Archivio mensile:Giugno 2011

Villalobos e Loderbauer – Re:ECM

Questo articolo è stato pubblicato su Enquire.

Da qualche anno c’è una strana moda nel versante più intelligente e colto del mondo della musica elettronica: pescare a piene mani dalle registrazioni di etichette storiche della musica colta e contemporanea. Il momento di gloria, se così le possiamo definire, l’hanno avuto nel 2008 Moritz von Oswald e Carl Craig con il loro “Recomposed By”, prodotto dalla Deutsche Grammophon e che prendeva della storica etichetta di musica classica le registrazioni di alcune esecuzioni di Maurice Ravel (“Bolero”) e di Modest Mussorgsky (“Quadri da un’esposizione”) per – come suggerisce il titolo – ricomporle in un flusso musicale elettronico. Non era un’operazione nuovissima, per la verità, poiché si trattava del terzo volume della serie. Ma l’interesse suscitato è stato così elevato sia a livello musicale che, soprattutto, commerciale da far sì che nel 2010 sempre la Deutsche Grammophon ripetesse l’esperimento, questa volta con Matthew Herbert. Il quale ha spinto ancor di più il piede sul pedale della destrutturazione degli originali, giocando anche sugli ambienti di riproduzione delle registrazioni. Il risultato è stato la ricomposizione della Sinfonia no.10 di Gustav Mahler, la cosiddetta “incompiuta”, come quarto volume della serie.

Visti i precedenti, hanno probabilmente pensato di provarci anche Ricardo Villalobos e Max Loderbauer, questa volta uscendo dai territori musicali più strettamente classici e andando a pescare dal catalogo di una delle etichette più naif della musica moderna: la ECM – Edition in Contemporary Music, crocevia discografico di jazz, musica contemporanea, ambient e musiche dal mondo. Un’etichetta che negli oltre 40 anni di attività si è costruita almeno due tipi di estetica. Una musicale, per via della produzione e dei suoni tanto cristallini da essersi nel tempo praticamente standardizzati (si parla sempre più spesso di “suono ECM”). E una visuale, con il layout delle copertine, raffiguranti splendide fotografie o opere d’arte, nonché la presenza nel libretto di lunghe note e talvolta di brevi saggi.

Il risultato è contenuto in questo doppio Re:ECM, prodotto dalla stessa ECM e benedetto dal boss incontrastato della label Manfred Eicher. La produzione è stata piuttosto naturale, dal momento che Villalobos stesso ha dichiarato già in passato di utilizzare frammenti di dischi ECM (di cui è un ammiratore) nei suoi spettacoli dal vivo. Il problema – hanno ammesso i due musicisti – è stato quello di trovare nei dischi selezionati le parti che meglio si adattavano al lavoro. Non potendo infatti contare sulle tracce separate delle registrazioni originali (lavoro che avrebbe allungato i tempi e causato, probabilmente, qualche impiccio burocratico), la selezione delle musiche è dovuta necessariamente cadere su parti “isolate” e nelle quali spiccassero una singola voce o un singolo strumento.. Ampio lo spettro di dischi selezionati (si va da Paul Giger a Miroslav Vitous, da Christian Wollumrød a Paul Motian) e punto dal quale far partire il progetto individuato in “Tabula Rasa” di Arvo Part e nelle registrazioni di Alexanider Knaifel.

Intenti interessanti, risultato purtroppo al di sotto delle aspettative, anche per una questione di lunghezza. Durante tutto il lavoro manca infatti qualunque spinta ritmica che spezzi un po’ i tempi dilatati, il che era anche facilmente intuibile dalla scelta delle registrazioni ECM, quasi sempre provenienti dagli ambiti contemporanei e “fourth world”, raramente da quelli più spiccatamente jazz. Qualcosa di tribale si sente in “Reannounce”, brano costruito con le registrazioni di “L’imperfait des Langues” di Louis Sclavis, mentre una parvenza di ritmo spezzato, quasi fosse uno swing impazzito e tenuto in sordina, lo troviamo in “Reshadub” (che riutilizza parti di “Ignis” di Paul Giger). Ma non basta per evitare un frullato discografico in cui le due parti – quella elettronica di Villalobos e Loderbauer e quella “analogica” delle registrazioni della label tedesca – corrono parallele ma spesso mancano l’obiettivo prefissato: risultare complementari a livello frequenziale, con le parti analogiche che aggiungono tessuti fondamentali che mancano a quelle digitali. Si ascolta invece un tappeto quasi ambient, costellato qua e là da saltelli glitch, da innesti strumentali analogici e da qualche rara voce. Suggestivo per la prima mezzora, dopodiché le ottime premesse danno vita a un quadretto che sa di stucchevole. Come alcune tra le copertine dei dischi ECM.

Lettera aperta a Christian Rocca su David Sylvian, le sperimentazioni e la critica musicale italiana

Caro Christian Rocca,

cercherò di girarci pochissimo intorno, di non fare convenevoli che risulterebbero solo ruffiani, e di arrivare subito al dunque: la tua Gommalacca di domenica 19 giugno è a suo modo una lezione. Riguardante come non si dovrebbe mai scrivere di musica, tanto meno sui giornali, tanto meno nell’inserto culturale tra i più prestigiosi (il più prestigioso?) della stampa italiana.

Il perché è presto detto: si parla di un artista, nella fattispecie David Sylvian, che si conosce poco o, e credo sia questo il tuo caso, che si è conosciuto bene e che ora non si conosce più. Perché qui non è in discussione il fatto legittimo che i suoi ultimi dischi non ti piacciano – hanno incontrato pochissimi favori di critica, soprattutto nel circuito mainstream, e non è un mistero che la svolta sperimentale abbia lasciato i più con l’amaro in bocca. La questione è: stroncare tutta una parte della carriera di Sylvian con argomentazioni tipo “inascoltabile”, “a malapena se ne salvano un paio”, “delusione inevitabilmente insopportabile” non è degno né dell’artista né dell’intelligenza di chi ne vorrebbe parlare.

Definisci Blemish un lavoro sufficiente e appena appena ascoltabile, ma forse ti è sfuggito un piccolo particolare: quel disco è realizzato per la quasi totalità insieme a uno dei musicisti più importanti di tutto il secolo scorso, il chitarrista Derek Bailey, il papà dell’improvvisazione libera, un personaggio che dello studio di nuove tecniche musicali per la chitarra da applicare all’improvvisazione – come la definiva lui – “non idiomatica” ha dedicato tutta la sua vita (i tizi di una piccola casa editrice di Pisa, la ETS, hanno di recente ristampato il suo fondamentale testo “Improvvisazione – sua natura e pratica in musica”, te lo consiglio). E rappresentava Blemish il tentativo di conciliare un certo tipo di cantautorato (sofisticato, del quale Sylvian era divenuto nel frattempo uno dei migliori interpreti) con il mondo, sconosciuto al grande pubblico, dell’improvvisazione europea. Una collaborazione di quelle che passeranno alla storia, e che proprio per questo motivo andrebbe valutata con maggiore spirito critico anziché trattata con sufficienza sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore (e soprattutto all’interno di una paginata dedicata al MiTo).

Recensendo Died in the Wool avresti poi dovuto almeno citare Manafon, del quale il nuovo lavoro è una rielaborazione, un cut and paste, degli stessi materiali audio, con la collaborazione del compositore Dai Fujikura e dei produttori Jan Bang e Erik Honoré. Questo lavoro, che tu inserisci nella categoria degli “inascoltabili” è, se possibile, addirittura un passo in avanti rispetto a Blemish. Per la sua realizzazione è stato coinvolto un intero mondo musicale forse a te sconosciuto, forse a te non gradito, ma che anche qui si incontra con quello della “popular music” (secondo le definizioni di Richard Middleton prima e Franco Fabbri dopo) per la prima volta, delineando nuovi scenari nel lungo corso musicale di Sylvian che, partito dal glam-punk dei primissimi Japan ha esplorato gradualmente tutti i mondi dell’avanguardia musicale, da quella più pop a quella più astratta alla quale sembra essere approdato ora. Keith Rowe (fondatore degli AMM e pioniere della tabletop guitar applicata all’improvvisazione elettroacustica), Evan Parker (che pure ha pubblicato in passato per ECM, etichetta che spesso citi e tributi), John Tilbury, John Butcher, Sachiko M, e Christian Fennesz sono solo alcuni dei nomi che, improvvisando, hanno fornito il tessuto musicale sopra il quale Sylvian ha scritto e cantato i suoi testi.
Una scelta produttiva, questa, che all’epoca dell’uscita del disco fu pure molto criticata per la sensazione di poca coesione che dava all’intero lavoro: ricordo che suThe Wire Ian Penman fu spietato in fase di recensione e che anche qui da noi i pareri furono discordi (quasi sempre sottolineando, tra l’altro, che la cosa che meno funzionava era proprio la vocalità di Sylvian, che quasi sembrava sporcare l’ottimo lavoro musicale prodotto dai musicisti sopracitati). Insomma, si è letto di tutto, ma sempre in senso critico. Nessuno, per fare un esempio, ha scritto nemmeno sul più piccolo dei siti web che era come se il disco fosse “composto da un’unica noiosa canzone, senza musica, senza melodia, senza niente” o lasciato intendere che l’ex cantante dei Japan avesse la vena compositiva inaridita o, peggio ancora, si fosse bevuto insieme agli anni Ottanta (vi prego, una moratoria sul cliché del decennio “da bere”!) anche la musicalità, l’estro, l’eccentricità.
Ecco, sarebbe bastato sapere che i nomi coinvolti nella realizzazione del disco della melodia spesso non sanno che farsene, dato che il loro obiettivo principale – te la faccio facile –  è sfuggire agli idiomi musicali conosciuti e concentrarsi piuttosto sull’aspetto timbrico. Dopodiché si sarebbero potuti criticare la scelta, il nuovo corso di Sylvian, la pochezza del disco – tutti giudizi legittimi e rispettabili, se solo argomentati con coscienza e criterio.

L’impressione è invece quella della nostalgia come arbitro unico nel giudicare un lavoro musicale. Qualcosa del tipo: fino a che lo seguivo io, grande musica; siccome poi non l’ho più capito (e forse nemmeno l’ho più seguito tanto bene), spero sempre che Sylvian rifaccia un Gone to Earth o un Secrets of the Beehive, musica con la quale sono cresciuto, con la quale la mia coscienza di ascoltatore si è formata (o consolidata, non saprei), che aiuta a ricreare intorno a me un ambiente familiare, lontano da azzardi e/o sperimentalismi che, non capendo, non ho nemmeno gli strumenti per giudicare.
Una tecnica, questa, che trova sempre più spazio nella stampa italiana, dove si parla del caro e vecchio passato (tutti a spellarci le mani per il nuovo di Paul Simon o di chi vuoi tu) o della novità basata sull’immediato passato, dal gusto tanto retro’ da sfiorare il camp. Quando però un Sylvian (o un Neil Young con Le Noise, che pure mi sembra ti sia piaciuto) fanno qualcosa di diverso, sperimentano, osano, cercano di uscire dalla gabbia nella quale sono stati intrappolati per troppo tempo (o che hanno sempre rifiutato, come nel caso di Sylvian), ecco tutti storcere la bocca, dire “inascoltabile”, rimpiangere i bei tempi che furono. E senza spirito critico, beninteso.
Se vado a sentire un concerto di un esponente del Gruppo Wandelweiser, poi difficilmente scriverò che si è ascoltato ben poco e che per la maggior parte del tempo c’era silenzio. Cerco piuttosto di contestualizzare, ma dal punto di vista di chi conosce perché altrimenti è fin troppo facile prendere fischi per fiaschi, o ridurre sempre tutto a pezzulli autoreferenziali che soffocano la critica della grande stampa.

Ecco, caro Christian, forse ti sembrerò un po’ presuntuoso (fin dal darti del tu) e ti chiederai perché sprecare del tempo io a scrivere e tu a leggere. Probabilmente perché ti apprezzo talmente tanto per il tuo lavoro da giornalista, conoscitore come nessun altro (tanto meno le anime belle di certa stampa italiana) degli Stati Uniti, per credere che tu possa davvero scrivere una serie di banalità dopo l’altra parlando di musica. Un passatempo che immagino non essere un obbligo, né di vitale importanza per le tue finanze. Potresti sempre farti assegnare da Napoletano una column nella quale sbugiardare settimanalmente Vittorio Zucconi, o ricominciare a recensire Repubblica e altra stampa italiana come ai bei tempi del Foglio. Avresti materiale in abbondanza, noi ci divertiremmo un sacco a leggerti e il mondo te ne sarebbe (ancor di più) grato.

Con immutata stima.