agosto 27, 2016

Rudy Van Gelder, 1924 – 2016

Il 25 agosto scorso, sebbene la maggior parte di voi fosse ancora in vacanza, è morto Rudy Van Gelder. Ovvero il suono – inteso proprio come onde acustiche che si propagano attraverso l’aria – del jazz che più ci piace. Lo racconta sul New Yorker Richard Brody:

Van Gelder brings out the sharp edge of a horn’s tone, a burr or a buzz or a glare, that retains the connection to the column of air from the musician’s body, the pressure of the lips. His piano sound tends to the percussive, achieving a relatively thin but tactile plangency. And he’s a master of letting the power of drums come through without overwhelming the texture of the ensemble. That’s where the warmth and the cool come in: his live mixes capture a sense of the group—he lets each individual voice sound prominent while maintaining a sense of the musicians’ proximity, of the intertwining of their sounds and, above all, of their sensibilities.

Though Van Gelder’s sound defines the classic age of the jazz LP, he had no vinyl-centered nostalgia in the digital era. In 1995, he called the LP “the biggest distorter” and added, “As far as I’m concerned, good riddance. It was a constant battle to try to make that music sound the way it should. It was never any good. And if people don’t like what they hear in digital, they should blame the engineer who did it.”

In Van Gelder’s hands, even the most furious music maintains a refined clarity, a center of calm assurance amid the turbulence—and he recorded some of the most turbulent jazz of all, including John Coltrane’s collectively improvised “Ascension” and Cecil Taylor’s thrilling “Conquistador!” On “Bags’ Groove,” from 1954, he captured on record, for the first time, the breathy ripeness of Miles Davis’s tone. He caught the classical fullness of Eric Dolphy’s siren-like intensity on “Out There,” the recording that first made me love jazz. He caught the crystalline thunder of the new-wave rhythm section of the late Bobby Hutcherson and Tony Williams (then all of seventeen years old) on McLean’s “One Step Beyond.”

agosto 23, 2016

La chiamano cultura.

C’è qualcosa di sbagliato nella decisione del governo Renzi di destinare 500 euro a ciascun ragazzo che abbia compiuto i 18 anni nel 2016, spendibili in “cultura” – intendendo con questo i libri, i musei e le aree archeologiche, il cinema e il teatro, le mostre, i concerti, le fiere e altri eventi. Spiega Tommaso Nannicini, il sottosegretario che ha curato l’iniziativa, che il messaggio che si vuol promuovere è quello «di una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese» e che per la prima volta, in questo modo, «i fondi per promuovere la cultura non sono ripartiti dalla burocrazia ma dalle decisioni di migliaia di giovani. I soldi andranno laddove si indirizzeranno le scelte dei 18enni».

Il che vuol dire essenzialmente due cose. Primo, il governo ti spiega quanto sia cruciale il consumo di cultura, ma te lo spiega solo nel senso che è importante consumare cultura quando i soldi con cui lo fai sono calati dall’alto, per altro con il solo criterio della maggiore età e senza prendete in considerazione altri fattori che forse avrebbero meglio determinato la capacità o meno di poter sostenere autonomamente la spesa. Insomma, il massimo dello statalismo, tipico di un governo che ha bisogno di distribuire una mancia elettorale e che, nel farlo, si nasconde dietro la foglia di fico che tutto sommato è una mancia destinata ad un buon fine: quello dei buoni libri, dei buoni film, dei buoni concerti (immaginiamo che i diciottenni spenderanno questo borsellino alla Scala o presso altri teatri lirici), della buona arte – tutto buono e dunque tutto giustificato.

In secondo luogo, il governo con l’iniziativa 18App (immaginiamo l’enorme studio dietro la scelta del nome) cerca di promuovere una cultura che non è molto distante da quella che Il Foglio in un suo editoriale ha definito «la cultura del volemose bene»: una cultura da mondo immaginario, che non tiene conto di una reale promozione culturale. Tutto fa brodo, purché tutto sia correttissimo; la cultura come un gran bazar, senza che venga minimamente tenuto in considerazione il senso vero della Cultura: il luogo del pensiero e l’indagare chi siamo.

Viviamo in un paese in cui il 55,2% dei professori, a un paio di settimane dall’inizio delle scuole, non ha superato le – immaginiamo terribili, per un aspirante insegnante – domande del concorsone. C’è il rischio concreto che 23 mila cattedre rimangano vuote. Ci sono professori che parlano di deportazione – sostenuti dai soliti bravi maestri – perché, anziché spostarsi per andare ad insegnare dove ci sono studenti che chiedono un insegnante, preferirebbero che fossero gli studenti ad andare là dove il numero dei professori è al di sopra di qualunque ragionevole rapporto studenti/insegnanti. Ci sono poi studenti universitari che non sanno scrivere una tesi e nemmeno una semplice e-mail ad un professore. In questo scenario, il governo crede di investire in cultura regalando 500 euro da spendere per libri musei film e concerti, anziché educare al piacere di spendere – magari di tasca propria, ma non è solo questo il punto – per una cultura intorno alla quale si è sviluppato, durante il corso di studi o durante il susseguirsi degli eventi che definiscono una vita, un senso critico.

agosto 7, 2016 marzo 26, 2016 marzo 12, 2016

Sii libero.

In questi ultimi giorni ho recuperato un disco uscito ad ottobre dello scorso anno, Outsiders di Jesse Malin. Jesse Malin è un mio vecchio – e breve, devo ammettere – pallino. Negli anni Novanta ha fatto parte di una intensa e rapidissima cometa glam punk chiamata D-Generation: in quel periodo di riflusso (e rifiuto) per il rock and roll erano uno di quei due-tre gruppi (con Demolition 23 e Wildhearts) che in modo fiero applicavano il loro – bellissimo – esercizio di stile per gli affezionati. Dopo quell’esperienza Malin ha proseguito con una carriera solista che l’ha portato più volte ad incrociare per strada un personaggio come Ryan Adams, amico e produttore. Ha inciso svariati album in studio, qualche live e qualche altro progetto collaterale. Ciascuno di questi lavori avrebbe dovuto spalancargli le porte del successo, quello grande. Ogni volta finiva invece che il successo rimaneva lì, solo sfiorato; i suoi dischi li comprava – e li compra tuttora – solo chi, genericamente, ama l’alternative rock americano un po’ trendy e un po’ no (proprio à la Ryan Adams), e i nostalgici dei D-Generation. Entrambe queste due categorie amano molto i dischi di Jesse Malin per un motivo molto semplice: ci si può crogiolare. Sono dischi in cui si sta bene e ci si sente parte di qualcosa: raccontano storie nelle quali chiunque può riconoscersi, con l’aggiunta di una certa coolness che qualche sociologo serio dovrebbe indagare come uno dei fattori chiave del successo del rock and roll. Qualcuno dice che Jesse Malin si lamenta da una quindicina d’anni; è un bel lamentarsi.

In Outsiders c’è un pezzo ad un certo punto che mi è suonato subito famigliare. È la traccia numero sette, ‘Stay free’, e si presenta come una delicata e malinconicissima ballata per chitarra, piano e voce che racconta la tipica storia di amicizia tra due compagni di classe. L’ho ascoltata per due giorni, sempre sospettoso per quella famigliarità troppo forte con qualcosa che conoscevo bene ma non riuscivo ad afferrare.

‘Stay free’ è l’ottavo brano di Give ‘em enough rope dei Clash, il loro secondo disco del 1978. Un disco bellissimo, ma che ha due problemi non da poco: una produzione tra le migliori produzioni punk dell’epoca – in regia c’era Sandy Pearlman, che aveva prodotto tra gli altri i Blue Oyster Cult: motivo per cui il disco fu accusato di strizzare un po’ troppo l’occhio alle sonorità hard rock –; ma, soprattutto, l’essere arrivato dopo quella bomba colossale che era stato il loro disco di debutto dell’anno prima. Personalmente ho simpatia per i dischi outsider all’interno delle carriere dei gruppi: quei dischi cioè che musicalmente hanno tanto da dire ma che, spesso solo per essere stati incisi nel momento sbagliato, vengono considerati dei figli minori da rinnegare alla prima occasione. Give ‘em enough rope non è quella tipologia di disco all’interno dell’intera discografia dei Clash: lo sarebbe Cut the crap, sebbene nessuno si sognerebbe mai di trovarci qualcosa di realmente valido (anche se…); potrebbe esserlo Combat rock se escludessimo Cut the crap dall’elenco. Ma Give ‘em enough rope sarebbe il disco outsider dei Clash se fermassimo la discografia dei Clash a Sandinista!.

Per un lungo periodo, Give ‘em enough rope è stato il mio disco preferito dei Clash.

Mick Jones e Robin Crockers si conobbero sui banchi della prestigiosa Strand School di Londra. Un giorno furono richiamati dal preside dopo che si erano azzuffati: non essendo riusciti a mettersi d’accordo su chi fosse superiore tra Bo Diddley e Chuck Berry, avevano fatto decidere ai pugni. Come ha raccontato lo stesso Crockers in un’intervista al Guardian, quel momento fu rivelatorio per entrambi: diventarono amici e, soprattutto, persero qualunque forma di rispetto per l’autorità e chi la rappresentava. Si persero poi di vista per un periodo: l’uno a fare punk rock, l’altro a provare la strada del giornalismo per poi soggiornare nella cella di un carcere dell’isola di Wight: l’avevano beccato, insieme ad altri, a rapinare una banca.

Quando sono uscito dal carcere, Mick aveva fondato i Clash. Una sera si presentò da me con una chitarra acustica e mi suonò ‘Stay free’. Qualcuno una volta mi ha detto che è la più eccezionale canzone d’amore eterosessuale che un uomo ha dedicato ad un altro uomo, il che è molto vero. È il ricordo di un gruppo glorioso, di un periodo glorioso e di una gloriosa amicizia. Sfortunatamente non rimasi libero per molto tempo. Feci una rapina a Stoccolma e mi beccarono di nuovo.

C’è il lieto fine da qualche parte: Robin Crockers – nel frattempo ribattezzato Banks, chissà se per via dei suoi vizi – per un periodo è stato roadie dei Clash, mettendo tra l’altro a serio rischio la produzione del disco che conteneva la canzone che Jones gli aveva dedicato. Alla fine del gennaio del 1978, prima che i Clash iniziassero a lavorare a Give ‘em enough rope, il produttore Sandy Pearlman si presentò ad un loro concerto. Banks, non riconoscendolo, non voleva farlo entrare nei camerini e, mal sopportando l’insistenza di Pearlman che da produttore designato esigeva d’incontrare il gruppo, gli scagliò un paio di sberloni all’ingresso del backstage. Finì comunque bene, con il manager dei Clash Bernie Rhodes chino a pulire il sangue dal volto del produttore e io qui, quasi quarant’anni dopo, a vergognarmi per averci messo due giorni a riconoscere nel brano di Jesse Malin la cover di ‘Stay free’ dei Clash.

marzo 8, 2016

Le fragole fuori stagione

fragole

Lo scrittore Antonio Pascale, il cui ultimo libro Le aggravanti sentimentali è fresco di pubblicazione per i tipi di Einaudi, ha scritto un lungo articolo sul Foglio nel quale sottolinea tutti i tic e le manie del cibo a chilometro zero. Tra questi, uno dei più frequenti – o, almeno, uno di quelli che subisco di più al ristorante quanto al banco frutta e verdura del supermercato – è quello che riguarda le fragole: sono sempre fuori stagione, sono sempre troppo colorate, chissà da dove provengono. Leggendo il pezzo di Pascale – che, oltre ad essere scrittore è anche agronomo e da ventisette anni ispettore presso il Ministero delle Politiche Agricole – scopro che mangiare le fragole che pensiamo essere fuori stagione non solo è giusto, ma in qualche modo aiuta anche l’agricoltura locale. Altro che chilometro zero, biologico e tutto ciò che ruota intorno allo slow food di Carlin Petrini: le fragole sono buone soprattutto quando noi pensiamo che siano fuori stagione.

Negli anni 80 la fragola era disponibile sul mercato italiano da marzo ad aprile, 2/3 settimane di picco, poi il consumo decresceva. Ora abbiamo le fragole tutto l’anno. E qui mi devo fermare perché noto un attacco collettivo di sapere nostalgico che si impossessa dei commensali: eh, una volta sì che si potevano mangiare anche le fragole! Una volta sì che si rispettavano le stagioni! Una volta sì che le fragole sapevano di fragole! No no, dico, attenzione, è una cosa bella, la destagionalizzazione. Cioè cercate di vedere l’aspetto positivo. Da gennaio comincia la Sicilia (va bene, in serra, sono un po’ care), poi arrivano la Calabria e la Basilicata, la Campania, il Lazio, poi l’Emilia Romagna e la Valle del Po. E in estate? Il Trentino e tutta l’area alpina. Miracolo? No, ci sono due modi. Il primo: la fragola ha bisogno di freddo per fiorire, quindi le piantine vengono coltivate in zone fredde, nei Pirenei, in Spagna, o in Polonia, e poi, congelate, arrivano in Italia, qui vengono piantate e dopo un po’ la produzione può cominciare. Dunque, vero, sono italiane solo in parte – insomma un po’ hanno viaggiato – ma sono ottime e ringraziamo quei contadini non italiani che hanno lavorato per noi. Come noi dovremmo ringraziare chi apre i suoi mercati ai nostri prodotti: chi scambia vince e innova. Chi si isola perde e non innova. E soprattutto se mangiamo la fragola a gennaio, per esempio, diamo una mano ai contadini siciliani che tra l’altro spuntano un prezzo migliore perché la produzione è diversificata e non concentrata tutta in pochi mesi. Attenzione – aggiungo con il dito puntato contro l’universo – secondo modo per destagionalizzare: nel 1955 negli Stati Uniti è stata scoperta una fragola selvatica la cui fioritura non dipende dalle ore di freddo accumulate, si chiama Fragaria virginiana. Nel 1980 i genetisti sono riusciti a trasferire questo carattere nelle fragole coltivate. Non vi dico il lavoro: per passare questo gene da una varietà selvatica a una coltivata. Comunque le nuove varietà producono quasi tutto l’anno. E non vi dico il lavoro, tutto a mano, 4.000 ore all’anno per coltivare un ettaro di fragole.

Bene, dicono i commensali: ti sei sfogato? Mangiamo! E no dico io, aspettate: abbiamo perso la stagionalità? Sì, l’abbiamo persa, ma abbiamo recuperato gli antiossidanti. Stiamo sempre a parlare di antiossidanti: quelle sostanze che rallentano l’invecchiamento, un giorno sì e un giorno no ne parliamo, ebbene, rispetto alle mele, ai pomodori, le fragole ne contengono da 2 a 10 volte di più. Cioè, stiamo quasi sul livello dei cavoli, ma le fragole te le puoi mangiare a colazione, i cavoli no!

 

febbraio 28, 2016

Repress, reprint.

Sto ascoltando un classico del post-punk: How much longer do we tolerate mass murder? del Pop Group. È un disco del 1980, il secondo della loro carriera dopo il formidabile debutto Y. Lo conoscevo da tempo, ma non lo possedevo; ho rimediato ieri pomeriggio, acquistando la lussuosissima ristampa-replica in LP appena pubblicata da Freaks R Us, etichetta di proprietà del leader del gruppo Mark E Smith (l’originale uscì per Rough Trade). Rispetto al disco di debutto, questo lavoro insiste di più su due aspetti che hanno reso il gruppo uno dei migliori esempi di quella musica nata in Inghilterra in seguito al big bang del punk: il lato funk e quello dub, lasciando un po’ in secondo piano il taglio sperimentale e avanguardistico ma in senso lato di Y.

Che senso ha parlare oggi di un disco uscito trentasei anni fa? Nessuno. Come nessun senso ha averlo acquistato oggi. Però l’ho fatto, e qui parte la riflessione.

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febbraio 27, 2016

Negli anni Ottanta ci si drogava a Berlino.

I New Order lo scorso anno sono tornati con un disco incredibile, Music Complete (Mute), e ‘Singularity’ è il terzo singolo estratto. Il pezzo è un gran pezzo dei New Order, e fa niente se sembri uno dei loro soliti brani. Il video ci restituisce una Berlino che non esiste più: lontana anni luce dal paradiso hipster che sembra essere oggi agli occhi dei giovani – e meno – italiani, e più inferno poetico della decadenza così come iniziò a cantarla Bowie e finirono per celebrarla Nick Cave e Einsturzende Neubauten. Si tratta di spezzoni tratti dal b-movie Lust & Sound in West Berlin 1979-1989.

febbraio 21, 2016

I libri secondo Umberto Eco

umberto eco libri

Nella concitazione della celebrazione della vita e dell’opera di Umberto Eco, molti sono gli argomenti citati nelle articolesse e nei ricordi dei migliori commentatori della stampa italiana. La lettura dei giornali, questa mattina, portava via almeno il doppio del tempo: al necessario bisognava aggiungere lo spazio supplementare, gustoso, da dedicare agli “in memoria” e “in morte” di Umberto Eco.

Dei tanti argomenti toccati, i libri sono tra i più presenti. Libri che, per Eco, erano uno strumento eccezionale non solo della conoscenza e della divulgazione, ma anche del leggere «per il piacere di farlo». Una lettura quasi fine a se stessa, che prescinde dall’argomento e trova il suo essere nell’analisi dettagliata di ciò che l’autore – fosse di un testo, ma anche di un articolo – intendesse dire con la sequenza delle parole e dei segni di interpunzione adoperati.

Tra i tanti libri citati, uno ha fatto scuola: Come si fa una tesi di laurea, pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 1977. Corrado Augias lo ha definito, su Repubblica, un «esempio clamoroso di come Eco riuscisse a trasformare un argomento plumbeo in una scintillante, ironica, rassegna dove accurate istruzioni per l’uso si mescolano i più appropriati esempi, sillogismi, metafore». Dello stesso avviso Giorgio Dell’Arti, che a Eco ha dedicato tutto il suo “Fatto del giorno” sulla Gazzetta dello Sport e che, parlando di Come si fa una tesi di laurea («il suo capolavoro»), l’ha descritto come «uno straordinario corso accelerato per chiunque voglia scrivere qualcosa su un tema preciso e in un tempo dato». Tono simile a quello usato da Arnaldo Massarenti sulla prima pagina del Domenicale del Sole 24 Ore, che ha parlato di questo libro come di un testo «pieno di arguzia e di umorismo, di letteratura e di filosofia, ma soprattutto di istruzioni per l’uso».

Ma cosa ha scritto Eco sui libri nel suo Come si fa una tesi di laurea? I libri, in quel caso, hanno occupato una parte consistente del saggio. I libri, del resto, erano considerati la «fonte primaria» alle quali uno studente deve attingere per preparare tutto il materiale di cui ha bisogno e intorno al quale sviluppare la sua tesi. Essendo in quello specifico caso il libro un materiale, Eco non lesinava affatto sul suo impiego attivo. Per prima cosa, il libro va annotato:

se il libro non è vostro e non ha valore di antiquariato non esitate ad annotarlo. Non credete a coloro che dicono che i libri vanno rispettati. I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare. Anche se lo rivenderete ad una bancarella vi daranno solo due soldi, tanto vale lasciarvi i segni del vostro possesso.

E poi va sottolineato, perché

la sottolineatura personalizza il libro. Segna le tracce del vostro interesse. Vi permette di ritornare a quel libro anche dopo molto tempo ritrovando a colpo d’occhio quello che vi aveva interessato. Ma bisogna sottolineare con criterio. Ci sono coloro che sottolineano tutto. È come non sottolineare nulla. D’altra parte può darsi che in una stessa pagina vi siano informazioni che vi interessano a diversi livelli. In quel caso si tratta di differenziare le sottolineature. Usate i colori, pennarelli a punta fine.

Stando bene attenti a quelle volte, però, in cui non si deve sottolineare: «Quando il libro non è vostro, naturalmente, o se si tratta di una edizione rara di gran valore commerciale». In questo caso possono venire d’aiuto le fotocopie, con qualche avvertenza:

le fotocopie sono uno strumento indispensabile […] Ma sovente le fotocopie agiscono da alibi. Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l’azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l’impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. Una sorta di vertigine dell’accumulo, un neocapitalismo dell’informazione. Difendetevi dalla fotocopia: appena avutala, leggetela e annotatela subito. Se proprio non siete spinti dalla fretta non fotocopiate qualcosa di nuovo prima di avere posseduto (e cioè letto e annotato) la fotocopia precedente. Ci sono molte cose che io non so perché ho potuto fotocopiare un certo testo: così mi sono calmano come se lo avessi letto.

Non stupiscono affatto questi consigli di Eco su come si devono maneggiare i libri. Sul Domenicale del Sole 24 Ore è stata pubblicata una specie di autobiografia inedita di Eco, che lo studioso aveva scritto avendo come interlocutore il noto editore Franco Maria Ricci. Vi si legge, in conclusione: «Io i libri, anche costosi, li segno a biro e li mangio come il Veggente di Patmo, dolci o amari che siano».

febbraio 20, 2016

Un mondo di coglioni, per meglio prepararsi alla morte.

Umberto Eco non mi è mai piaciuto molto, problema mio. In queste ore successive alla sua morte, come sempre accade quando a mancare è qualcuno che ha lasciato il segno, stanno girando in rete molte delle cose da lui scritte nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera di filosofo, studioso della lingua, massmediologo, semiotico e – da ultimo, seppur non in ordine cronologico e con tutte le avvertenze del caso – romanziere. Tra le tante, mi sono imbattuto in questo articolo pubblicato nel 1997 sull’Espresso. Eco immagina, da Maestro, di rispondere ad un immaginario discepolo chiamato Critone, il quale gli aveva domandato il segreto per prepararsi serenamente alla morte. Se anche nella scelta delle situazioni e dei nomi di fantasia Eco era solito collocarsi più o meno all’altezza di Dio, l’articolo che ne esce è una delle cose più belle mai lette sull’argomento.

Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?

Certo non è facile cimentarsi in questo,

Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.