipo quella delle carceri, e nemmeno un radicale in giro pronto a sposare la mia causa (scherzo! Con i carcerati, non con i radicali).

Produrrò di più, e questo più che un buon proposito è una terribile previsione. Ma d’altronde non mi lamento: troppo facile essere quelli per il merito, per il libero mercato, crederci fino in fondo e poi cercare un qualche tipo di assistenza. Non fa per me. Se decido di essere una cosa, massima coerenza. Altrimenti divento comunista, e allora decido fino in fondo di combattere per uno stato sociale che mi faccia da balia vita natural durante — e possibilmente oltre (scherzo! Con me stesso, non con i comunisti).

Non farò mille cose contemporaneamente. Come, ad esempio, tenere aperto Twitter mentre scrivo e sbirciare tutte le notifiche che mi arrivano. O una cosa, o l’altra. Prima finisco di scrivere e poi sbircio i tweet. Inizio da domani, che non è nemmeno il primo di gennaio ma c’è una certa urgenza nell’aria.

Riprenderò a correre. Con la buona stagione, meglio metterlo per iscritto. Sì, perché avrei già bisogno di ossigenare il cervello dopo aver scritto 500 parole, figuriamoci dopo aver fatto tutte le cose di cui sopra (e di cui sotto, se saranno molte).

Che dirò più vaffanculo mi pare di averlo già scritto. Meglio ripetere.

Mi morderò meno le labbra e interverrò maggiormente nelle discussioni da bar. Messa così è un po’ ambigua, meglio spiegare. Vuol dire che quando qualcuno farà affermazioni credendo di interpretare il pensiero di tutti i presenti, dirò che il mio non è interpretato affatto. Un po’ per convinzione, e un po’ perché l’idea che qualcuno senza interpellarmi sia convinto di interpretare il mio pensiero mi offende. Certo, per far questo ci vuole una certa attitudine alla perdita di tempo, ma mi pare di ricordare di aver scritto qualche riga sopra che dovrei riuscire a liberarne un po’.

Vorrò meno bene agli altri e un po’ più a me. Iniziando con l’essere più autoironico. E non farò lo psicologo di nessuno, tanto meno se non ci conosciamo affatto (è capitato). Chi si qualifica con i suoi problemi per quanto mi riguarda si sta squalificando; e nell’ottica di liberare tempo prezioso è ora di tagliare con l’accetta. E’ periodo di crisi e austerità per tutti.

Comprerò meno dischi e ascolterò meglio quelli acquistati. Anche le questioni veniali hanno una certa importanza e quest’anno mi sento di dire di avere esagerato. Perciò, se volete mandarmi dei promo fate pure, ché continuano ad arrivarmi certe ciofeche inerenti una vecchia trasmissione radiofonica che avevo prodotto e non ho cuore di rivenderli (è vietatissimo!) né di dire, se non come sto facendo ora in modo plateale, che sono per l’appunto delle ciofeche.

Leggerò più libri e meno giornali e riviste. Manterrò comunque gli abbonamenti già attivi, quindi questo è un po’ un buon proposito del cazzo.

Guarderò più televisione, perché non ne guardo affatto. Mi piacerebbe fare una media delle ore giornaliere viste da chi non è cerebroleso. Credo che quella sarebbe la quantità vista da me in un mese. E quando dico televisione intendo anche i film in televisione, mica solo i prodotti “da televisione”. Buon proposito anomalo, questo.

E, ve lo ri-prometto, dirò tantissimi vaffanculo.

Ma con stile.

Buon ascolto.

Come ogni fine dell’anno che si rispetti, c’è la classifica dei migliori dischi. La mia è già pronta da tempo, e la potete trovare qui. (Qui, invece, c’è la classifica delle migliori ristampe e uscita d’archivio).

Quest’anno, però, volevo provare a darvi anche un’idea uditiva e ho quindi creato una playlist su YouTube. Non ci sono tutti i titoli, perché di alcuni era impossibile trovare anche solo un’anteprima di 30 secondi. Dal lotto sono rimasti fuori, vado a memoria, Ullman, Frances White e Sehnaoui/Mayas.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=videoseries?list=PLolIrUPYj6IJDOOCHDxuL-4pcf3Y7zawq&w=560&h=315]

Si rammarica di non essere hipster.

BillFay_credits

Tu sei quello che sa delle altre cose.

Ecco qui sopra la frase tipica di chi si è costruito, con l’aiuto di qualche compare, un bel piedistallo di plexiglass, robusto, spazioso — non si sa mai chi c’è da imbarcare di volta in volta — sopra il quale montare e osservare il mondo dall’alto di 50 cm verso il basso credendosi un dio in terra.

In epoca di tuttologi se ne leggono molte di frasi del genere, e questa appartiene al padre della tuttologia moderna: Luca Sofri. L’ho copiata pari pari dalla sua column per Vanity Fair in edicola, quella rubrichetta di un centinaio di parole sulla musica che, chissà per quale strano motivo, in Condé Nast ancora gli pagano. L’argomento sono i migliori album del 2012 e lui premette — proprio con la frase di cui sopra — di non poter consigliare, a chi glielo chiede (ma chi glielo chiede?!), di comprare l’ultimo di Mika, anche se poi finisce proprio per consigliare anche quel disco perché sul suo iTunes l’ascolto di un brano tratto dall’album è conteggiato con un numero alto – uno si chiede: l’avrà ascoltato qualche centinaio di volte? Macché: 25 sono le volte che ha ascoltato quella canzone, in assoluto la seconda più ascoltata dell’anno; si vede che Sofri è uno che scrive di musica.

Ma sembrerebbe essere frustrante per lui dare dei consigli così banali — oltre che pessimi, ma qui si entra nei gusti soggettivi — perché, appunto, lui è quello che “sa delle altre cose”. Di musica figa, parrebbe di capire: quella che si ascoltano lui, la moglie e — casualmente — qualche altro milione di persone sulla faccia della terra. Veniamo così a scoprire che Luca Sofri si rammarica di non passare per hipster.

Il punto è però un altro, e cioè che ci sia qualcuno che chieda consigli musicali a Luca Sofri. Voglio dire, chiedergli un consiglio musicale è come chiedere spiegazioni sulla fisica quantistica* a chi nella vita si è sempre occupato di cucina e si è tenuto deliberatamente alla larga da qualunque altro tipo di interesse. Dite che sto spuntando una sentenza? Liberi di farlo, ma prima leggetevi i pezzi musicali del nostro, o anche libri come Playlist, e poi ne riparliamo. Oppure anche solo la rubrichetta cui sto facendo riferimento, ad esempio: troverete citato, oltre a Mika, anche Bill Fay. Inizialmente sarete portati a pensare che è perché probabilmente Luca Sofri ha visto la pubblicità del disco sulla seconda di copertina di qualche rivista musicale inglese che ancora si ostina a comprare; dopodiché, quando leggerete che lo cita per la cover di “Jesus etc.” dei Wilco, avrete l’arcano completamente svelato. Ah, troverete anche scritto che Life Is People — l’ultimo lavoro di Bill Fay, appunto — è prodotto da Jeff Tweedy. Che è una cazzata che avrà trovato in giro su qualche blog, perché l’album è prodotto da Joshua Henry mentre l’unico ruolo attivo di Tweedy nel disco è quello delle voci in “This World”. Sarebbe bastato leggere le note di copertina, tra l’altro. Ma a Sofri i promo non li mandano e lui i dischi li acquista da iTunes, altrimenti alla fine dell’anno senza il contatore degli ascolti come fa a stabilire quali sono i dischi migliori?

* Vi chiedete mai perché si scomoda sempre la fisica quantistica quando si deve dire di qualcosa particolarmente incomprensibile ai più?