Archivio mensile:Gennaio 2012

Un numero che vale il prezzo di copertina

“Ne abbiamo abbastanza di graphic designer che si lamentano perché l’industria musicale non offre più le occasione di lavoro di una volta”. Con questa dichiarazione d’intenti Patrick Burgoyne, direttore di Creative Review, apre il numero di Gennaio 2012 totalmente dedicato al music business. Per prima cosa, nessuna concessione alla nostalgia: che la Hipgnosis abbia prodotto alcune tra le più belle copertine di sempre, o che la cover di Horses di Patti Smith sia un celebre scatto di Robert Mapplethorpe, sono cose risapute e già spiegate, analizzate, descritte, mitizzate.

“The Music Issue” del celebre mensile dedicato al mondo della comunicazione visiva e della pubblicità vuole invece indagare quali sono le più interessanti tra le nuove proposte attualmente presenti sul mercato. E così troviamo Mark Sinclair che si occupa, in una lunga retrospettiva, della comunicazione di alcuni tra i più importanti nuovi festival musicali internazionali (laddove Glastonbury, per dire, è identificato col fango, All Tomorrow’s Parties viene identificato con le sue efficaci locandine). Oppure Jennifer Allan, online editor di The Wire, che analizza l’estetica grafica che ciascun genere musicale si è costruito nel tempo. O, ancora, quali sono le migliori etichette che puntano su un design grafico che sempre più spesso finisce per essere parte integrante del brand (e qui non si capisce come possano essere stati tralasciati alcuni tra gli esempi più eccellenti: la collaborazione tra Dinamo Studio e Die Schachtel, o il packaging lussuoso dell’Edition RZ).

Charm is a set of attributes fed by doing things based on human feeling and not because a focus group says it sounds good or the numbers seem to add up when you pile them on to an Excel sheet.

Andrew Tuck, Monocle, issue 50, volume 05, February 2012.

La prossima volta che vi chiedono perché è importante liberalizzare, raccontategli questo.

A volta cerchi di spiegare a qualcuno perché credi siano importanti le liberalizzazioni. Se il tuo interlocutore la pensa come te, ovvio, ci si capisce subito. Altrimenti si va a sbattere contro uno stato confusionale avanzato: si parte dalle farmacie per arrivare ai famigerati taxi, passando per l’abolizione degli ordini professionali, delle tariffe minime e per lo scorporo delle reti (gas o ferroviarie: a confusione si rischia di aggiungere altra confusione). E quello, il tuo interlocutore, un po’ sembra prenderti per il culo: non volendo capire da solo, gli esempi che porti rischiano di generare un effetto boomerang e vanificare il tentativo di spiegare perché liberalizzare è bello. E giusto, soprattutto.

Da domani mattina farò un altro esempio. E cioè. Mi è capitato, stamane, di dover acquistare due biglietti per un concerto. L’ho fatto tramite il sito di e-ticket più grande che c’è in Italia. E, si badi bene, con “più grande” non intendo il più fornito, o quello più facile da utilizzare, o altro. No, intendo solo che è quello che si accaparra l’esclusiva per la vendita on-line del, stimiamo a spanne, 60% degli avvenimenti concertistici/teatrali/sportivi sul territorio italiano. E dell’80% di quelli che interessano la maggioranza del pubblico (sempre una stima, eh, ma ci siamo capiti). Con questo intendo anche dire che no, non c’era possibilità che io acquistassi i due biglietti su un altro sito. O lì, o nei punti vendita abituali (molti dei quali, tra l’altro, fanno sempre parte della stessa rete del sito internet, dettaglio questo che ci verrà buono più avanti). Bene, scelgo i miei biglietti, inserisco il numero di carta di credito, seleziono la modalità di spedizione. Pago, ricevo la mail di conferma, ora non mi resta che attendere il corriere espresso che me li consegnerà nei prossimi giorni.

Bene? Non proprio. Perché il costo complessivo non è equivalso alla somma del costo dei due biglietti, più le spese di spedizione. No, il costo complessivo è stato quello dei due biglietti, più 7,65 euro di commissioni di servizio, più 9,99 euro per la consegna mediante corriere espresso. Eh? Sì: acquistare i biglietti online costa quasi 8 euro di non meglio specificati servizi di commissione. Credo siano gli stessi che una volta si chiamavano diritti di prevendita, e cioè quanto il venditore del biglietto (in prevendita, quindi molto prima dell’avvenimento) guadagnava sull’emissione. Giusto, chi te li vende dovrà pur guadagnare (ma così tanto?!). Allora perché se avessi acquistato gli stessi biglietti in un punto vendita fisico (della stessa rete) non mi sarebbe costato così tanto in diritti di prevendita? Boh, l’Italia sembra essere l’unico paese in cui i servizi on-line (quindi automatizzati, quindi gestiti da meno personale, quindi più veloci, etc…) costano di più  dei medesimi servizi acquistati in modo tradizionale (avete provato a pagare on-line il bollo dell’auto?). Bene, se i biglietti, anziché essere disponibili su una sola rete di prevendita on-line (che opera, di fatto, come fosse un monopolista) fossero disponibili su più portali, credete che i servizi costerebbero così tanto? La risposta è, ovviamente, no. Sarebbe a suo modo una liberalizzazione, e a guadagnarci sarei stato io. Cioè il consumatore.

Non c’è danno senza beffa: 10 euro per la consegna mediante corriere espresso di due pezzi di carta? Ma perché Amazon la stessa consegna, per dire, me la offre gratis con una spesa di 20 euro, e IBS (che di Amazon è il diretto concorrente) fa la stessa cosa? O perché altri siti di e-commerce con un prezzo fisso di meno di 5 euro mi consegnano merce a chili e qui ci vuole il doppio per due biglietti dallo spessore di mezzo millimetro? Beh, ovvio, perché tanto li vende solo un operatore. L’alternativa è muovere il culo e andare nel punto vendita.