Archivio mensile:Luglio 2012

La questione.

In rete è partito un tam tam in difesa di Nicole Minetti. Aderirei anche io, perché non ho ancora trovato un solo motivo valido per cui debba dimettersi — o, in alternativa, uno altrettanto valido per cui Berlusconi e Alfano (e tutti gli altri del Pdl appresso) ora le abbiano dato una specie di ultimatum. Ma non è questo il punto. A me sembra che, per la maggior parte delle persone e nella maggior parte degli interventi, la questione non sia quella di difendere il consigliere regionale Minetti e il suo diritto a quel posto, o il suo diritto a non dimettersi. La questione è, evidentemente, molto più vecchia: Silvio Berlusconi. Paradossalmente, infatti, tutti quelli che ora dicono “Minetti resisti”, fino a due mesi fa gridavano indomiti “Minetti vergogna, dimettiti!”. Solo che fino a due mesi fa, a difenderla, c’era appunto l’ex presidente del consiglio. L’attuale obiettivo della campagna in difesa di Nicole Minetti.

Ginger: 100% crowdfunding

(pubblicato su Enquire)

Ci sono due vie che la discografia può percorrere nel suo rapporto con le nuove tecnologie, e con la Rete in particolare.

La prima, che finora abbiamo visto non portare a grandi risultati, è quella di farle la guerra.

La seconda, più costruttiva e quindi più impegnativa da seguire, è quella di sfruttarla a proprio favore. Certo, fare la guerra è molto più facile: ci si scaglia contro l’obiettivo della pirateria informatica su larga scala che uccide la musica (ricordate i Metallica contro Napster?), senza però comprendere che tornare a prima del cambiamento non sarà più possibile; e così la discografia vecchio stile continua a navigare a vista con la speranza, un giorno, di poter rivivere i fasti antichi. Continua a leggere

C’è qualcuno che voglia prestare 50 sterline a Stefano Boeri?

Oggi si parla molto di questa cosa di Stefano Boeri che si candida alle primarie nazionali del Partito Democratico. Per chi avesse la presunzione di vivere su un’altra galassia, Boeri è un architetto, ex direttore di Domus e di Abitare, nonché attuale assessore alla Cultura, all’Expo, al Design e alla Moda del Comune di Milano. Una posizione mica da ridere alla quale è arrivato dopo aver perso le primarie per il candidato sindaco per il centrosinistra, vinte poi da Giuliano Pisapia. In quelle primarie Boeri rappresentava il capolavoro del PD: era il suo uomo. Nonostante tutto, vinse un personaggio che si presentava come indipendente ma che, a conti fatti, era sostenuto da partiti alleati del PD e dal peso elettorale inferiore. Con tutte le polemiche del caso — qualcuno dice che anche da quell’occasione partì l’aria nuova; qui di aria nuova non se n’è mai vista molta, e anche fosse stata nuova ora risulta essere un po’ stantia. Ma è storia, seppur recente.

Dunque Stefano Boeri, dopo aver perso delle primarie non a carattere nazionale, decide di fare il “salto in alto”, e tentare quelle a leader del partito democratico. (Apro una parentesi: io mica ho capito se le primarie serviranno per decidere il leader del PD o un eventuale candidato a primo ministro di un blocco di centro sinistra; secondo me non l’hanno capito nemmeno loro, e infatti c’è chi le vorrebbe aprire anche ad altri fuori dal partito, e chi no. In ogni caso sono affari loro — figuriamoci, nemmeno è il mio partito di riferimento — e loro soli dovranno prima o poi sbrogliare la matassa. Noi intanto facciamo da pubblico divertito, giusto perché non abbiamo il coraggio di cazzeggiare sugli affari di casa nostra. Chiusa la parentesi). In Rete c’è chi dice che Boeri sarebbe l’uomo di Repubblica (intesa come corazzata di carta) e quindi se ne deduce — per la proprietà transitiva — anche l’uomo caldeggiato dall’Ing. Boh, di queste cose ci capisco poco. Repubblica c’ha sempre un uomo da spingere, sempre un’idea vincente, sempre la voglia di eterodirigere il più grande partito a sinistra dello schieramento, ma finora non è che anche lì si siano visti questi gran risultati. A me, più che altro, la candidatura di Boeri ha fatto venire in mente un altro precedente letterario: Nick Hornby.

E’ un po’ tirata per i capelli, ma ve la spiego lo stesso. Boeri che perde le primarie milanesi e decide di correre a quelle nazionali mi è sembrato tanto Rob Fleming, il protagonista del romanzo “Alta Fedeltà”. Il quale descrive l’approccio sessuale con la sua ex fidanzata Alison Ashworth in questi termini:

Noi andavamo al cinema, alle feste e in discoteca, e lottavamo. Lottavamo nella sua camera da letto, e nelle camere da letto delle case delle feste, e nei soggiorni delle case delle feste, e quando arrivò l’estate lottammo in diversi prati. Lottavamo sempre per la stessa vecchia questione. Certe volte mi veniva una tale noia a cercare di toccarle il seno, che provavo a toccarla in mezzo alle gambe; era come chiedere in prestito cinque sterline, sentirsi dire di no, e allora chiederne cinquanta.

C’è titolo e titolo.

Quando lo scorso venerdì, all’indomani della vittoria della nazionale italiana contro la Germania nella seminifinale dell’Europeo, Il Giornale titolò col suo solito piglio “Ciao Ciao Culona”, lessi in rete alcune opinioni finto scandalizzate. E mi arrabbiai, perché ci vedevo molta della solita ipocrisia italiana nel giudicare le cose. Vero, il titolo non era esattamente di quelli che si portano ad esempio in sede di esame da giornalista, e magari si poteva anche evitare di tirare fuori una questione (il “culona” appunto) che già a suo tempo provocò una mezza crisi diplomatica. Ma a difesa del Giornale — e del suo titolista, della sua abitudine a certe prime pagine un po’ spericolate — c’era un fatto secondo me da non sottovalutare: tutta Italia, giovedì sera, ha pensato quello che poi il quotidiano di Sallusti e Feltri ha riportato in pagina. Tutta. Una specie di sentimento politicamente scorrettissimo, ma condiviso dalla nazione intera. E non venitemi a dire — sì, dico anche voi finto scandalizzati — che l’occasione per togliersi un sassolino dalla scarpa non era affatto ghiotta, e nonostante il sassolino fosse di quelli delle misere consolazioni.
Oggi, dopo che l’Italia ieri sera ne ha beccate 4 dalla Spagna perdendo la finale, Libero titola che “Monti porta sfiga”. Conoscendo i nostri polli, la previsione sul titolo di Libero era fin troppo facile da fare, dopo aver visto il nostro Presidente del Consiglio in tribuna a Kiev e come è andata poi a finire la partita. In rete, oggi come qualche giorno fa, è partito il solito tam tam degli scandalizzati. Ma stavolta, fatemelo dire, a ragione: il titolo di Libero è qualcosa che non hanno pensato gli italiani ieri sera. Sfottere la Merkel — seppur con il non edificante cattivo gusto — sapeva di liberatorio e accomunava. Prendersela con Monti, per un motivo ovviamente inesistente, dimostra la piccolezza di un giornale smarrito, obbligato a inseguire i peggiori esempi della stampa italiana (che non stanno solo a destra, cari miei) per guadagnarsi un posto sotto i riflettori. Che il suo direttore oggi parli di diritto di satira e dica che quando c’era Berlusconi tutto era concesso non è, tra l’altro, una delle migliori tattiche difensive. Perché è vero che quando c’era Berlusconi tutto era concesso (e spesso era concesso anche di ben peggio, rispetto al titolo odierno di Libero), ma proprio dal pulpito che oggi è sotto accusa arrivavano i peggiori anatemi. Ecco, anche solo l’abbassarsi al livello di chi si è finito di contestare soltanto ieri, dimostra il netto passaggio dalla parte del torto.
Forse non hanno tutti i torti coloro i quali dicono che in Italia riusciamo a dimostrare un sentimento di unione solo quando c’è di mezzo il calcio; alla prima occasione — leggi, quando si perde una finale — prendersela anche con chi è stato messo lì per sollevare le sorti del nostro paese diventa cosa buona e giusta. Sembra che nemmeno negli obiettivi da sfottere riusciamo ad essere uniti.
(Leggo che Paolo Ferrero, purtroppo non dimenticato segretario di Rifondazione Comunista, ieri sera ha scritto su Twitter la stessa cosa. Siccome non crediamo che sia lui il titolista di Libero, non possiamo che far notare come un sentimento antigovernativo accomuni i settori più scalmanati della destra che pure si vorrebbe di governo, e la sinistra ormai extraparlamentare. Una questione sulla quale la destra farebbe meglio a riflettere).