Archivio mensile:Marzo 2012

Appunti per Carlo Freccero

Nel 2008, intervistato per La Stampa da Claudio Sabelli Fioretti, Roberto D’Agostino argomentò così il profondo rispetto e l’enorme stima che nutriva per Renzo Arbore:

Renzo può anche stuprare la Angiolillo sugli scalini di Trinità dei Monti. Io scrivo che l’Angiolillo l’ha molestato oltre misura.

Con le dovute proporzioni, io affermerei la stessa cosa di Carlo Freccero. Anzi, siccome non ho mai avuto alcun tipo di rapporto con lui, dico piuttosto che il suo lavoro di uomo di televisione, di grande innovatore, di personaggio coraggioso, di intellettuale politicamente distante dai miei lidi (e, forse per questo ancor più intrigante), di situazionista e di abile conversatore, me lo fanno difendere a spada tratta da qualunque accusa gli viene rivolta. Potrebbe combinare anche la cosa più deplorevole sulla faccia della terra, e io direi che qualcuno l’ha esasperato al punto tale che lui la commettesse.

Questo per dire che mi schiero dalla sua parte nella polemica di questi giorni con Libero. Anche se la sua telefonata era meschina e inopportuna, certo. Anche se il linguaggio usato non era alla sua altezza (eufemismo), pur trattandosi di una telefonata privata che Libero forse avrebbe fatto meglio a non mettere online, soprattutto dopo aver gridato per anni contro le intercettazione e la pubblicazione di esse (e anche se pubblicavano, oh se pubblicavano!). Anche se l’odiosa affermazione secondo la quale i cardinali sono pedofili, è una cazzata alla quale non crede nemmeno Freccero stesso. Eccetera eccetera.

Per questo, in conclusione, faccio notare una cosa: Fisica o Chimica (parentesi: cari giornalisti che improvvisamente siete diventati tutti esperti di serie tv, quella è una ‘o’, non una ‘e’, dunque la serie non si chiama “Fisica e Chimica”; no, perché l’ha sbagliato il 90 percento di voi) sarà pure un’ammucchiata in fascia protetta alla quale Libero ha affibbiato il ridicolo epiteto di “Pornorai” (ma qui, ovviamente, si crede a Freccero, e dunque la si considera nel suo contesto, e quindi pedagogica, pur ammettendo candidamente di non averne mai vista una puntata), ma il sito di Libero è di gran lunga il quotidiano online con la più grande quantità di figa a scopo di aumentare i click dell’internet italiana. Una volta che Freccero si è appuntata questa cosa, per lui tutto sarà più facile.

Ho letto IL, è bellissimo. Peccato per la carta.

Ho acquistato e sfogliato abbondantemente, soffermandomi sugli articoli che hanno subito incontrato il mio interesse, IL, il magazine maschile (?) de Il Sole 24 Ore, che ieri è arrivato in edicola col primo numero diretto da Christian Rocca. Siccome la notizia in rete negli ultimi giorni ha fatto un certo rumore — e non poteva essere altrimenti, dato che Rocca è personaggio ben noto a chi frequenta la blogosfera italiana — e tutti sembrano aver detto la loro, impiego qualche riga per dire anche la mia.

IL era già il miglior allegato (anche qui, come per “maschile”, metto un ?) ad un quotidiano nazionale, quindi Rocca partiva da una base solida. Migliore per molti motivi: argomenti trattati e taglio col quale li trattava, freschezza e, soprattutto, design. L’eccellente lavoro grafico del team guidato dall’art director Francesco Franchi aveva portato IL ad offrire delle copertine che immediatamente lo differenziavano da qualunque altra pubblicazione scorgevi in edicola o sugli scaffali delle riviste nelle librerie. Il fatto di essere l’unica pubblicazione italiana tra i finalisti del premio Magazine Of The Year, insomma, è più che meritato. Rocca, dalla sua, porta sicuramente un grande talento, una certa verve polemica, il gusto per i fatti nel mondo e, ultimo ma non ultimo, un valore aggiunto in termini di firme: nel suo editoriale dice di aver già arruolato Jason Howoritz del Washington Post, Sasha Issenberg da Monocle, il saggista Paul Berman e l’invitato dell’Atlantic Graeme Wood. Chapeau. La cover story di questo primo numero da lui diretto, poi, è un colpo al cuore (positivo) per tutti quelli innamorati della stampa e del giornalismo, visto che racconta il futuro (ancora lungo, a quanto pare) dell’informazione cartacea, se ne presentano alcuni esempi e si descrivono i “believers”, ovvero coloro i quali non hanno smesso di credere e ancora producono informazione di carta di un certo successo (piccola bacchettata: ma Tyler Brulé perché non è stato inserito?!).

Non trovando altri difetti nella linea editoriale (e cioè: ciascuno tratta le storie che meglio crede, e quelle trattate da IL non lo sono quasi mai su nessun’altra pubblicazione, non in Italia almeno), mi soffermerei sull’unico grande difetto, per altro condiviso con tutti gli allegati ai quotidiani nazionali e con buona parte dei settimanali: la carta. Per usare un francesismo, e non dare l’impressione che questa micro-recensione (sono costretto, per la terza volta, a mettere un ?) sia totalmente appiattita e favorevole nei confronti dell’oggetto recensito, dico che fa letteralmente schifo. E va cambiata subito, immediatamente. Dice: non è possibile, farebbe aumentare il costo del magazine, gli allegati funzionano così, vattelapesca. Rispondo: chissenefrega, provateci. Staccate il mensile dal quotidiano (non dal gruppo editoriale, semplicemente vendetelo come un prodotto autonomo), aumentate il prezzo di entrambi una volta al mese, trovate la soluzione che meglio preferite, ma cambiatela. E’ quel tipo di carta che mi fa quello che ormai ho chiamato “effetto TV Sorrisi e Canzoni”, per via del fatto che il tipo di cellulosa è identico a quello del famoso nazional-popolare: stessa consistenza al tatto, stesso odore, stessa proprietà di diventare trasparente (se non di bucarsi) quando ci sputi sopra. Non che io acquisti le riviste per sputarci sopra, sia chiaro; è solo per intendersi. La trovo un’enorme pecca, punto. E’ inutile avere il progetto grafico più bello del mondo, se poi lo si stampa su pessima carta. Lo dissi anche all’epoca del restyling di Style del Corriere della Sera (effettuato addirittura dalla Winkreative): si spendono, giustamente, soldi per fare prodotti non solo utili ma anche belli, educando così su un aspetto — quello estetico — troppo spesso sottovalutato in favore del “l’importante è il contenuto”. E poi li si incarta in pessimo modo.

Preservare la dignità, soprattutto.

(Articolo scritto per Enquire.it)

La centrale elettrica di Battersea, a Londra, è certamente un’icona. Ritratta in moltissime fotografie e in altrettanti film, forse il suo scatto più celebre è quello sulla copertina del disco “Animals” dei Pink Floyd. Era il 1977 e la centrale era ancora perfettamente funzionante: non sarebbe stata più attiva una manciata di anni dopo, nel 1983, esattamente dopo 44 anni di attività (era stata costruita nel 1939 su progetto dell’architetto Giles Gilbert Scott). Da quando ha smesso di funzionare è diventata uno spazio vuoto, inutilizzato: urban wasteland, come dicono oltremanica.

La Battersea non è solo un’icona tra gli appassionati di musica, come abbiamo visto, o nel mondo del cinema. O di Londra stessa. È famosa anche per i suoi pregiati interni in stile Art Déco. Dallo scorso febbraio è in vendita: è verosimile che ci vorranno molti soldi per comprarla, ma è altrettanto verosimile che chi si accollerà una spesa del genere poi ne ricaverà quello che vorrà. Tipo un parco giochi. O un centro commerciale. In verità c’era già stato un tentativo, da parte di John Broome, di trasformarla in un parco a tema;  soltanto che poi i fondi a disposizione sono finiti, il tetto nel frattempo era stato smantellato e la struttura in questo modo indebolita. La classica toppa peggiore del buco. Allo stato attuale, dopo la messa in vendita, l’unico progetto concreto è stata l’approvazione da parte del Consiglio di Wandsworth di un progetto del valore di 6,5 miliardi di euro per il solito sviluppo di uffici, alberghi, negozi e attività commerciali di vario genere intorno all’area.

Sì è dunque aperto, in Inghilterra, lo spazio per un dibattito sull’architettura dismessa e le sua funzione nel nostro presente. E cioè: giusto preservare un edificio del genere nella sua integrità (ovviamente per quanto possibile), oppure è meglio destinarlo ad altri utilizzi, più o meno snaturando l’impianto originale? A Vienna, per esempio, le quattro cisterne del vecchio Gasometro sono state date in restauro ciascuna ad una famosa archistar (Jean Nouvel, Manfred Wehdorn, Wilhelm Holzbauer e la cooperativa di architetti Coop Himmelb(l)au), e all’interno sono stati ricavati una grande sala per concerti e un centro commerciale suddiviso, appunto, in quattro diverse aree collegate tra loro da corridoi sospesi. Il risultato, in verità, è decisamente scarso. Se vi recate a Vienna convinti di visitare una buona rivalutazione di un’area industriale dalla grande importanza storica e iconografica, vi renderete invece conto che del vecchio Gasometer rimane solo la struttura lontanamente riconoscibile (alcuni interventi architettonici sono stati svolti ex novo anche all’esterno delle cisterne) e gli enormi manometri, tenuti lì un po’ per soluzione estetica esotico-vintage e un po’ per il pudore di non sottrarre completamente il passato. A onor del vero, è stata riqualificata meglio l’area intorno alle quattro cisterne, le quali però rimangono il simbolo indiscusso di tutto quell’impianto industriale. Applicare questa soluzione anche alla Battersea Power Station, probabilmente, non sarebbe il modo migliore per rendere giustizia ad un luogo storico. Non per via del centro commerciale, sia chiaro. Piuttosto per come l’operazione è stata condotta.

Un ottimo suggerimento arriva da Louise Banbury che, dalle colonne di Monocle, s’interroga su quale tra le soluzioni possa essere la migliore, e conclude strizzando l’occhio a quella suggerita dall’architetto Terry Farrell. Si tratterebbe di effettuare il restauro delle ciminiere pericolanti, in modo che esse non rappresentino un pericolo, e delle stanze di controllo in stile Art Déco, per preservare il patrimonio artistico. Dopo di ché, si crei un parco urbano che non snaturi la struttura della vecchia centrale (qui trovate alcuni render del progetto). Come se fosse un parco del ricordo, con la Battersea come unico elemento protagonista dell’area. Questo perché, dice Banbury, a volte è bene che di una struttura architettnonica siano preservati il design, il patrimonio storico-culturale che si porta appresso e, soprattutto, la dignità.

Eccola la soluzione migliore: preservare la dignità. Essa, infatti, non va in disuso con la dismissione dell’attività industriale, ma rappresenta invece il perno per far rinascere l’elemento architettonico e conferirgli il giusto valore.

Anche la lingua.

Malcom Pagani, sul Fatto di oggi, intervista Sabina Guzzanti pronta a tornare in televisione:

Un titolo: Un, due, tre stella che rimanda all’infanzia e al governatore della rete, sempre a Ovest di La7 perché l’esilio è stato troppo lungo per rilassarsi e la satira non la domini: “Fa un po’ quel cazzo che gli pare”.

Il soggetto sembrerebbe essere “la satira”.

Se non fosse il matrimonio la battaglia dei progressisti?

Francesco Costa, sul suo blog, lancia la proposta: sostenere il matrimonio gay è (anche) una posizione conservatrice. Non si capisce se ci creda veramente, o se invece essa sia più una suggestione dovuta ad alcune recenti dichiarazioni del Premier inglese (conservatore) David Cameron o, piuttosto, se perché l’argomento è stato tirato in ballo anche dal Presidente del partito cui, da sempre, Costa non nasconde di far riferimento; siccome non è stato tirato in ballo nel senso che piace a Costa (e che dovrebbe piacere punto, tra quelle fila) può essere che la provocazione sia piuttosto un parlare a nuora perché suocera intenda.

L’argomentazione alla base è davvero ben svolta: i conservatori, da sempre, hanno come loro battaglia centrale sui temi sociali “la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società, come impegno pubblico, solenne e socialmente ineludibile per un’unione che si rispetti”. Se ne dedurrebbe quindi che più famiglie, più perni centrali intorno ai quali far ruotare l’azione politica, dunque più contenti i conservatori — perciò cosa aspettano ad appoggiare questa battaglia?

Tuttavia nell’argomentazione è nascosto un vecchio trucco: “al netto del razzismo”. E’ un vecchio trucco perché definisce già (come “razzista”) chi si presenta con un argomento differente da quello appena sviluppato. A poco serve, infatti, concludere il post dicendo che “occorre fornire argomenti” a sostegno della tesi contraria, quando in tutto il pezzo traspare chiaramente che, per l’autore, non può esistere tesi contraria. O sei d’accordo con me, o “discrimini un determinato gruppo di persone per via di una loro caratteristica innata”, quindi sei “omofobo”, quindi sei “razzista”. Tertium non datur. Probabilmente Costa sarebbe contento se dicessi che è un modo di ragionare tipicamente progressista, ma non lo dico perché mi sembrerebbe di fare una guerra tra bande. Dico però che una terza soluzione è invece possibile.

Il modo di sparigliare le carte adoperato da Costa somiglia un po’ a quello che ha usato Mary Ann Sieghart in un suo editoriale sull’Independent: l’amore è universale, è sopravvissuto al nazismo, al fascismo (e anche il capitalismo non è messo bene), tutti amiamo l’amore, dovresti essere contento di vivere in un paese in cui i politici “si stanno intromettendo nelle nostre relazioni amorose”, e se sei contro il matrimonio gay vuol dire che non ti piace l’amore. Conoscete voi qualcuno disposto a dichiararsi contro l’amore? Io no. (Apro una parentesi: un conservatore — ma anche un progressista, credo almeno quelli tendenza Costa — non dovrebbe essere molto contento di vivere in un paese in cui i politici “dare to intrude into our love-lives”).

Tirare per la giacchetta la famiglia in un gioco di causa-effetto con il matrimonio, è un po’ stucchevole e un po’ sbagliato, a mio avviso. Perché il matrimonio è un istituto che, da sempre, si fonda sull’unione di un uomo con una donna; non perché un giorno qualcuno si è svegliato e ha deciso che doveva essere così e che tutti gli altri andavano discriminati, piuttosto perché è da quel tipo di unione (e, stante le cose, solo da quel tipo di unione) che è possibile procreare. Affermare il contrario non è razzismo, ma semplicemente far notare che un’unione omosessuale non si chiama più matrimonio. Anche se possiede tutte le tutele, i diritti e le dignità di quest’ultimo — ciò che mi auguro.

Credo che Costa ancora non mi creda e mi pensi razzista. Aggiungo allora che sono totalmente d’accordo con qualunque forma di regolamentazione che tuteli le coppie (eterosessuali, omosessuali) e che dia loro pari diritti rispetto a quelle formatesi con il matrimonio. Mi piacerebbe, certo, che questo tipo di regolamentazione fosse privata e che lo stato c’entrasse in minima parte nella sua formulazione — o non c’entrasse proprio: una specie di “sono riconosciuto dallo stato” senza che lo stato si sia adoperato attivamente per riconoscermi, sebbene mi permetta di essere riconosciuto. Solo che questo si scontra con un unico, enorme ostacolo: non il razzismo, la lingua. Infatti questo tipo di unione non si potrebbe in alcun modo chiamare matrimonio, ma qui è forse solo una questione di diversi significanti. Ecco, per convincere Costa della mia buonafede (sperando di averlo nel frattempo convinto del fatto che non sono né razzista, né omofobo né alcunché) mi metto nei suoi panni e ribalto la questione: non è il matrimonio gay ad essere una battaglia dei conservatori, piuttosto è il matrimonio a non esserla dei progressisti.

(Rileggendo mi rendo conto di pensarla più o meno come l’On. Bindi, e potrei in effetti rivedere per questo motivo tutte le mie posizioni e dire che sì, dove non è riuscito Costa a convincermi con le sue ottime argomentazioni è riuscita la Bindi con le sue dichiarazioni).

Ministro.bravo

Leggo sempre molto volentieri Adriano Sofri, anche se spesso non sono d’accordo con le sue opinioni. Anche stamattina ho letto volentieri la sua “Piccola Posta” (Il Foglio – 09.03.2012, p. 2). Parlava della gaffe del ministro Riccardi, quella del “mi fa schifo la politica” che tanto ha suscitato le ire del Pdl. Sofri si soffermava sul fatto che è stata, per così dire, una leggerezza per la quale Riccardi “ha sbagliato” e che il Pdl ne ha fatto un uso strumentale. Lo penso anche io, che detto così può sembrare un tantino arrogante; certo, ma io quel partito l’ho sempre votato, e forse lo rivoterei anche domani mattina, da qui lo stupore di essere d’accordo con Sofri proprio in questa circostanza — uno stupore positivo, in ogni caso. Ciò che mi ha lasciato perplesso, nell’argomentazione di Sofri, è questa frase:

Una politica che fa schifo faccia una bella crisi di governo perché un bravo ministro ha detto che c’è un modo di far politica che fa schifo.

“Bravo ministro”, quelle due parole messe così mi hanno fatto riflettere. Adriano Sofri è persona che solitamente le parole le misura tantissimo, ma può essere benissimo che questa volta non si sia accorto della cosa. Per fare però una annotazione che lui avrebbe sicuramente fatto nel confutare la medesima affermazione a qualcun altro, beh, l’aver scritto “bravo ministro” in luogo di “ministro bravo” mi sembra cosa non da poco. Sul fatto che Riccardi sia una bravissima persona — non solo nel carattere, ma anche in ciò che ha fatto — non ho nulla da obiettare, come si dice. Che però non mi si venga a dire che l’essere una buona persona equivalga anche a svolgere bene l’attività di ministro, nella quale mi sembra che in tutto questo tempo abbia latitato, e il fatto che sia in buona compagnia non toglie nulla alla latitanza. In caso contrario, infatti, sarebbe sicuramente stato un “ministro bravo”.

Dovranno fare, prima o poi, una specie di Celebrity Deathmatch: media tradizionali vs rete.

Senza entrare nel merito delle cose, anche se propenderei per dire che “Sofri, quello giovane” ha maggiori ragioni dalla sua, oggi abbiamo assistito al seguente dibattito: da una parte il giornalista tradizionale, Marco Bardazzi, che su La Stampa scrive che i social network (usati come la più classica delle sineddochi, la parte per il tutto, dove il “tutto” sembrerebbe essere la rete in generale) peggiorano la qualità dell’informazione:

In uno scenario simile piattaforme come Facebook o Twitter, dove tutto è immediato, rischiano di trasformare subito in «fatti» quelle che sono solo labili informazioni da confermare

Dall’altra l’informazione in rete — Il Post, più nello specifico il blog del suo direttore Luca Sofri — che replica a quelli del giornalismo tradizionale che, in verità, sulla liberazione di Rossella Urru sono stati proprio i media tradizionali a prendere l’abbaglio, e che Twitter l’ha semplicemente amplificato (un problema, certo, ma anche un’altra storia):

la notizia su Twitter è sì dilagata, ma le fonti citate e linkate dai tweet erano soprattutto le testate italiane che le avevano dato grande spazio. E che sono state le più potenti messaggere e interpreti di quella notizia ancora tutta da verificare (il primo grande giornale a fare marcia indietro, a suo merito, è stato il Sole 24 Ore che ha cambiato il suo titolo in “Giallo sulla liberazione”).

La falsa notizia della liberazione di Rossella Urru agli italiani l’hanno data i giornalisti professionisti, i siti dei giornali e dei tg, non “Twitter”.

discreta moral suasion.

Non voglio entrare nel merito della questione, perché mi sono già espresso più volte. L’ultima fu qualche anno fa, e nel frattempo non è che le mie opinioni siano cambiate di molto. Metterei meno virgole e paletti, ma sostanzialmente ci siamo.

Detto questo, un applauso a Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta.it. Perché è stato l’unico — o comunque è stato il primo, gli altri se arriveranno troveranno già la porta sfondata — a dire una verità che nessuno vuole dire: e cioè che l’innalzamento dei fondi per l’editoria (da 47 a 120 miliardi di euro, cioè un più che raddoppio mica male) ha avuto come garante d’onore il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la sua “discreta moral suasion”. Fossimo stati in Tondelli avremmo messo in chiaro maggiormente la cosa ai non addetti ai lavori, spiegando che probabilmente c’entrano molto Il Riformista e il suo direttore Emanuele Macaluso, col quale Giorgio Napolitano ha un vecchio legame.