Archivio mensile:Novembre 2011

Fate con calma.

Il 10 novembre Il Sole 24 Ore apriva, insolitamente, con un titolo a nove colonne:  “Fate Presto”. Un appello rivolto al neo presidente del Consiglio Mario Monti a fare in fretta con le emergenze da risolvere visto che, aggiungo io, sarebbe dovuto essere quello il motivo per cui era stato incaricato di presiedere il governo.

A distanza di 15 giorni, non essendo ancora stato fatto molto (nulla, a dire il vero, a parte ciò che pare sappiano solo Monti, Merkel e Sarkozy ma non gli italiani: è questo il prezzo del commissariamento della democrazia) Il Foglio pensa bene di sbeffeggiare quella prima pagina, rivolgendo l’appello a prendersela con comodo:

Sussidi di stato

Il ministro per il commercio svedese, Annie Lööf, ha dichiarato di essere a favore della legalizzazione del downloading illegale se per uso privato. La dichiarazione è oltremodo imprudente, non fosse altro perché tra le argomentazioni ci sarebbe quella trita e ritrita dell’aumentare la libertà di Internet, un paravento dietro al quale spesso si dicono delle fesserie. A dimostrazione che l’argomento, oltre ad essere stancante, è sempre molto delicato è arrivata la riposta di Helienne Lindvall, la quale afferma cose condivisibili e altre più questionabili (ma la cosa vale sempre quando ad esprimersi sono solo i rappresentati dell’una o dell’altra categoria, in questo caso lei è una compositrice). La chiusura del pezzo è però la parte migliore, perché smaschera la miopia del ministro svedese:

What is interesting is that a leader of a party in the conservative alliance, who has Thatcher as a role model and whose position in the government is focused on trade, seems to view music as an ideological issue. She sees free access to all music as a human right that far outweighs the right of music-makers to determine what happens to their work or to compete in a market that offers them the chance to make a living from it. It sounds almost socialist. If it is, I can only assume that Lööf also believes musicians (and authors and film-makers and authors) should be wholly subsidised by the state.

La parte condivisibile nel discorso di Lindvall è ovviamente quella in cui, da rappresentante della categoria degli autori, afferma di voler competere liberamente nel mercato, cosa importante in un mondo in cui gli autori tendenzialmente si sentono una categoria da proteggere e vorrebbero essere pagati solo in funzione del loro essere autori.

Con le ginocchia nel fango.

Jonathan Jones, critico d’arte del Guardian, non prende benissimo l’idea di alcuni ricercatori del Dipartimento di Archeologia dell’Università di York, di considerare i graffiti dei Sex Pistols al pari delle incisioni rupestri. In un suo intervento, acuto e ironico, Jones prova a capire le cause alla base di questo interesse:

Archaeologists must get sick of kneeling in the rain, mud soaking into their jeans, trying to identify an ancient coin as sceptical farmers look on. They must get fed up of spending years analysing the foundations of a Roman villa, only for all trace of their discovery to be covered up by a road or a housing estate. They try to get their message (that the past is magical) across to a superficial world. They dress up as Vikings to take school groups around a dig. They write books bubbling with matey phrases and contemporary comparisons. But still the relentless juggernaut of stupidity rumbles down the motorway, and archaeologists flip their lids.

Rieccoci (c’è sempre il tempo per un primo vero post)

Una volta, tanti anni fa e fino a qualche anno fa, avevo un blog. Scritto così, non è un bel modo per inaugurare queste pagine. Ma è la verità, se non vi fidate cliccate sulla pagina Info. Quel blog, che si chiamava Ordine Generale, non era nato per caso — diffidate sempre da chi vi dice che le cose nascono per caso. No, era nato perché mi piaceva l’idea che i miei pensieri finissero in rete, come prima cosa; è assurdo ma è così. E poi perché, nel lontano 2005, non erano in molti ad avere un blog in Italia, ché mica era come adesso con i gruppi di ascolto delle trasmissioni televisive su Twitter. Infine: leggevo abitualmente un giornale che ora non c’è più e al quale mi divertivo a mandare letterine, e mi piaceva prendermi i miei quindici minuti (ma anche meno) di celebrità ripubblicandole in rete.

Rispetto a quei tempi, ne è passata di acqua sotto i ponti, anche tecnologicamente parlando. Da quel blog costruito inizialmente sulla piattaforma de Il Cannocchiale (anche se in verità, già nel 2003 qualcosa avevo fatto su un’altra piattaforma che proprio in questi giorni danno per spacciata) a questo abbiamo assistito alla nascita e morte di qualche altro importante elemento del cosiddetto Web 2.0 (My Space, Google Wave, Friendfeed).

(A me le parentesi piace sempre aprirle, soprattutto quando la scrittura è fase di cazzeggio — alto, ma pur sempre cazzeggio. E qui ce ne sta benissimo una: un blog è da considerarsi come elemento del Web 2.0? Forse sì, ma allora altre cose stanno già alla versione 3 e non ce l’hanno detto; o forse no, e questo Web 2.0 allora include troppa roba).

Un blog, dicevo, ce l’avevo già. E allora perché non continuare su quello? Già, perché non  riportare in vita Ordine Generale? Sia detto anche con una punta di orgoglio: ricevo periodicamente all’indirizzo mail ad esso associato richieste di spiegazioni, di “quando torni?”, commenti a post vecchissimi (alcuni con un numero di interventi altissimo, per uno che fa poca vita sociale su internet intesa come scambi di commenti e link), insulti e roba del genere. Là il contatore è fermo ai primi mesi del 2009, e mi pare poco credibile rimetterci mano adesso. Anche perché rispetto a due anni e mezzo fa molte cose sono cambiate, non solo nell’Internet. Cambiano gli stili di vita, cambiano le passioni, cambiano le cose da dire (o vengono drasticamente riconsiderati gli ordini d’importanza, e molto finisce perciò direttamente nel cestino).

Cambiano anche le idee? Non saprei. Il percorso delle persone, visto dalle persone stesse, appare sempre il più lineare e coerente possibile. Se le mie idee sono cambiate, me lo diranno le tre-quattro persone che seguiranno abitualmente questo blog, anche se in privato alcune di loro già mi hanno detto che, su molte cose, non la penso più come un tempo. Vi tranquillizzo, parlavano più che altro di musica.

Di sicuro c’è questo: là vi era un aggiornamento costante, che è andato diminuendo giusto negli ultimi tempi. Qui, in cambio di non so ancora bene cosa, dico fin da subito che gli aggiornamenti saranno molto più sporadici. E magari nemmeno inediti (vedete i post qui sotto, roba già pubblicata che mi è servita per testare il template e la grafica). Cambiano i tempi, dicevo. Allora vedevo il blog come l’embrione di un progetto. Ora, finalmente, come la versione elettronica dei taccuini di carta. Per i progetti ci sono altri modi, fortunatamente.