Archivio mensile:Novembre 2011

Nessuno riesce a spiegare perché bisogna spegnere il telefono in volo.

La questione è nota a chiunque abbia preso un aereo. Al momento del decollo e a quello dell’atterraggio ci viene chiesto di spegnere ogni tipo di dispositivo elettronico. Cellulari e apparecchi genericamente connessi ad una rete, nonché lettori di dispositivi ottici, devono inoltre essere tenuti spenti sempre, dall’inizio alla fine del volo (ad esclusione di quelli in grado di inibire gli accessi alle reti, come gli iPhone o gli iPad che possono essere impostati su precise modalità “di volo”). La domanda che tutti ci facciamo non appena udiamo la richiesta è: perché? La risposta che ci viene data più di frequente — e, al di là di fantasiose ipotesi anche la più accreditata — è che in questo modo le frequenze emesse dai nostri dispositivi non disturbano le comunicazioni di volo e non interferiscono con i circuiti elettronici dell’aereo.

Un interessante articolo di Nick Bilton sul New York Times in queste ore sta riaprendo il dibattito in rete circa le cause di questo spegnimento forzato. La prima cosa che viene fatta notare è una semplice stima: pur se un dato preciso è, per ovvie ragioni, impossibile da stabilire, è verosimile che una percentuale di passeggeri non obbedisca, e tenga quindi acceso un apparecchio telefonico o uno dal “rischio” simile:

712 million passengers flew within the United States in 2010. Let’s assume that just 1 percent of those passengers — about two people per Boeing 737, a conservative number — left a cellphone, e-reader or laptop turned on during takeoff or landing. That would mean seven million people on 11 million flights endangered the lives of their fellow passengers.

Ovviamente nessun incidente aereo del 2010 ha dimostrato di avere cause attribuibili all’uso di un telefono durante il volo (e, fa notare maliziosamente l’autore, lo stesso si può dire per il 2009 e il 2008 e così via). Così come è evidente che se un telefono cellulare rappresentasse un pericolo concreto per la sicurezza, esso non verrebbe imbarcato o sarebbe requisito dal personale per poi essere restituito al proprietario una volta atterrati. Per quanto riguarda le interferenze, viene citato uno studio condotto dal Radio Technical Commission for Aeronautics nel 2006 secondo il quale non è mai stato verificato che un telefono possa interferire con gli strumenti di volo; ma, non essendo nemmeno stato verificato il suo contrario, ovvero la non interferenza, è prassi che nel dubbio venga applicato il margine di errore minimo, obbligando così i passeggeri a spegnere i dispositivi.

Viene inoltre fatta notare una pesante contraddizione, quando viene permesso di accendere, e poi spegnere, un dispositivo elettronico durante la fase di volo (esclusi quindi decollo e atterraggio):

According to electrical engineers, when the electronic device starts, electric current passes through every part of the gadget, including GPS, Wi-Fi, cellular radio and microprocessor. It’s the equivalent of waking someone up with a dozen people yelling into bullhorns.

Non solo: Michael Altschul, vicepresidente della CTIA, afferma giustamente che le frequenze di comunicazione utilizzate tra aerei e torri di controllo sono differenti da quelle per uso commerciale e che la schermatura degli aerei è tale da non permettere interferenze.

Nemmeno James Fallows, apprezzato columnist dell’Atlantic nonché pilota, riesce a togliere i dubbi. Dopo aver affermato che lui stesso quando pilota utilizza iPad e altri strumenti elettronici (anche per consultare più agevolmente le carte di volo), nonché tiene il telefono acceso (e una volta l’ha anche usato per contattare la torre di controllo), si rassegna e, definite queste recole “completamente inutili”, ammette che il suo comportamento è differente a seconda che si trovi in cabina di comando o seduto al posto 38F:

I’ll keep my cell phone, iPad, computer, GPS, and noise-cancelling headsets all switched on when I’m actually sitting in a cockpit — and obey the (irrational) orders to switch them off when I am in seat 38F.

Le religioni muoiono quando gli adepti si annoiano.

Bret Stephens sul Wall Street Journal fa un parallelismo tra il global warming e le religioni, proprio nei giorni in cui a Durban si discute del dopo Kyoto. Prima spiega come sia difficile far morire le religioni (“How do religions die? Probably the don’t…”) e poi spiega:

As with religion, it [global warming] is presided over by a caste of spectacularly unattractive people pretending to an obscure form of knowledge that promises to make the seas retreat and the winds abate. As with religion, it comes with an elaborate list of virtues, vices and indulgences. As with religion, its claims are often non-falsifiable, hence the convenience of the term “climate change” when thermometers don’t oblige the expected trend lines. As with religion, it is harsh toward skeptics, heretics and other “deniers.” And as with religion, it is susceptible to the earthly temptations of money, power, politics, arrogance and deceit.

Cita poi il caso del climategate e delle mail in cui gli scienziati si consigliavano, prima del summit di Copenhagen dello scorso anno, di minimizzare il declino delle teorie catastrofiste:

That’s where the Climategate emails come in. First released on the eve of the Copenhagen climate summit two years ago and recently updated by a fresh batch, the “hide the decline” emails were an endless source of fun and lurid fascination for those of us who had never been convinced by the global-warming thesis in the first place.

But the real reason they mattered is that they introduced a note of caution into an enterprise whose motivating appeal resided in its increasingly frantic forecasts of catastrophe. Papers were withdrawn; source material re-examined. The Himalayan glaciers, it turned out, weren’t going to melt in 30 years. Nobody can say for sure how high the seas are likely to rise—if much at all. Greenland isn’t turning green. Florida isn’t going anywhere.

E, ricollegandosi al discorso iniziale, infila una chiusura deliziosa:

And there is this: Religions are sustained in the long run by the consolations of their teachings and the charisma of their leaders. With global warming, we have a religion whose leaders are prone to spasms of anger and whose followers are beginning to twitch with boredom. Perhaps that’s another way religions die.

Voluttà di esproprio

Giuliano Ferrara, sul Foglio di oggi, contro i “costituzionalisti con voluttà di esproprio”:

In una parola Gustavo Zagrebelsky, che dopo il famigerato Palasharp, l’adunata talebana con il tredicenne a comizio contro il Berlusconi galante e seduttore, si è ritrovato con i suoi pari sotto l’alto patrocinio del Quirinale e della Corte costituzionale per dire le solite scemenze moralistiche sulla necessità della tecnocrazia come scudo contro la deriva della democrazia nell’epoca del populismo, a nome delle generazioni future che meritano il nostro doverismo. Che furbetto, questo azionista torinese, che straordinario guru per uno stato capace di requisire il diritto elettorale peggio dei greci, degli islandesi, degli spagnoli che poi sono gli ultimi arrivati alla democrazia moderna, ma la sanno usare.

Meglio il secondo.

Interessante teoria di Antonio Gurrado sulla questione Paul is dead:

Se i Paul McCartney sono due, vuol dire che c’è un McCartney I che ha inciso Please please me, A hard day’s night ed Every little thing, e un McCartney II che ha inciso She’s leaving home, The fool on the hill e Maxwell’s silver hammer; di conseguenza direi che, chiunque egli sia, io sono un fan del secondo.

Prima le normalizzazioni lessicali. Poi?

Posso anche capire — in nome della mania al politicamente corretto — la battaglia lessicale che Gary Nunn propone sul Guardian affinché il termine “omosessuale” sia bandito almeno dalle pagine dei giornali in favore dell’espressione più neutrale e meno discriminatoria “persone gay”. Certo, tra qualche anno poi dovremmo affrontare anche il fatto che “gay” potrà essere considerato discriminatorio e quindi si dovrà trovare un termine sostitutivo (quanto a “persona”, mi auguro che nessuno lo trovi un termine politicamente scorretto). D’altronde, anche qui in Italia, pur se nessuno al momento si è spinto a chiedere una moratoria dei termini sui giornali (ma chissà se nelle redazioni gira un prontuario, periodicamente aggiornato…), abbiamo una lunga tradizione in questo senso: dal classico “spazzino” che è diventato “operatore ecologico” al più recente “disabile” che, dopo aver sostituito il poco carino “portatore di handicap”, ora viene malvisto in favore del migliore “diversamente abile”.

Posso anche capire, scrivevo all’inizio, la battaglia lessicale: in fondo non costerebbe nulla fare più attenzione all’uso di certi termini, se c’è chi si sente offeso da essi (ma quanti gay si sentono realmente offesi per l’uso del termine “omosessuale”?) Solo non mi tornano i conti, quando chi la porta avanti la giustifica col fatto che le persone gay debbano essere normalizzate (“need to be normalised”) e non discriminate dall’uso dei termini:

To stop prejudice-based bullying, gay people need to be normalised — not distanced by language.

Ora, se proprio vogliamo (dobbiamo?) soffermarci sui termini: possibile che nessuno dei paladini del politicamente corretto si sia accorto di come quel “normalizzare” sia goffo, almeno quanto l’avverbio “diversamente” nell’espressione “diversamente abile”?

Ti pubblico e mi faccio pure prendere a pesci in faccia.

Il collettivo letterario Wu Ming ha postato un tweet nel quale diceva di non fare la colletta alimentare perché sponsorizzata da Comunione e Liberazione. Ne è nato un caso, prevalentemente su Twitter, cui molti hanno cercato di dare risposta. Davanti ad una delle più convincenti, ovvero il fatto che Wu Ming è pubblicato da Einaudi, quindi da Mondadori, quindi da Fininvest, che poi vorrebbe dire Berlusconi etc etc, Wu Ming ha risposto che i suoi lettori (per estrazione culturale non molto affettuosi verso l’ex Presidente del Consiglio e le sue aziende), se lo ritengono eticamente corretto, possono benissimo boicottare i suoi libri. La cosa a mio avviso più triste di tutta la vicenda, oltre allo stupido pregiudizio secondo il quale una beneficenza non è più benefica se portata avanti da CL, è la risposta data dai tizi dell’Einaudi in un tweet ufficiale:

Nessuno tocchi @Wu_Ming_Foundt, che se non ci fossero loro Twitter sarebbe un posto più facile

Pazienza per l’immagine.

«Scrivi Vecchioni, scrivi canzoni, che più ne scrivi e più sei bravo e fai dané»
Roberto Vecchioni, Luci a San Siro.

Io non penso che i 200 mila euro (centesimo più, centesimo meno) che Roberto Vecchioni prenderebbe da Presidente del Forum delle Culture di Napoli siano uno scandalo in sé. Lo diventano semmai nel contesto. Mi spiego: se quello è il prezzo che Vecchioni vale sul mercato, e non ho motivo di pensare che non valga quei soldi, allora il prezzo è giusto; ma viene il dubbio che 200 mila euro siano addirittura meno di quanto Vecchioni valga, perché lui stesso ha detto che accettare l’incarico gli costerebbe la sospensione della sua attività di cantautore per un paio di anni, attività che economicamente gli rende di più. Parrebbe un mezzo sacrificio consacrato all’impegno civile in terra napoletana, lui che è di Milano e mal sopporta il leghismo dei suoi concittadini (due su tre sono della Lega, avrebbe detto, e i conti non tornano con l’elezione di Pisapia). Vediamo così che 200 mila euro è un prezzo al di sotto del valore di Vecchioni, per cui potrebbe essere anche conveniente per il Comune di Napoli; a questo, aggiungiamo pure che in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, la demagogia salta subito addosso, inutilmente e senza fare i veri conti, a chi manifesta veri o presunti privilegi. E qui abbiamo detto che quello di Vecchioni è un privilegio presunto, essendo il suo valore di cantautore di molto maggiore rispetto a 200 mila euro, e sorvoliamo volentieri sul fatto che la demagogia arriva da quello stesso substrato culturale al quale il cantautore appartiene e pure ad un certo livello.

E quindi? Quindi nulla: se Vecchioni non fosse quello della sobrietà nell’impegno, gli si potrebbe anche credere. Ma quando la sobrietà si manifesta in un “platfond sotto al quale” gli è difficile scendere “per dignità e immagine”, beh, ci viene da dire: pazienza per l’immagine, ma per la dignità andasse pure a cagare.

Commento.

(Avrei voluto aggiungere un commento a questo articolo su il Post. Ma le credenziali di WordPress, le stesse che sto usando per questo blog, inspiegabilmente non sono accettate e di crearne di nuove per un solo commento non ne avevo la voglia. Fa nulla, pubblico qui e invio un trackback all’articolo originale).

Ferrara non ha certo bisogno di un difensore, visto che mi pare sappia difendersi alla grande anche da solo. Leggendo però alcuni commenti a questo articolo, mi sembra di ritrovare uno spirito simile a quello dell’ascoltatore che ha telefonato a Prima Pagina questa mattina e che, dopo aver fatto i complimenti ad Alessandro Giuli (vicedir. del Foglio) per la conduzione durante questa settimana, proprio prima di riattaccare si è sentito in dovere di gridare nell’etere che Il Foglio è il giornale di un gruppo di spocchiosetti sovvenzionati dallo stato.

E anche qui in effetti è tutto un coro di: prende sovvenzioni, non gliene frega nulla a nessuno di quello che c’è scritto, lo leggono solo i parlamentari, etc. Fino al culmine:  Ferrara scrive bene ma scrive cazzate, così come Giuli è bravo ma peccato per la macchia di vicedirigere Il Foglio. Con tutti i giornali che ci sono, viaiddio!, se non vi piace Il Foglio leggetene un altro, no?

Ma il vero climax è raggiunto sin dai primi commenti: siano svelati gli affari di retrobottega che intercorrono tra il Post e Il Foglio, non può essere solo per via dell’amicizia tra i due direttori!
Ecco, in un’Italia malata di retroscenismo può succedere che la stima di un giornale per la fattura (nemmeno per i temi, o non per tutti) di un altro, unita ad un’amicizia che tutti conoscono, non sia semplicemente presa in considerazione e ci debba per forza essere un piccolo “complottino” alle spalle, o almeno uno scambio di favori reciproco (e meno male che non sapete, perché Il Foglio non lo leggete, che ogni tanto tra quelle pagine è citato Il Post).

L’impressione è che Il Foglio, tra i detrattori, sia stato letto distrattamente un paio di volte. E tutto il discorso che gli si fa intorno mi sembra figlio di quella demagogica promulgata principalmente dal Fatto, demagogia secondo la quale il vero giornalismo è quello fatto senza le sovvenzioni. Come se prendere sovvenzioni pubbliche — per le quali esiste una legge, e quindi si tratta solo di godere di un beneficio previsto da una norma, giusta o sbagliata che sia — sia moralmente deprecabile (ah, la morale!). Quando invece, se quelli del Fatto e i loro fan hanno ragione su una cosa, ce l’hanno solo nell’aver dimostrato che se un giornale ha dei lettori (e il Fatto li ha), esso sopravvive nel mercato editoriale sovraffollato anche senza le sovvenzioni; ma sarebbe un altro discorso.

Le sovvenzioni non sono nulla di illegale o di poco elegante (chiedere a Padellaro e Colombo, che ai tempi dell’Unità facevano un giornale ampiamente sovvenzionato, insieme al rubrichista Marco Travaglio). Le sovvenzioni, in Italia, non portano ad un giornalismo unico ma ad una pluralità di testate (e di opinioni) le più diverse tra loro; il manifesto come Libero come l’Unità come Il Foglio come Il Riformista non devono e non possono essere paragonati a La Discussione, Il Campanile Nuovo o l’Italia dei Valori (l’organo di partito, non il partito).