Archivio mensile:Settembre 2012

Rimaniamo in attesa del resto.

Io non vorrei che questa storia della lettera che Valter Lavitola ha scritto a Berlusconi durante la sua latitanza, e che non è mai stata consegnata all’ex Presidente del Consiglio, offuscasse una cosa. La lettera, come si è potuto leggere sui giornali, è imbarazzante. Un copia farsesca, è stato scritto, di quella celebre di Totò e Peppino. Tra l’altro, la cosa più assurda di quella lettera, non è il contenuto (la cui veridicità è al vaglio della magistratura per la verifica), bensì la scorrettezza sintattico-grammaticale. Mi pare assurdo, cioè, che chi l’ha scritta dirigesse addirittura un quotidiano dalla storia gloriosa quale è l’Avanti!, benché piccolo per vendite e dalla circolazione in esistente al momento della sua direzione.

Non vorrei, dicevo, che quella lettera offuscasse però una cosa. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini dice di sentirsi offeso da questa, e dà imprudentemente a Berlusconi del “corruttore”. Imprudentemente, per due motivi: primo, perché considera come vero il contenuto della lettera, dando tra l’altro per scontato che Berlusconi concordasse con quella linea, e tutto ciò prima che le indagini si concludano con un verdetto (in tutto questo riemerge il tipico tic forcaiolo-giustizialista della destra italiana, mai sopito nelle innumerevoli trasformazioni da ex a post a mai fascista); secondo, perché Berlusconi non poteva che fare l’ovvio: ovvero querelarlo, e si vedrà poi in tribunale chi nel merito avrà ragione. Ma eccoci alla cosa che non vorrei s’offuscasse. Al di là della lettera, delle indagini pecorecce condotte da Lavitola qua e là per l’isola di Santa Lucia; al di là del merito dei mezzi utilizzati, tutti ci ricordiamo delle dichiarazioni di Gianfranco Fini: se scopro che la casa è realmente intestata a mio cognato, mi dimetto.

Sul fatto che la casa risultasse realmente intestata al cognato, credo che nessuno abbia più il minimo dubbio. Rimaniamo in attesa del resto, difficile da nascondere anche facendo un po’ di chiasso mediatico.

Comunque vi adoro.

Non è che io sia particolarmente fissato con le solite cose. O forse sì, lo sono. E il fatto di dire il contrario è sintomo del — direbbe qualche psicanalista — tentativo malriuscito di nascondere a me stesso la triste verità. Però, in questo caso, i fissati siamo almeno in due: io, e i tizi di Monocle.

Qualche giorno fa li ho un po’ presi in giro, chiamandoli “gli ultimi giapponesi della carta stampata”, per via di certe loro colonnine quotidiane (“Monocolum”, su Monocle.com) riservate spesso e volentieri al giornalismo, al suo futuro e (soprattutto) ai mezzi del passato. Intendiamoci: Monocle è un magazine sublime, fatto con una cura (e con dei costi) proibitivi al giorno d’oggi per molti. A meno che non vi chiamate (o non lavoriate per) Tyler Brule, un personaggio che è capace di creare un marchio, farlo crescere e farvelo comprare anche impresso sulle mutande di vostra nonna (detto con un tutto il rispetto del mondo, anzi, dell’universo). Probabilmente è questa la formula vincente: un mix di giornalismo di qualità, cura estetica del prodotto e tante prediche su come la stampa non debba essere un flusso di contenuti standardizzati uguali ovunque ma, per essere credibile, deve aver dietro del lavoro che si nota in fase di fruizione. Uniti ad una fidelizzazione del lettore che non ha precedenti nella storia del giornalismo: sono talmente bravi, per dire, che chi si abbona paga più di quanto spenderebbe comprando le copie in edicola — e si abbonano, ve lo assicuro.

Tutto ciò è sacrosanto. Anche senza ribadirlo ogni due per tre.

Ma torniamo alle mie, e alle loro, fissazioni. Una volta se la prendono col giornalismo. Oggi, con gli e-book. Gli e-book sono l’invenzione più bella dai tempi di Gutenberg, negarlo sarebbe inutile. Non solo, negarlo con argomenti del tipo: il piacere tattile della carta, la copertina, il gusto di spulciare tra gli scaffali, l’odore — certo, l’odore! –, vuol dire ammettere la bontà dell’invenzione ma legarsi a stereotipi vecchi di decenni pur di rimanere ancorati alla propria visione romantica della vita. Non che ci sia nulla di sbagliato, per carità. Solo che, passati la malinconia e il romanticismo, di solito si ritorna a ragionare coscientemente.

Tutto questo per dire che oggi, a Monocle, han pubblicato un pezzo che contiene la seguente frase, in difesa del libro di carta e contro l’e-book:

The e-reader is a smug little beast. It wants to reinvent reading: progress is measured in percentages not pages, a conceit I found rather baffling. If I didn’t give it enough attention it went to “sleep”, its screen filling with neat images of pencils and printing blocks. It was saying, “Dear reader, no longer trouble yourself with those arcane tools, I’ve nailed everything for you.”

Within the body of a text, phrases other people had particularly enjoyed were highlighted for me. I felt deprived of the ability to think for myself and as though my privacy had been weirdly invaded. Conversely, on the beach, legions of anonymous grey-backed machines meant I lost the little delight of knowing what my neighbour was enjoying.

#siamotuttiSallusti

Nel mondo, ogni giorno sono pubblicati articoli di giornale, pagine di siti web, tesi di laurea, keynote e chi più ne ha più ne metta, dedicati al futuro del giornalismo. Anche in Italia. Si studiano i nuovi modelli, si cerca di capire come meglio distribuire i contenuti, s’indaga sul concetto di qualità e su quale sia il metodo migliore per trattenere milioni di lettori in fuga. Ogni santissimo giorno. E ogni giorno, in Italia, nel fare tutto ciò si perde tempo. Perché oggi un direttore di giornale è stato condannato al carcere per un articolo che lui non ha scritto, ma che ha omesso di controllare prima di mandare in pagina. Perché in Italia la diffamazione è reato penale, e nessuno ha pensato bene di depenalizzarlo per garantire un futuro migliore al giornalismo e alla libertà d’opinione. Ma oggi, l’Italia è anche un paese molto meno civile di quello che si pensava.

Sono due le cose per le quali ci si può indignare. E per una occorre quanto meno aspettare.

Malvino, sul suo blog, si chiede: “di cosa ci dobbiamo indignare?”:

del fatto che ai gruppi consiliari della Regione Lazio fossero destinate enormi somme di denaro pubblico o del fatto che ci sia il forte sospetto, la quasi certezza, che il capogruppo del Pdl (Fiorito prima, Battistoni poi) abbia fatto un uso improprio di questo denaro, per giunta commettendo una mezza dozzina di reati per truccare le carte? Voglio dire: c’è da levare al cielo tutto il nostro schifo perché quei soldi sono stati spesi in ostriche, champagne, auto di lusso e villette o semplicemente perché 211.064 euro a cranio (15 milioni per 71 consiglieri) erano schifosamente troppi?

L’argomentazione, come spesso càpita, è sublime:

Ritengo di notevole importanza la questione, perché l’indignazione è sentimento pericoloso se non se fa buon uso. Ci vuole niente a vederla degenerare […] Con chi dobbiamo prendercela? Con Fiorito e Battistoni? Senza aspettare il processo? Prima di avere accertato se abbiano davvero commesso illeciti? So bene che a volte il garantismo è la tana in cui vanno a rintanarsi i mascalzoni, ma non per questo possiamo darle fuoco fidando nel fatto che gli innocenti saranno risparmiati e i fetenti rimarranno abbrustoliti. L’autodafé è pratica incivile, converrete.

La conclusione è meno interessante, dal mio punto di vista ed esclusivamente da questo. Perché come è solito fare, Malvino se la prende un po’ con i suoi ex compagni radicali, e quello è affar suo che riportare qui sarebbe superfluo.

Perché queste citazioni? Perché, a volte, qualcuno è in grado di mettere per iscritto il tuo pensiero meglio di come faresti tu, anche se impiegassi cinque mesi nella redazione.

la “nastroregistroteca” di Radio Rai prende polvere. Qualcuno che l’aiuti?

Nella sua consueta rubrica “Bordin Line” sul Foglio [25.09.2012, p.2], l’ex direttore di Radio Radicale Massimo Bordin mi dà modo di rintracciare un articolo di Sara Nicoli, pubblicato qualche giorno fa sul sito web del Fatto quotidiano e riguardante lo stato dell’archivio di Radio Rai. E’ assolutamente casuale l’averlo scoperto proprio oggi, quando nel post precedente do conto di un lungo intervento di Will Prentice sulle pagine di The Wire riguardante le nuove sfide che gli archivisti audio devono raccogliere. Nuove per gli archivi di altri paesi (Prentice è archivista della Public Library britannica), perché evidentemente le cose da noi funzionano diversamente.

Che l’archivio di Radio Rai versasse in condizioni critiche non era una novità, né tra gli addetti ai lavori né tra le persone meno informate sui fatti. Tanti anni di discorsi, di tentativi, di promozioni non sono serviti a granché, visto che oggi gli stessi lavoratori della Rai — leggiamo sul Fatto — si rivolgono al Presidente della Repubblica affinché intervenga in quella che ha tutta l’aria d’essere una trascuratezza incredibile nei confronti dell’immenso patrimonio audio di cui la Rai è in possesso. Nell’articolo si legge che, negli scantinati della Rai romana, versano in condizioni critiche innumerevoli supporti fonografici, più o meno il frutto di una raccolta iniziata nel 1950. Una raccolta che racconta oltre cinquant’anni di cultura e di storia italiana abbandonata sugli scaffali, senza essere catalogata né riversata in digitale, e il cui destino parrebbe quello di essere abbandonata definitivamente nel momento in cui i lavoratori che ora se ne occupano, e che costituiscono una vera e propria “memoria storica” dell’archivio, andranno in pensione.

In Rai tutto questo, ovviamente, lo sanno bene. Non c’è bisogno che la stampa lo documenti per darne notizia ai suoi vertici. Ma sembra che anche a questo giro, dopo le recenti dichiarazioni del neo direttore generale Luigi Giubitosi, nessuno voglia farsi carico di dar via, finalmente, ad un’opera di digitalizzazione, archiviazione e salvaguardia del patrimonio. Il che è un vero peccato, perché le poche volte che qualcun altro (con l’aiuto della Rai, ma al di fuori di essa) è riuscito a mettere mano su quelle registrazioni, ne è emerso sempre qualcosa di pregevole. Mi riferisco (anche, ma non solo) alla recente operazione dell’etichetta milanese Die Schachtel la quale, in collaborazione con Rai Trade, ha messo sul mercato un lussuosissimo cofanetto contenente alcune delle registrazioni dei radiodrammi trasmessi tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’80 proprio dalla radio di stato, con le musiche realizzate nel celebre Studio di Fonologia di Milano (nato dall’idea di Luciano Berio e Bruno Maderna, sulla scia di altri studi simili nelle radio europee) da compositori quali Nino Rota, Niccolò Castiglioni e Salvatore Sciarrino, ovvero parte del meglio dell’avanguardia musicale italiana (Prix Italia – L’immaginazione all’ascolto. Il Premio Italia e la Sperimentazione Radiofonica, a cura di Angela Ida De Benedictis e Maria Maddalena Novati).

In Italia non mancano né i mezzi, né tanto meno le professionalità in grado di compiere un serio lavoro di archiviazione delle registrazioni di Radio Rai. Manca, come sempre, la voglia di intraprendere il progetto. E non solo: ancor più grave, manca anche la lungimiranza sul valore che un progetto del genere può avere. Non si tratta, infatti, soltanto di salvaguardare il patrimonio in quanto memoria collettiva del nostro passato. Ma anche di metterlo a disposizione di studiosi, o pubblicarne delle ristampe da mettere in commercio che farebbero la gioia di appassionati, collezionisti o semplici curiosi. Ne si potrebbe trarre anche un guadagno economico, che può servire a ripagare parte dei costi che un’operazione del genere richiede.

Nuovi paradigmi dell’archiviazione discografica.

Un articolo di Will Prentice, archivista audio alla British Library, pubblicato nella serie Collateral Damage di The Wire [344, october 2012], presenta una serie di riflessioni sul futuro dell’archiviazione, e quindi della preservazione, del patrimonio audio. Nell’articolo, Prentice divide il suo intervento in due macro-aree. Per prima cosa, sottolinea come il vecchio paradigma dell’archiviazione per cui si prendeva un supporto e lo si conservava su uno scaffale sperando durasse in eterno, non ha più senso di esistere. Secondo, fa una riflessione sul senso dell’archiviare nell’era di Internet, dove la maggior parte delle informazioni è disponibile a tutti e in modo immediato.

Riguardo il vecchio paradigma, l’osservazione è molto semplice: nonostante il ritorno in auge a livello commerciale di formati di riproduzione ritenuti obsoleti, come il disco in vinile o addirittura le cassette, non bisogna far troppo affidamento sulla loro durata nel tempo. I numeri non indicano una commercializzazione su larga scala, dal che se ne deduce che anche le apparecchiature di riproduzione, soprattutto per uso professionale, non verranno più fabbricate e tra qualche anno sarà difficile addirittura la loro manutenzione. Stesso discorso vale, a maggior ragione, per i supporti di tipo ibrido, come i DAT, o digitali tout-court come i minidisc e i cd-r. Questi ultimi, come sottolineano anche le linee guida fornite dalla IASA (International Association of Sound and Audiovisual Archives), non sono affidabili: la loro durata nel tempo è minata da moltissimi fattori, non ultime le proprietà intrinseche alla loro produzione, che portano i supporti a perdere informazioni col tempo, anche quando sono conservati con la massima attenzione. Prentice individua dunque nella digitalizzazione del segnale audio l’unica via d’uscita. Essa permette infatti di separare il flusso d’informazioni dal mezzo che le contengono (definito “effimero”, in quanto la sua integrità è poco affidabile nel tempo), e di trasferire poi nel tempo, con l’avanzare della tecnologia, l’informazione da un supporto di mass storage ad un altro (nelle linee guida citate sopra si trovano anche le indicazioni circa il trasferimento e lo standard qualitativo: sia per quanto riguarda il flusso musicale, che per quello parlato, lo standard è individuato per il repertorio da immagazzinare — quindi non fruito in ultima fase — con un campionamento a 48 KHz/24bit minimo, e la raccomandazione di utilizzare se possibile il campionamento a 96 KHz).

La seconda parte della riflessione di Prentice è, a mio avviso, la più interessante. La diffusione di moltissime registrazioni in internet, e quindi la loro disponibilità e immediata fruibilità, non è però accompagnata da una perfetta contestualizzazione. Di molte delle registrazioni che reperiamo in rete, infatti, è sconosciuta qualunque tipo di caratterizzazione e descrizione. Ad esempio, Prentice cita il caso del brano “Shikako Maru Ten”, una vecchia b-side dei Can pubblicata la prima volta nel 1971. Il brano, ripubblicato nella compilation Cannibalism 2, non è stato riproposto in forma originale, bensì in forma editata, senza però che fosse fornita alcuna spiegazione a riguardo. L’originale, pubblicato nel 1971 come retro del singolo Spoon (United Artists, 35 304) durava infatti 3’17”; in Cannibalism 2 (1991, Spoon, cd 21) 2’08”. Scrive Prentice:

I’m not questioning their right to do this, of course; they’re the artists and it’s their work. But this subtle revision demonstrates the difference between the outside world going about its natural business and the archival imperative

Per questo motivo la stessa registrazione procurata al di fuori di canali di archiviazione ufficiale — ovvero al di fuori di canali certificati da un serio e meticoloso lavoro d’archivio — non può essere utilizzata ai fini di ricerca: si rischierebbe, infatti, di confondere una registrazione con un’altra, dal momento che potrebbe non portare con sé i dati che la riconducano ad una o all’altra versione.

Tra l’altro, conclude Prentice, non tutto dell’oggetto originale è da buttare via dopo il processo di digitalizzazione/archiviazione:

which [physical media] as artefacts in their own right carry more than sound

Quel ‘more’ individua informazioni preziose che possono essere utilizzate come fonte primaria per costruire i set di metadati (tecnici, amministrativi, gestionali) che, accompagnando le fonti sonore, ne garantiscono il pieno utilizzo per fini di ricerca, nonché la descrizione più corretta. Nell’esempio dei Can, questi potrebbero includere una certificazione ufficiale della durata delle registrazione, in modo tale da avvertire l’utilizzatore che si tratta di una versione più corta rispetto ad un’altra esistente, sebbene da nessuna parte sia dichiarato ufficialmente che si tratta di un edit.

L’unico dubbio che mi è sorto nel leggere il davvero ottimo intervento di Will Prentice, è il seguente. Gli archivisti non devono solo tenere conto dei nuovi paradigmi di archiviazione, o di questioni prettamente legate alla contestualizzazione (e dunque all’utilizzo ai fini di ricerca) del materiale archiviato. Con le nuove tecnologie sono emersi in tutti i campi delle arti, ma in particolar modo in quello audio, alcuni artisti che fanno dell’effimerità dei nuovi supporti la loro cifra stilistica. Uno dei casi più eclatanti che mi viene in mente è quello del (post?)dj messicano Javier Estrada. Senza entrare nel merito della sua musica, basti dire questo: nella sua finora breve vita artistica ha prodotto più di 700 composizioni. Non tutte sono disponibili alla vendita (rigorosamente digitale); molte di esse, infatti, vengono distribuite tramite i servizi di hosting online (come ad esempio Rapidshare) per un periodo di tempo limitato alla scadenza del link che li rende raggiungibili. Dopodiché, con ogni probabilità, vengono inghiottiti da un buco nero, e la loro distribuzione è affidata solamente ad eventuali altri utenti che decidono a loro volta di rendere disponibili questi file (con un’azione più o meno pirata: non so come considerarla, se già inizialmente i brani erano a libera diffusione per volontà del loro autore). E’ evidente che, in questo caso, allo scadere del link viene meno anche la fonte primaria, elemento fondamentale di ogni lavoro d’archivio.

Sembra che ad essere effimero sia, in alcuni casi e quasi per stessa volontà dell’artista, anche il contenuto e non solo il supporto.

Taryn Simon – The Picture Collection.

Alla New York Public Library esiste una sezione chiamata The Picture Collection. Al suo interno è raccolto il lavoro di quasi cent’anni (è stata aperta nel 1915) di selezione, ritaglio e catalogazione di immagini da riviste, libri e pubblicazioni in generale. L’elenco delle aree tematiche nelle quali sono suddivise le fotografie è impressionante: qualcosa come 12 mila differenti aree, dalla A di “Abacus” alla Z di “Zoology”. Una piccola selezione dalla collezione, piccola per modo di dire visto che si tratta di 38 mila differenti immagini (ma il numero è destinato ad aumentare, trattandosi di un work in progress), è disponibile anche on-line, mentre la consultazione tradizionale avviene in loco, è ovviamente riservata ai soli iscritti alla biblioteca, e permette la visione di fino a 60 documenti per utente.

Tutto questo per dire che The Picture Collection è anche uno degli ultimi progetti della fotografa statunitense Taryn Simon. Presentato in anteprima sulle pagine di Wallpaper* (Simon è infatti uno dei tre guest-editor del numero di ottobre), esso raccoglie le fotografie di alcune di queste immagini, divise per argomento, e scelte personalmente dalla stessa Simon. La quale spiega, sulle pagine della rivista, di ritenere l’archivio immagini della New York Public Library come l’antesignano del moderno Google Images, con però il lavoro dell’uomo (e non dell’algoritmo) dietro di esso. Sono stati infatti numerosi  i bibliotecari e curatori che nel corso degli anni si sono preoccupati non solo di implementare l’archivio, ma anche di fornire una catalogazione e una contestualizzazione alle immagini che lo rendono unico e tutt’ora visitato da studenti, grafici, artisti e personaggi del mondo della moda, del design e della pubblicità.

Purtroppo, al momento, non si trova in rete nessuna delle fotografie scattate da Taryn Simon, ad eccezione di questa che ho messo in cima al post. Sono invece raccolte in un inserto su carta lussuosa proprio in mezzo al numero di ottobre di Wallpaper*. Che, solo per queste foto, vale il prezzo di copertina.

Gli impressionanti distinguo sul caso Sallusti.

La cosa divertente è leggere i distinguo. Piccolo riassunto, per chi avesse passato le ultime 36 ore su marte. Ieri mattina Il Giornale dà in apertura la notizia di un possibile arresto (manca il pronunciamento della Cassazione, previsto per mercoledì) del suo direttore responsabile Alessandro Sallusti, reo nel 2007 di aver diffamato su Libero (di cui allora era reggente) un giudice di Torino. Reo in modo oggettivo, perché l’articolo che avrebbe contenuto la diffamazione non era firmato da lui, ma da un’altra persona (sotto pseudonimo), e il giudice non era nemmeno nominato (vi si faceva solo riferimento). Siccome Sallusti era il direttore responsabile, la responsabilità del pezzo (o dell’omesso controllo prima che finisse in pagina), secondo le vetuste regole che governano il mondo dell’informazione italiana, è sua. Quindi in galera ci finisce lui, poiché la diffamazione è un reato penale e — come spiegava Vittorio Feltri nell’editoriale a corredo della notizia — ai direttori di giornale difficilmente vengono concesse le attenuanti per via del mestiere che nel corso degli anni fa loro collezionare una certa quantità di precedenti. Per il giudice che ha emesso la sentenza in secondo grado e che ha condannato il direttore del Giornale al carcere (condanna assente in primo grado), inoltre, Sallusti dovrebbe andare in galera non solo per i precedenti appena citati, ma anche perché ci sarebbe il pericolo che, esercitando la sua professione, possa reiterare il reato. Insomma, una cosa terribile nell’Italia del 2012, ma purtroppo reale.
Giustamente la notizia ha avuto una reazione unanime nel mondo del giornalismo e in quello politico, dove tutti (anche acerrimi nemici “politici” di Sallusti, vedi Marco Travaglio) sono concordi nel ritenere l’eventuale galera a Sallusti un’azione che limita la libertà di espressione. E anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto sapere di seguire da vicino la vicenda, dopo che in molti si sono rivolti a lui chiedendo di intervenire.
Dicevo all’inizio: è divertente però leggere i distinguo alla solidarietà espressa. E questi, va detto subito, provengono quasi tutti dalla rete, ovvero da quel mondo che giorno e notte combatte una guerra di superiorità contro la carta stampata ma che, sentendosi profondamente subalterno ad essa, non perde quindi l’occasione — ghiottissima — di levarsi qualche soddisfazione. Allora è tutto un coro di “punti fermi” in solidarietà a Sallusti, seguiti da una serie di “ma” e “però” che fanno accapponare la pelle, per via dell’ipocrisia con la quale vengono affermati. Si fanno le pulci alla cosa, facendo intendere che il giornalismo un po’ spericolato di Sallusti, del Giornale e di Libero un po’ giustificherebbe la galera; che la diffamazione non è un reato penale solo in Italia; che le regole dell’informazione sono quelle e via dicendo. Come se, ad esempio, il fatto che diffamare porti in carcere anche in altri paesi faccia dell’Italia, da questo punto di vista, un posto un po’ più civile di quello che è. O come se Sallusti fosse l’unico giornalista il cui tenore di scrittura è sopra le righe. Insomma, dei distinguo patetici, fosse solo per il modo in cui vengono condotti: con abbondanti arrampicate di specchi. Quando, al popolo della rete sempre pronto ad inginocchiarsi al pensiero dominante, sarebbe bastato dimostrarsi un po’ più coraggioso e dire: sono solidale, ma un po’ meno solo perché Sallusti mi sta sul cazzo — e se sta sul cazzo a me, un po’ si merita la galera.