Archivio mensile:Novembre 2012

Gesto amplificato.

Quando David Sylvian pubblicò Manafon (2009), allegò all’edizione deluxe del disco Amplified Gesture, un documentario di Phil Hopkins che voleva essere un’introduzione alle sonorità dei musicisti che presero parte alle registrazioni dell’album. Il disco, infatti, rappresentò un deciso passo in avanti verso le musiche sperimentali e di confine, ancor più rispetto a quanto fatto con Derek Bailey e risultato nel precedente Blemish.

Questo film-documentario, nella sua ora scarsa, era composto prevalentemente da interviste ai musicisti, nelle quali raccontavano cosa li aveva spinti ad intraprendere un percorso di improvvisazione musicale, quali fossero le loro influenze, la loro storia, il loro suono — ricordo, a proposito, la parte in cui la giapponese Sachiko M spiegava il significato del suo suono, generato dai feedback di un mixer le cui uscite erano collegate agli ingressi (no-input mixing board).

La schiera di appassionati conosceva già molte delle storie e dei personaggi raccontati nel film, che era essenzialmente rivolto ai fan di Sylvian a mo’ di introduzione a questo (ennesimo) cambio di sonorità. Proprio per questo motivo non ho mai capito la scelta di distribuirlo solo con l’edizione deluxe o di non commercializzarlo separatamente Il 21 gennaio prossimo esce in DVD per Samadhi sound.. Avrebbe avuto una circolazione decisamente più alta. Fortunatamente — non sto nemmeno ad addentrarmi nella questione se questo tipo di cose debbano o meno essere fatte — qualcuno l’ha messo su Youtube.

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C’avrei da chiedere una cosa a quelli di IL

Ho un iPad. Uno di quelli nuovissimi e dalle dimensioni ridotte. Ce l’ho da qualche settimana (l’ho preso praticamente subito, all’uscita: dovrei sentirmi nerd per questo? No: Sto scrivendo da un macbook di quelli vecchiotti, ricordate quando erano ancora neri?). E mi ci trovo benissimo. In pratica, ci sono giornate intere durante le quali, tornato a casa dal lavoro (se si torna a casa dal lavoro non solo fisicamente, ma è un’altra storia), non accendo nemmeno il computer e tutto quello che devo fare riesco a farlo agilmente dalla tavoletta. E poi sono abbonato a un paio di riviste straniere che, gratuitamente (segnatevelo: gratuitamente, potrebbe tornare utile), mettono a disposizione degli abbonati la versione per iPad e mi sembrava davvero uno spreco non poter usufruire in pieno dei miei diritti di abbonato. Poi, ovvio, ci leggo anche i giornali. Non sempre, però: soltanto quando sono troppo pigro e non riesco a passare dall’edicola: Sì, perché il bello di avere un iPad è quello di poterci leggere sopra anche il Corriere della Sera; solamente che poi il bello di leggere il Corriere della Sera (oh, è un esempio!) è anche quello di tenerlo in mano e trovarsi i polpastrelli neri a fine lettura.

Tutto questo cappello introduttivo per dire che devo fare le pulci a quelli di IL, e speriamo vivamente che mi leggano e, magari, mi rispondano pure. Perché la cosa che vi racconto ha (un bel po’) dell’assurdo. Piccola premessa: di solito IL me lo dona gentilmente qualcuno che lo riceve gratis in ufficio insieme al Sole 24 Ore. Quelle volte che non arriva, lo compro in edicola il giorno dopo al prezzo di 50 centesimi e senza l’obbligo di comprarmi anche il giornale di cui è supplemento (vedi immagine in cima al post). Però — ho pensato — ho un iPad, perché non comprare il numero sui Politecnici nell’edicola dell’App store? Detto, fatto. 2,69 euro. Stiamo scherzando, vero?

Ora, siete il supplemento di una testata nazionale. Monocle, che è Monocle ma dovreste saperlo visto che un po’ d’ispirazione la prendete anche da quelle parti, ha la prerogativa di costare più in abbonamento rispetto all’acquisto mensile in edicola. Ma loro sono snob e sono un’impresa mondiale. Voi, con tutto il rispetto per la grafica eccellente, i contenuti altalenanti, i collaboratori di peso e i premi vinti, no. Basta questo a giustificare la mia richiesta di avere una versione per iPad che costi quanto meno come quella cartacea? Certo che no, ognuno è libero di fissare i prezzi che vuole.

Vorrei però tediarvi con ancora un paio di considerazioni. Non è che la versione per iPad di IL sia veramente una versione per iPad. No, è il render grafico delle pagine cartacee, senza nemmeno il sommario cliccabile, ma con giusto una visualizzazione per sezioni che permette di muoversi all’interno del giornale. Per dire, Domus (che è Domus, non un supplemento del Corriere dello Sport) ha una versione per iPad fighissima, che costerà (al futuro, ora capirete perché) meno di quella cartacea, che è ottimizzata per il tablet (ovvio) e che, siccome è appena stata lanciata, è pure gratuita. Gratis, capito? Anche se non sei abbonato, anche se non hai acquistato il giornale di carta in edicola. Scarichi l’app e puoi leggerti gli ultimi numeri senza tirare fuori un centesimo, mi sembra fino a gennaio. Un’ottima mossa per guadagnare un lettore digitale fisso. Una di quelle idee che sulle pagine di IL dovrebbero essere celebrate.

Ora, la richiesta è ovvia. Potete spiegare ad un vostro lettore perché deve pagarvi di più per avere i pdf e poco altro sull’iPad, di quanto pagherebbe non solo il giorno dell’uscita in abbinamento al Sole, ma anche il giorno dopo in vendita singolarmente? Non sarà mica per quella storia che la notizia della morte della carta è fortemente esagerata?

Spero che apprezziate il fatto di non aver accennato alla banalità del “non avete nemmeno i costi della carta e della distribuzione”.

Ps – Già che ci sono: l’intervista ad Arbasino è bellissima. L’articolo sulle bullshits invece mi è sembrato un po’ una bullshit.

Proprio lui.

Leggo che Ricardo Franco Levi ha proposto un monumento al libro a Milano. Ricardo Franco chi? Cercate su google “indipendente quotidiano” oppure “legge tetto massimo sconti libri”. Sì, Ricardo Franco è proprio quel Ricardo Franco.

Atomizziamo l’arte – e poi mortifichiamola del tutto.

E’ piuttosto curiosa la presa di posizione di George Pendle, che su Frieze (n. 150, October 2012, p.26 – qui la versione online) propone di atomizzare l’arte, anziché digitalizzarla.

Nulla di distruttivo, per carità, anche se il verbo può portare a fraintendere. Per atomizzare, Pendle intende distribuire le opere d’arte su tutto il territorio nazionale; suddividerle quindi dalle collezioni raggruppate in un determinato luogo e avvicinarle direttamente alla cittadinanza, anziché allontanarle — a suo dire — ancora di più con il processo di accentramento delle collezioni museali o, peggio ancora, con la creazione di un unico grande museo virtuale.

La teoria, bisogna ammetterlo, possiede un certo suo fascino romantico. In contrapposizione alla digitalizzazione che, secondo lui, porterebbe organismi for profit a trasformare le gallerie digitali dei musei in delle sorte di Getty Images dell’arte, dove quindi la fruizione è regolata da un flusso di denaro che il fruitore dovrà pagare, si dovrebbero spostare le opere d’arte nelle chiese (“perché non riportare l’arte nei luoghi sacri?”). A supporto della sua tesi porta anche dei numeri. Se il direttore della Tate Modern di Londra Chris Deacon ha dichiarato che bisogna cambiare i paradigmi con cui si gestiscono i musei, auspicandosi una maggiore collaborazione del pubblico con il privato, Pendle risponde a brutto muso che se la Tate possiede all’incirca 70 mila opere e in Inghilterra ci sono suppergiù 47 mila chiese, basterebbe distribuire le une dentro le altre per risolvere il problema. Immaginiamo — aggiungiamo noi, perché nell’articolo non è scritto — che in questo modo ciascuna chiesa penserà a gestire per i fatti suoi (e pubblicamente — per carità! — pubblicamente) le opere che possiede, oltre ad occuparsi della promozione per vedere se, effettivamente, il cittadino diventa un fruitore attento e consapevole dell’arte. D’altronde, anche Adorno paragonava un museo ad un mausoleo — l’analogia è presto fatta, la giustificazione subito trovata. Fa nulla se il danneggiamento delle opere sarebbe anche più probabile: tanto, dice Pendle, la materia già preoccupa gli studiosi e, comunque, i danni avvengono anche nei grandi musei.

Anche ammettendo la buona fede di Pendle, e il suo gusto per la provocazione, nonché la scarsa affidabilità dei nuovi paradigmi della digitalizzazione (qui ne ho scritto per l’audio, ma il discorso è trasportabile anche per l’arte) sintetizzata in “si spendono soldi per una digitalizzazione che potrebbe essere obsoleta come lo sono stati i floppy disk nel giro di un decennio”, proviamo ad immaginare lo scenario. Non più un grande museo come la Tate Modern, ma le opere d’arte, appunto, frammentate (“so splinter the collections!” è il grido di battaglia) in giro per tutto il territorio inglese. Forse si sarebbe rimessa l’arte al suo posto, forse la si sarebbe avvicinata ai cittadini (forse…), ma davvero ne gioverebbe? Ne dubitiamo. Il turista, ad esempio, che si reca alla Tate (o in altro celebre museo mondiale) sa cosa ci trova, conosce perfettamente la sua collocazione ed è facilitato nella fruizione (dei manoscritti si dice che la loro esistenza è la loro collocazione; perché non si potrebbe dire lo stesso delle opere d’arte?). Sarebbe la medesima cosa se l’opera si trovasse in una chiesetta della Cornovaglia? Certamente no, e senza che l’opera — o il mondo dell’arte — ne abbiano trovato giovamento. Se la questione è solo sbandierare un (inesistente) spauracchio di una joint-venture tra pubblico e privato, Pendle si metta il cuore in pace: come chiunque amministri qualcosa di pubblico conosce perfettamente, l’unico modo per fare qualcosa, o per non mortificare ulteriormente ciò che già esiste, è quello di coinvolgere i privati. Gli unici che, forse ancora per poco, hanno a disposizione qualche fondo.