maggio 7, 2017

L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)

aprile 29, 2017

Amo l’Italia, volo Alitalia (?)

foto: Flickr

Sulla vicenda Alitalia, sulla opportunità di un prestito ponte da parte dello Stato Italiano per affrontare quella che i giornali definiscono la «cruciale stagione estiva» e su molte altre cose circa il vizio di considerare una bandiera impressa sulla carlinga di un aeroplano più meritevole di un servizio aereo economicamente sostenibile e piacevolmente utilizzato dai clienti, Alberto Mingardi usa parole definitive in un editoriale sulla Stampa [29.04.2017, p.1]:

Anche questa volta non manca chi ritiene inaccettabile il fallimento, a cominciare dal segretario del Pd Matteo Renzi. Questo accanimento, e ci vuole faccia tosta a non considerarlo «terapeutico», ha una sola ragione: l’ideologia.

Non è, per una volta, un abile calcolo da procacciatori di consenso. Alitalia ha 2 mila dipendenti, anche contando famiglie e amici si tratta di un bacino elettorale modesto. In compenso ci sono milioni di contribuenti che non sopportano l’idea di metterci altri quattrini. I numeri della disoccupazione, che sfiora il 12%, non giustificano un intervento così oneroso a favore degli impiegati di una sola impresa: e anzi le cuciono addosso lo stigma del privilegio.

Non è una questione di interesse pubblico. Il mercato aereo italiano è più che raddoppiato fra il 1997 e il 2016 (da 53 milioni di passeggeri a 133), mentre la quota dei passeggeri serviti da un’Alitalia in crisi semi-permamente si è ridotta (A. Giuricin, Alitalia, una storia infinita, 2017). L’interesse pubblico risiede semmai nell’avere aeroporti ben funzionanti e ben serviti. Che poi la domanda di trasporto venga soddisfatta da Alitalia, da British Airways, o da Ryanair, che importa?

Solo l’ideologia ci tiene legati all’idea di una Alitalia per forza italiana. Il prestigio nazionale starebbe non nel garantire voli economici alle persone, ma nel tricolore impresso sulle ali. Il che si traduce in un’altra azienda da pilotare dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, nella convinzione di poter far meglio dell’impresa privata. Il trasporto aereo è un settore difficile, in tutto il mondo. La storia di Alitalia è un cimitero di manager. Perché questa volta le cose dovrebbero andare diversamente?

aprile 23, 2017

Senza sensi di colpa.

All’inizio dell’anno ho fatto una specie di fioretto: smettere di leggere il giornale sulla metropolitana per il lavoro e sfruttare il tempo di trasferimento per leggere quanti più libri possibili. Recuperare la narrativa, sacrificata negli ultimi anni sull’altare della saggistica, della lettura di quotidiani e riviste, dell’immersione nei flussi del web tanto abbondanti quanto incapaci di restituire qualcosa che rimanga veramente.

Uniche regole di questo fioretto: i libri al di sopra delle 250-300 pagine li avrei letti in e-book; i libri che in qualche modo avessero ostacolato questo mio fioretto – cioè: i libri talmente brutti che ti inchiodano nella lettura – li avrei piantati al primo sbadiglio, senza senso di colpa.

Fino al punto prima di iniziare il libro che ho attualmente in lettura, è filato quasi tutto liscio: su 24 libri, ne ho mollato solo uno prima del tempo e prima persino che raggiungessi la metà del testo: Imparerò il tuo nome di Elda Lanza, una storia lesbo-chic di cui si parla inspiegabilmente da mesi negli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani e nei siti specializzati.

Settimana scorsa è uscito un dibattito che rende bene l’idea dell’ombelicalismo dell’industria culturale italiana: la filosofa Michela Marzano ha usato sulle pagine di Repubblica parole velenose nei confronti di Bruciare tutto, l’ultima fatica di Walter Siti, che racconta di un prete di città, tendenza Bosco Verticale e piazza Gae Aulenti, alle prese con le sue turbe di pedofilo. Nel giro di due giorni tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro: è giusto limitare l’azione della letteratura quando ci sono di mezzo temi scomodi, è sbagliato limitare l’azione della letteratura alle sole storie da famiglia del mulino bianco, quale limite nelle espressioni, esiste un limite nelle espressioni. Sembra di essere tornati indietro di parecchi anni, quando per l’ultima volta si celebrò un processo simile nei confronti della letteratura, e quando per la verità si celebrò anche un vero processo, nelle aule di tribunale, nei confronti delle oscenità – o presunte tali, il dibattito a quanto pare non si è ancora concluso – contenute in Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi.

A me del processo, vero o finto, interessa poco. La letteratura non dovrebbe avere limiti, se non nella bellezza della storia e, in subordine qualora quest’ultima non reggesse troppo, nella bellezza della scrittura, nella musicalità e nella ricchezza del linguaggio. Spinto da cotanto interesse per le sorti dell’industria culturale italiana, ho comprato e iniziato a leggere Bruciare tutto. Per trovarci un libro sì osceno, ma nella bruttezza della costruzione narrativa, mica del tema. Più che le accuse di Marzano, qui le critiche si sarebbero dovute muovere verso un romanzo che eleva il pettegolezzo di una certa milanesità da macchietta dei personaggi che fanno da contorno ad una storia che, tra tormenti interiori e citazioni teologiche, rimane immobile e anzi gira intorno a se stessa. Il lettore spera di arrivare in fretta ai momenti criticati nel dibattito, ma viene preso per sfinimento e molla prima. Senza alcun senso di colpa, come da fioretto.

UPDATE: Dopo aver scritto le righe qui sopra, sono andato a fare un giro a Tempo di libri, la manifestazione editoriale che ormai con pigrizia giornalistica viene chiama «il Salone del libro di Milano». Ho visto Walter Siti, che firmava alcune copie del suo libro. E ho visto, soprattutto, tanti lettori che si accingevano a acquistare Bruciare tutto. Ho avuto la prova che le polemiche editoriali, ancora oggi, spostano copie. Poveri lettori.

aprile 8, 2017

Mal d’Africa

Dev’essere stato il 1996, o forse il 1997. D’estate ci trovavamo nel piano seminterrato della villetta di un amico, tutti i pomeriggi. Avevamo allestito una specie di sala prove: dato una pulita micidiale a quello che fino a poco tempo prima era stato utilizzato per metà come box auto e per l’altra metà come officina con tanto di torni, tavoli da lavoro e tutto l’occorrente, appesi alle pareti avevamo messo dei rettangoli di lana di vetro per insonorizzare l’ambiente (una cosa pericolosissima, coi genitori di oggi), e la zona era stata delimitata con dei vecchi mobili che chissà che vita avevano vissuto fino a quel momento. Infine avevamo trasferito i nostri strumenti, sui quali ci esercitavamo tutti i giorni come se avessimo dovuto esibirci al Madison Square Garden anziché alla festa di compleanno di qualche amico. Quella cantina era diventata il nostro quartier generale: non disturbavamo nessuno – eccetto i genitori del nostro amico, che per questo non smetteremo mai di ringraziare – e tutto sommato eravamo anche sotto il controllo di un occhio vigile, che ogni tanto scendeva a vedere cosa stava succedendo – mai nulla, al massimo qualche occhiataccia per il fumo di sigarette che improvvisamente fingevamo di non avere mai acceso.

Avevamo persino un impianto stereo, che all’occorrenza serviva anche come amplificatore di improbabili tastiere qualora si fosse visto da quelle parti un tastierista. Il nostro amico aveva un fratello più grande, che aveva avuto la nostra età negli anni Ottanta e che per questo era motivo di ammirazione incondizionata da parte di tutti noi. Negli anni Ottanta gli capitava – come capitava a moltissimi dei giovani di quegli anni – di farsi le compilation su cassetta con i brani che passavano dalle radio: detto con l’immediatezza del consumo musicale di oggi, sembra qualcosa di antichissimo e romantico allo stesso tempo. Cassette che dovevano aver vissuto chissà quante esperienze, se solo avessero avuto degli occhi per vederle e una bocca per raccontarcele.

Le ascoltavamo con la stessa curiosità che si usa nei confronti di qualcosa di esotico: contenevano musica a noi, che pure ci atteggiavamo a grandi conoscitori musicali con la strafottenza tipica dei quattordicenni, pressoché sconosciuta: c’erano tutti i brani minori degli anni Ottanta, quelli con la batteria col gated reverb e le marimbe in modulazione di frequenza, inframezzati dai soliti Vasco e Litfiba e da qualche pezzo più famoso. In quelle cassette scoprimmo anche un gruppo svedese che però suonava una specie di italo disco, i Fake, e ridemmo intere giornate ripetendo ogni volta se ne presentasse l’occasione l’intercalare lussureggiante di “Donna rouge”: «ho tanta voglia di fare l’amore con te, andiamo a letto».

Non fu la prima volta che la ascoltammo, “Africa” dei Toto, quando ce la ritrovammo tra quei nastri. Però fu la prima volta che, in mezzo a tutti quei suoni, per noi raggiungeva lo status di musica degna di attenzione. I Toto, infatti, scontano un po’ il problema dei gruppi come i Toto: bravissimi, per carità; avevano suonato, da singoli musicisti, con i migliori e nei dischi di maggior successo; però facevano musica che repelleva – e repelle – qualunque rappresentante di qualsiasi sottocategoria giovanile, e mica per nulla facevano presa su un pubblico che di giovane non aveva nulla. Erano una specie di Umberto Tozzi internazionale: piacevano agli zii, ai papà e ai cugini più grandi al matrimonio dei quali si era stati trascinati, noi quattrenni con i primi mocassini ai piedi che finivamo per tirare calci al pallone per tutto il pomeriggio – con notevole rottura, di mocassini e di piedi.

Col tempo i Toto hanno continuato a stare lì, tra quelle cose talmente kitsch e patinate che, al massimo, saltano fuori come guilty pleasures in serate particolarmente povere di stimoli. Ma “Africa”, ancora oggi, contiene quanto di meglio certo rock da classifica abbia prodotto, fosse solo per il tipico esotismo da esploratore del mondo: il ritmo spezzato, le percussioni, l’odore di sigaro e il colore cachi dei vestiti da safari.

Mi è venuto in mente oggi quanto straordinario sia, ancora adesso, un pezzo come “Africa”. Oggi che sono trentacinque anni esatti – e sei Grammy, e più di 3 milioni di copie nei soli Stati Uniti – da quando uscì Toto IV, il disco che la conteneva.

marzo 26, 2017

Il luogo sacro.

Foto: Arecknor

Jonas Hassen Khemiri è uno dei più importanti scrittori svedesi contemporanei. In un intervento inedito pubblicato sul «Domenicale» del Sole 24 Ore (che, per inciso, svetta al confronto della Lettura del Corriere, e fin qui era facile, ma anche del neonato e frizzante Robinson di Repubblica), ha raccontato del luogo più sacro per lui e per la sua famiglia. Il posto dove riunirsi nel giorno di festa, ma non un luogo che aveva a che fare con la religione, né con altri rituali. Il luogo sacro per Khemiri è sempre stata la biblioteca.

Andavamo in biblioteca ogni fine settimana, tutta la famiglia, i miei fratellini nella sezione per l’infanzia, con la stanza delle fiabe, i cuscini, i disegni e il fauna-box con gli insetti stecco. La mamma allo scaffale di psicologia, il papà nell’angolo delle lingue […] La cosa folle era che era gratis. Cento per cento gratis. Non si doveva sborsare un soldo. Vi ho già detto che era gratis? Era un posto dove potevamo avere il nostro spazio senza bisogno di possedere niente. Entrare senza dover pagare l’ingresso. Accedere alle storie di altri senza dover svilire la nostra. Era come un santuario, una pausa dal resto del mondo […] Era quasi troppo bello per essere vero.

marzo 19, 2017

Quadrittico mediterraneo

Assieme al primo degli Aktuala, a Lassa stà la me creatura del Canzoniere del Lazio, e allo stesso Giardino magnetico di Curran, [Sulle corde di Aries] è il disco che idealmente compone il quadrittico definitivo sull’anima occulta, profonda e incantata del Mediterraneo.

Valerio Mattioli, Superonda – Storia segreta della musica italiana (Minimum Fax, 2016)

marzo 18, 2017

Non succederà.

Lo riabiliterà la Corte di Strasburgo. Si ricandiderà. Farà l’ago della bilancia nel paese del tripolarismo e governerà con il Partito Democratico nella prossima legislatura.

Intanto, il programma. Aumento delle pensioni minime. Via la tassa sulla prima casa, via la tassa sulla prima auto. Pensioni alle mamme, le «nostre mamme». Finanziare canili e gattili, perché sono gli animali il futuro dell’umanità. Bene, benissimo. Ma da un leader liberale e liberista, l’unica cosa sensata che avremmo voluto sentire a proposito di pensioni è questa:

Se vinceremo, aboliremo la pensione. Perché è inutile prendere ulteriormente in giro i giovani che oggi pagano contributi senza i quali il sistema non sta in piedi. Giusto che quei contributi li versino in fondi pensionistici integrativi e in investimenti che un domani, quando anche per loro il meritato riposo dovrà essere un diritto e non un miraggio, garantiscano loro una vecchiaia serena. E quanto al sistema che crollerà, chiedete il conto alla sinistra che ha mandato in pensione lavoratori statali con meno di vent’anni di contributi versati, e ai sindacati che quei lavoratori e quei sedicenti e falsi diritti acquisiti hanno sempre difeso.

Ma non succederà, statene certi.

marzo 6, 2017

Carta Vs Internet

Alfonso Berardinelli, sulla prima pagina del Foglio (03.03.2017), a proposito della carta stampata e di internet:

Si può dire invece che la carta, rispetto a internet, è come fermarsi oltre che correre, digerire oltre che mangiare, bere acqua oltre che vino, camminare oltre che salire in auto, usare a tavola un po’ di buon pane, buttare uno sguardo sulla faccia di chi ti sta fisicamente davanti, oltre che interagire su Facebook. Il mondo ha di bello il fatto che ci sono cose diverse e complementari: il mare è bello, ma la sua bellezza dipende soprattutto dal fatto che ci sono le coste. Il funerale annunciato della carta stampata sembra perciò che sia rimandato. Negli Stati Uniti la vendita degli ebook è leggermente in decrescita, mentre a quanto pare i libri, soprattutto hard cover, trovano più acquirenti. Chissà. Per i giornali le cose vanno ancora male. Le edicole sono pochissimo frequentate. Ma se le notizie in sé si preferisce apprenderle dalla tv, radio e computer, quando si tratta di interpretarle, commentarle, spremerle, non c’è medium che comunichi chiarezza e ricchezza di nessi argomentativi come la carta stampata. Forse pe questo sarà bene concepire e fare i giornali guardando di più alla loro parentela con i libri che alla loro competizione perdente con l’informatica. Il cervello umano rilutta a mettersi totalmente e definitivamente nelle mani del flusso digitale. Ha bisogno di pause e soste, di selezione e rarefazione. Le poesie di Ungaretti piacquero a tanto e fin troppo perché gli spazi bianchi e i vuoi si dilatavano creando silenzio intorno alle parole, dando loro, con questo semplice espediente, un’energia inaudita.

gennaio 19, 2017 gennaio 8, 2017

Prendimi l’anima ma ridammi la radio.

È interessante la riflessione di Nicola Campogrande, chiamato sulla «Lettura» del Corriere della Sera [8.01.2017 p. 6] a delineare una soluzione per tirare fuori la musica dalla crisi in cui si è infilata. Il compositore auspica il ritorno ad un ascolto consapevole, tramite «un nuovo modo per ascoltare musica riprodotta». Credo si tratti di una provocazione: la facilità con cui chiunque, oggi, può ascoltare e riprodurre tutta la musica del mondo non rende di certo necessario un nuovo mezzo di riproduzione.

Scrive Campogrande – e mi trovo d’accordo con lui:

le abitudini che le generazioni precedenti hanno perfezionato e si sono tramandate, abitudini apparentemente scontate, ovvie – togliere un disco dalla propria confezione, inserirlo in un apposito apparecchio, avviare la riproduzione, sedersi davanti agli altoparlanti, in ascolto… – non fanno più parte del nostro modo di vivere.

La questione, dunque, non è tanto quella di trovare un nuovo modo per ascoltare musica, quanto quella di riscoprire un vecchio modo di ascoltarla. Cambia la preposizione, e con essa tutto il concetto. Siamo consapevoli che l’abbondanza di musica in cui viviamo si accompagna alla perdita di concentrazione nei confronti della musica; e siamo d’accordo con Campogrande nel dire che, tra tutte le arti, la musica è quella che sembra maggiormente pagare questa abbondanza: perché «molti di noi hanno scrivanie e comodini invasi da libri ma non per questo [abbiamo] smesso di leggerli», come la disponibilità di cineteche per lo più sterminate «non ci impedisce certo di sceglier[e un film] e di vederlo», ma sicuramente molti di noi ascoltano la musica in maniera più distratta, passiva.

Siamo passati dall’era del walkman e dell’ascolto individuale e solitario, esasperata poi con l’avvento della musica smaterializzata dal suo formato fisico, all’era dell’ascolto liquido e portatile ma nuovamente condiviso, come succedeva con i ghettoblaster nei Settanta e Ottanta, oggi sostituiti da gracchianti casse senza fili collegate ad apparecchi telefonici che suonano musica scadente (almeno nella qualità) presa da YouTube. Agli occhi dei più, l’avere tutta la musica a disposizione ci ha ulteriormente allontanati dall’ascolto ragionato. Si può sentire un disco in metropolitana con le cuffie mentre si torna dal lavoro, o sentirlo con gli amici in mezzo alla strada, perdendo ogni sfumatura nelle chiacchiere e nel rumore del traffico; ma si potrebbe anche ascoltare lo stesso disco a casa: mentre si fa altro, certo, oppure deeicandogli tutta l’attenzione necessaria.

Temo tuttavia che quanto scrive Campogrande sia in qualche modo viziato da un vecchio adagio, spesso scomodato nei confronti dell’overdose informativa di oggi: abbiamo perso il piacere delle cose, seguiamo tutto ma non riusciamo più ad appassionarci — e dunque a comprendere — nulla. Per rimanere nel campo musicale: una volta, quando si scartavano i dischi e li si metteva sul piatto (o nel cassettino del cd), la musica era ascoltata più attentamente. La mia domanda è: ma siamo proprio sicuri? Pensiamoci bene: forse un tempo quel disco era ascoltato più volte, perché lo si era pagato caro oppure perché non c’era la possibilità di saltellare dentro sterminate collezioni di musica come possiamo fare oggi. Ma averlo ascoltato più volte non significava averlo ascoltato meglio. Il walkman nelle orecchie sui mezzi pubblici garantiva la stessa attenzione all’ascolto che garantiscono oggi gli auricolari collegati all’iPhone. La musica ad alto volume nell’autoradio della macchina non faceva cogliere più passaggi o più sfumature di quante (non) ne faccia cogliere la cassa wireless al parcheggio dove si ritrovano le compagnie di ragazzini. L’ascolto in casa, tramite sistemi di riproduzione diffusi per tutte le stanze, non significa certo mettersi davanti ad un impianto stereo — o davanti ad un computer, indossando le cuffie — e entrare a fondo nella musica. Quella che manca, oggi come allora, è l’abitudine all’ascolto; un’abitudine che però non si forma se non c’è qualcuno che fornisca gli strumenti adatti a crearla. Qualcuno ha soprannominato questa abitudine «slow listening», abbinandola allo slow food o ad altre mode slow e creandogli attorno persino un movimento: ma l’argomento è di quelli interessanti, tanto che in rete si trova anche qualche tesi di laurea a riguardo. Forse, l’unica differenza tra ieri e oggi è che ieri c’era almeno la critica, rappresentata soprattutto dalla stampa musicale, mentre oggi — forse — è venuto meno anche questo importante filtro (o si è trasformato in altro) e tutto è stato demandato ad Internet, il luogo dove forse la critica è morta perché tutti siamo diventati critici (del resto il dibattito su questo tema va avanti da anni, come testimoniano alcuni articoli più o meno recenti).

Sono proprio quelli come Campogrande che hanno dunque un ruolo fondamentale nell’educare le persone ad ascoltare (ancora) la musica. Per questo, di tutto il bel pezzo che ha scritto per l’inserto del Corriere, non mi è piaciuto nemmeno un po’ il finale:

Fino ad allora, a malincuore, continueremo a lasciare che la musica scorra in sottofondo. Aspettando tempi migliori.

Perché è un finale che sa di resa, di denuncia, di critica ma poco di autocritica. Forse, invece, converrebbe rimboccarsi le maniche, organizzare delle serata di ascolto nei luoghi pubblici, nelle biblioteche, nei posti dove si fa cultura, a casa propria con gli amici o in solitaria. Organizzarle chiamando persone in grado non di inculcare la bellezza di questo genere o di quel disco, ma di offrire gli strumenti per contestualizzare ciò che il pubblico sta ascoltando, per confrontarlo con altri dischi, con ciò che è stato prima e ciò che sarebbe venuto dopo. Per dargli un valore critico, ma senza commettere l’errore di darlo solo ad un certo tipo di musica: altrimenti continuiamo — dopo quarant’anni da quando all’estero i popular music studies sono entrati nelle università — a fare come Quirino Principe che — del tutto in buona fede — spiega ai bambini la musica dividendola in «forte» (la classica) e «debole» (tutto il resto) ma, giura il critico, non c’è alcun disprezzo per la musica debole, purché vi ricordiate che la potete ascoltare solo grazie alla forza, alla libertà e alla felicità che vi ha dato la musica forte [la Domenica, 8.01.2017 p.31].

Se riusciamo tutti a fare questo sforzo (certo iniziando anche dall’ascolto personale), sono certo che tutta la discografia del mondo a disposizione di un click sarà un valore aggiunto anche per la musica, non solo per i libri o per il cinema.

Se poi posso consigliare un disco con il quale iniziare a fare l’esercizio di un ascolto attendo e concentrato: eccolo. Lo consiglio anche a Campogrande, se già non lo conosce.