Novembre 25, 2011

Commento.

(Avrei voluto aggiungere un commento a questo articolo su il Post. Ma le credenziali di WordPress, le stesse che sto usando per questo blog, inspiegabilmente non sono accettate e di crearne di nuove per un solo commento non ne avevo la voglia. Fa nulla, pubblico qui e invio un trackback all’articolo originale).

Ferrara non ha certo bisogno di un difensore, visto che mi pare sappia difendersi alla grande anche da solo. Leggendo però alcuni commenti a questo articolo, mi sembra di ritrovare uno spirito simile a quello dell’ascoltatore che ha telefonato a Prima Pagina questa mattina e che, dopo aver fatto i complimenti ad Alessandro Giuli (vicedir. del Foglio) per la conduzione durante questa settimana, proprio prima di riattaccare si è sentito in dovere di gridare nell’etere che Il Foglio è il giornale di un gruppo di spocchiosetti sovvenzionati dallo stato.

E anche qui in effetti è tutto un coro di: prende sovvenzioni, non gliene frega nulla a nessuno di quello che c’è scritto, lo leggono solo i parlamentari, etc. Fino al culmine:  Ferrara scrive bene ma scrive cazzate, così come Giuli è bravo ma peccato per la macchia di vicedirigere Il Foglio. Con tutti i giornali che ci sono, viaiddio!, se non vi piace Il Foglio leggetene un altro, no?

Ma il vero climax è raggiunto sin dai primi commenti: siano svelati gli affari di retrobottega che intercorrono tra il Post e Il Foglio, non può essere solo per via dell’amicizia tra i due direttori!
Ecco, in un’Italia malata di retroscenismo può succedere che la stima di un giornale per la fattura (nemmeno per i temi, o non per tutti) di un altro, unita ad un’amicizia che tutti conoscono, non sia semplicemente presa in considerazione e ci debba per forza essere un piccolo “complottino” alle spalle, o almeno uno scambio di favori reciproco (e meno male che non sapete, perché Il Foglio non lo leggete, che ogni tanto tra quelle pagine è citato Il Post).

L’impressione è che Il Foglio, tra i detrattori, sia stato letto distrattamente un paio di volte. E tutto il discorso che gli si fa intorno mi sembra figlio di quella demagogica promulgata principalmente dal Fatto, demagogia secondo la quale il vero giornalismo è quello fatto senza le sovvenzioni. Come se prendere sovvenzioni pubbliche — per le quali esiste una legge, e quindi si tratta solo di godere di un beneficio previsto da una norma, giusta o sbagliata che sia — sia moralmente deprecabile (ah, la morale!). Quando invece, se quelli del Fatto e i loro fan hanno ragione su una cosa, ce l’hanno solo nell’aver dimostrato che se un giornale ha dei lettori (e il Fatto li ha), esso sopravvive nel mercato editoriale sovraffollato anche senza le sovvenzioni; ma sarebbe un altro discorso.

Le sovvenzioni non sono nulla di illegale o di poco elegante (chiedere a Padellaro e Colombo, che ai tempi dell’Unità facevano un giornale ampiamente sovvenzionato, insieme al rubrichista Marco Travaglio). Le sovvenzioni, in Italia, non portano ad un giornalismo unico ma ad una pluralità di testate (e di opinioni) le più diverse tra loro; il manifesto come Libero come l’Unità come Il Foglio come Il Riformista non devono e non possono essere paragonati a La Discussione, Il Campanile Nuovo o l’Italia dei Valori (l’organo di partito, non il partito).

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