marzo 19, 2017

Quadrittico mediterraneo

Assieme al primo degli Aktuala, a Lassa stà la me creatura del Canzoniere del Lazio, e allo stesso Giardino magnetico di Curran, [Sulle corde di Aries] è il disco che idealmente compone il quadrittico definitivo sull’anima occulta, profonda e incantata del Mediterraneo.

Valerio Mattioli, Superonda – Storia segreta della musica italiana (Minimum Fax, 2016)

marzo 18, 2017

Non succederà.

Lo riabiliterà la Corte di Strasburgo. Si ricandiderà. Farà l’ago della bilancia nel paese del tripolarismo e governerà con il Partito Democratico nella prossima legislatura.

Intanto, il programma. Aumento delle pensioni minime. Via la tassa sulla prima casa, via la tassa sulla prima auto. Pensioni alle mamme, le «nostre mamme». Finanziare canili e gattili, perché sono gli animali il futuro dell’umanità. Bene, benissimo. Ma da un leader liberale e liberista, l’unica cosa sensata che avremmo voluto sentire a proposito di pensioni è questa:

Se vinceremo, aboliremo la pensione. Perché è inutile prendere ulteriormente in giro i giovani che oggi pagano contributi senza i quali il sistema non sta in piedi. Giusto che quei contributi li versino in fondi pensionistici integrativi e in investimenti che un domani, quando anche per loro il meritato riposo dovrà essere un diritto e non un miraggio, garantiscano loro una vecchiaia serena. E quanto al sistema che crollerà, chiedete il conto alla sinistra che ha mandato in pensione lavoratori statali con meno di vent’anni di contributi versati, e ai sindacati che quei lavoratori e quei sedicenti e falsi diritti acquisiti hanno sempre difeso.

Ma non succederà, statene certi.

marzo 6, 2017

Carta Vs Internet

Alfonso Berardinelli, sulla prima pagina del Foglio (03.03.2017), a proposito della carta stampata e di internet:

Si può dire invece che la carta, rispetto a internet, è come fermarsi oltre che correre, digerire oltre che mangiare, bere acqua oltre che vino, camminare oltre che salire in auto, usare a tavola un po’ di buon pane, buttare uno sguardo sulla faccia di chi ti sta fisicamente davanti, oltre che interagire su Facebook. Il mondo ha di bello il fatto che ci sono cose diverse e complementari: il mare è bello, ma la sua bellezza dipende soprattutto dal fatto che ci sono le coste. Il funerale annunciato della carta stampata sembra perciò che sia rimandato. Negli Stati Uniti la vendita degli ebook è leggermente in decrescita, mentre a quanto pare i libri, soprattutto hard cover, trovano più acquirenti. Chissà. Per i giornali le cose vanno ancora male. Le edicole sono pochissimo frequentate. Ma se le notizie in sé si preferisce apprenderle dalla tv, radio e computer, quando si tratta di interpretarle, commentarle, spremerle, non c’è medium che comunichi chiarezza e ricchezza di nessi argomentativi come la carta stampata. Forse pe questo sarà bene concepire e fare i giornali guardando di più alla loro parentela con i libri che alla loro competizione perdente con l’informatica. Il cervello umano rilutta a mettersi totalmente e definitivamente nelle mani del flusso digitale. Ha bisogno di pause e soste, di selezione e rarefazione. Le poesie di Ungaretti piacquero a tanto e fin troppo perché gli spazi bianchi e i vuoi si dilatavano creando silenzio intorno alle parole, dando loro, con questo semplice espediente, un’energia inaudita.

gennaio 19, 2017 gennaio 8, 2017

Prendimi l’anima ma ridammi la radio.

È interessante la riflessione di Nicola Campogrande, chiamato sulla «Lettura» del Corriere della Sera [8.01.2017 p. 6] a delineare una soluzione per tirare fuori la musica dalla crisi in cui si è infilata. Il compositore auspica il ritorno ad un ascolto consapevole, tramite «un nuovo modo per ascoltare musica riprodotta». Credo si tratti di una provocazione: la facilità con cui chiunque, oggi, può ascoltare e riprodurre tutta la musica del mondo non rende di certo necessario un nuovo mezzo di riproduzione.

Scrive Campogrande – e mi trovo d’accordo con lui:

le abitudini che le generazioni precedenti hanno perfezionato e si sono tramandate, abitudini apparentemente scontate, ovvie – togliere un disco dalla propria confezione, inserirlo in un apposito apparecchio, avviare la riproduzione, sedersi davanti agli altoparlanti, in ascolto… – non fanno più parte del nostro modo di vivere.

La questione, dunque, non è tanto quella di trovare un nuovo modo per ascoltare musica, quanto quella di riscoprire un vecchio modo di ascoltarla. Cambia la preposizione, e con essa tutto il concetto. Siamo consapevoli che l’abbondanza di musica in cui viviamo si accompagna alla perdita di concentrazione nei confronti della musica; e siamo d’accordo con Campogrande nel dire che, tra tutte le arti, la musica è quella che sembra maggiormente pagare questa abbondanza: perché «molti di noi hanno scrivanie e comodini invasi da libri ma non per questo [abbiamo] smesso di leggerli», come la disponibilità di cineteche per lo più sterminate «non ci impedisce certo di sceglier[e un film] e di vederlo», ma sicuramente molti di noi ascoltano la musica in maniera più distratta, passiva.

Siamo passati dall’era del walkman e dell’ascolto individuale e solitario, esasperata poi con l’avvento della musica smaterializzata dal suo formato fisico, all’era dell’ascolto liquido e portatile ma nuovamente condiviso, come succedeva con i ghettoblaster nei Settanta e Ottanta, oggi sostituiti da gracchianti casse senza fili collegate ad apparecchi telefonici che suonano musica scadente (almeno nella qualità) presa da YouTube. Agli occhi dei più, l’avere tutta la musica a disposizione ci ha ulteriormente allontanati dall’ascolto ragionato. Si può sentire un disco in metropolitana con le cuffie mentre si torna dal lavoro, o sentirlo con gli amici in mezzo alla strada, perdendo ogni sfumatura nelle chiacchiere e nel rumore del traffico; ma si potrebbe anche ascoltare lo stesso disco a casa: mentre si fa altro, certo, oppure deeicandogli tutta l’attenzione necessaria.

Temo tuttavia che quanto scrive Campogrande sia in qualche modo viziato da un vecchio adagio, spesso scomodato nei confronti dell’overdose informativa di oggi: abbiamo perso il piacere delle cose, seguiamo tutto ma non riusciamo più ad appassionarci — e dunque a comprendere — nulla. Per rimanere nel campo musicale: una volta, quando si scartavano i dischi e li si metteva sul piatto (o nel cassettino del cd), la musica era ascoltata più attentamente. La mia domanda è: ma siamo proprio sicuri? Pensiamoci bene: forse un tempo quel disco era ascoltato più volte, perché lo si era pagato caro oppure perché non c’era la possibilità di saltellare dentro sterminate collezioni di musica come possiamo fare oggi. Ma averlo ascoltato più volte non significava averlo ascoltato meglio. Il walkman nelle orecchie sui mezzi pubblici garantiva la stessa attenzione all’ascolto che garantiscono oggi gli auricolari collegati all’iPhone. La musica ad alto volume nell’autoradio della macchina non faceva cogliere più passaggi o più sfumature di quante (non) ne faccia cogliere la cassa wireless al parcheggio dove si ritrovano le compagnie di ragazzini. L’ascolto in casa, tramite sistemi di riproduzione diffusi per tutte le stanze, non significa certo mettersi davanti ad un impianto stereo — o davanti ad un computer, indossando le cuffie — e entrare a fondo nella musica. Quella che manca, oggi come allora, è l’abitudine all’ascolto; un’abitudine che però non si forma se non c’è qualcuno che fornisca gli strumenti adatti a crearla. Qualcuno ha soprannominato questa abitudine «slow listening», abbinandola allo slow food o ad altre mode slow e creandogli attorno persino un movimento: ma l’argomento è di quelli interessanti, tanto che in rete si trova anche qualche tesi di laurea a riguardo. Forse, l’unica differenza tra ieri e oggi è che ieri c’era almeno la critica, rappresentata soprattutto dalla stampa musicale, mentre oggi — forse — è venuto meno anche questo importante filtro (o si è trasformato in altro) e tutto è stato demandato ad Internet, il luogo dove forse la critica è morta perché tutti siamo diventati critici (del resto il dibattito su questo tema va avanti da anni, come testimoniano alcuni articoli più o meno recenti).

Sono proprio quelli come Campogrande che hanno dunque un ruolo fondamentale nell’educare le persone ad ascoltare (ancora) la musica. Per questo, di tutto il bel pezzo che ha scritto per l’inserto del Corriere, non mi è piaciuto nemmeno un po’ il finale:

Fino ad allora, a malincuore, continueremo a lasciare che la musica scorra in sottofondo. Aspettando tempi migliori.

Perché è un finale che sa di resa, di denuncia, di critica ma poco di autocritica. Forse, invece, converrebbe rimboccarsi le maniche, organizzare delle serata di ascolto nei luoghi pubblici, nelle biblioteche, nei posti dove si fa cultura, a casa propria con gli amici o in solitaria. Organizzarle chiamando persone in grado non di inculcare la bellezza di questo genere o di quel disco, ma di offrire gli strumenti per contestualizzare ciò che il pubblico sta ascoltando, per confrontarlo con altri dischi, con ciò che è stato prima e ciò che sarebbe venuto dopo. Per dargli un valore critico, ma senza commettere l’errore di darlo solo ad un certo tipo di musica: altrimenti continuiamo — dopo quarant’anni da quando all’estero i popular music studies sono entrati nelle università — a fare come Quirino Principe che — del tutto in buona fede — spiega ai bambini la musica dividendola in «forte» (la classica) e «debole» (tutto il resto) ma, giura il critico, non c’è alcun disprezzo per la musica debole, purché vi ricordiate che la potete ascoltare solo grazie alla forza, alla libertà e alla felicità che vi ha dato la musica forte [la Domenica, 8.01.2017 p.31].

Se riusciamo tutti a fare questo sforzo (certo iniziando anche dall’ascolto personale), sono certo che tutta la discografia del mondo a disposizione di un click sarà un valore aggiunto anche per la musica, non solo per i libri o per il cinema.

Se poi posso consigliare un disco con il quale iniziare a fare l’esercizio di un ascolto attendo e concentrato: eccolo. Lo consiglio anche a Campogrande, se già non lo conosce.

Consigli per gli acquisti.

han-kang-vegetariana

Il primo libro che ho letto quest’anno è un libro che non parla di vegetariani, ma di esseri umani. Lo si comprende sin dall’incipit:

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei. Mentre si avvicinava al tavolo dove la aspettavo, non potei fare a meno di notare le sue scarpe: un paio di scarpe nere, le più banali che si possano immaginare. E quel suo modo di camminare, né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli.

Han Kang, La vegetariana, Adelphi, 2016

gennaio 7, 2017

Poi ne riparliamo, magari in privato

Claudio Giunta su IL mette un punto fermo sulla libertà, sacrosanta, di dire la propria ma anche di tacere, talvolta:

Avere qualcuno con cui parlare, qualcuno di intelligente, più intelligente di noi, è uno degli ingredienti della felicità – e se non della felicità almeno della soddisfazione – personale. Ma la conversazione nella sfera pubblica è una cosa diversa. Chi entra in una conversazione in senso lato politica ha già un’opinione salda nella testa, e ben difficilmente la cambierà, anzi, le obiezioni dei suoi interlocutori lo porteranno a rendere quell’opinione ancora meno sfumata, specie se la conversazione avviene in pubblico, perché in quasi tutti l’amore di sé, la smania di ben figurare, prevale sull’amore per la verità: discutendo col prossimo non si vuole raggiungere una conclusione condivisa, non si vuole arricchire, complicandolo, il proprio punto di vista, si vuole vincere. All’epoca di Lasch e di Montale era difficile fare la controprova, cioè vedere quale sarebbe stato il tono di un dibattito “diffuso” e democratico, ma oggi questa controprova è possibile farla perché il dibattito diffuso ha trovato il suo recipiente ideale, come l’acqua nella bottiglia, nei social network. Non è una controprova che lasci molto spazio all’ottimismo.

gennaio 5, 2017

L’impronta del pensatore.

Roberto Calasso sul Corriere della Sera del 5 gennaio firma un bel commento che, per toni e presa di posizione, si allontana di molto dall’ipocrisia e dal politicamente corretto tipico della grande stampa italiana, sempre piuttosto pavida nel pubblicare posizioni nette e finanche perentorie.

Calasso esordisce criticando la scelta, operata soprattutto dalla stampa mainstream, di censurare le parole e le rivendicazioni dell’Isis. Tante volte, infatti, leggiamo che i comunicati del sedicente Stato Islamico sono «deliranti», ma mai è riportato il reale contenuto del delirio. La questione, spiega Calasso, è che in quei deliri è ben spiegata la volontà, insita nel terrorismo di matrice islamica, di voler annientare l’Occidente intero, in quanto genericamente «infedele». Bisogna però intendersi sul significato del termine: perché sappiamo che l’Occidente, pur professandosi in larga parte di cultura e tradizione cattolica, non è interamente cristiano, ma piuttosto – spiega Calasso — «in gran parte secolare, privo di affiliazione religios[a]». Dunque, pagano:

Tutti i fieri laici occidentali, convinti di essersi liberati di ogni impaccio religioso, ora dovranno rassegnarsi a riconoscere di essere soltanto dei vecchi pagani. Perciò passibili di essere colpiti non meno dei cristiani, nella nuova guerra di religione.

Parte da qui Calasso per sferrare due duri attacchi. Non solo alla pavidità dei governi occidentali, ma anche al comportamento della Chiesa e, in particolar modo del Papa. Un comportamento non giudicato con argomentazioni polemiche nei confronti della religione cattolica, né della sua Chiesa e neppure del suo capo. Calasso muove una critica molto comprensibile — anche molto citata persino da alcuni cattolici: il Papa dispone solo della parola, certo, ma è una parola «potente» e di peso, spesso usata non come dovrebbe:

Davanti a una persecuzione in atto di cristiani in quanto cristiani, che va da larghe zone dell’Africa all’intero Medio Oriente, non basta che il Papa si dichiari «vicino» a chi soffre. Ci si aspetterebbe che nominasse chi fa soffrire. Così come, durante la Seconda guerra mondiale, non si poteva dire di essere «vicini» agli Ebrei perseguitati senza dire che erano i nazisti a perseguitarli. Spetta a ogni Papa proteggere tutti i cristiani, anche i venticinque copti che sono stati uccisi mentre assistevano alla Messa al Cairo. Certo, il Papa dispone solo della parola, ma è una parola potente. E allora il Papa non potrebbe evitare la parola proibita: «islamico». E non potrebbe neppure più rifugiarsi nella deprecazione del «Dio denaro». Certamente l’Isis e Al Qaida non sono una questione di poveri incattiviti che si rivoltano contro ricchi sopraffattori occidentali.

Cosa dovrebbe dunque fare la Chiesa, secondo Calasso? Qui lo scrittore ed editore prova l’azzardo, evidentemente provocatorio, e suggerisce di «rispondere combattendo a una guerra dichiarata». Ma, soprattutto, di iniziare a chiamare la cose con il loro nome:

studiare il nemico, non temere di osservare le sue parole e i suoi argomenti, in tutti i dettagli. E non parlare più di un «sedicente» Stato Islamico, così come anni fa si parlava delle «sedicenti» Brigate rosse, facendo intendere che dietro c’era qualcos’altro. Il punto più duro da capire è appunto questo: ciò che i terroristi dicono di essere. Che cosa essi poi siano, lo mostrano i fatti.

Non si tratta di condividere o sposare in toto le posizioni di Calasso, e nemmeno le sue posizioni qui particolarmente espresse. Si tratta di plaudire, finalmente, ad una presa di posizione forte da parte del più importante quotidiano italiano. Una posizione demandata ad una firma di prestigio, certamente non accusabile di appartenere a settori radicalmente conservatori o anche solo lontanamente tacciabili di razzismo, neppure soltanto ideologico. Ma una posizione finalmente chiara, netta ed espressa con toni e contenuti tanto accettabili da poter dar vita ad un dialogo serio ed appassionato. Staremo a vedere.

gennaio 4, 2017

Eroismi.

Quel gran tipo di Marco Aurelio. Per tutti quelli che domattina si alzano, nonostante tutto.

All’alba, quando ti svegli di malavoglia, tieni sottomano questo pensiero: «Mi sveglio per svolgere il mio compito di uomo; e ancora protesto per avviarmi a fare quello per cui sono nato e per cui sono stato introdotto nel cosmo? O forse sono stato fatto per restare a letto a scaldarmi sotto le coperte?». «Questo, però, è più piacevole». Sei nato, allora, per godere? Il che, insomma, non significa forse: per essere passivo? O, invece, sei nato per essere attivo? Non vedi che le piante, i passeri, le formiche, i ragni, le api svolgono il proprio cómpito, collaborando per la loro parte alla vita dell’universo? E tu, allora, non vuoi fare ciò che è proprio dell’uomo, non corri verso ciò che è secondo la tua natura? «Ma è necessario anche riposarsi». È necessario, lo dico anch’io: la natura, però, ha posto una misura anche per questo, ne ha posto una anche per il mangiare e il bere; e tu, ciò nonostante, vai al di là della misura, al di là di quel che è sufficiente? Non lo fai più, però, quando si tratta di agire: allora ti tieni «nei limiti del possibile»! Non ami te stesso: perché in tal caso ameresti anche la tua natura e la sua volontà. Altri, che amano il proprio lavoro, vi consumano ogni energia, saltando il bagno, saltando i pasti: tu onori la tua natura meno di quanto il cesellatore onori il cesello o il danzatore la danza o l’avaro il denaro o il vanaglorioso la sua misera gloria? Eppure costoro, quando si appassionano, sono disposti a non mangiare e a non dormire pur di veder crescere l’opera in cui sono impegnati: a te invece le azioni ispirate al bene della comunità sembrano di minor valore, meno degne di attenzione?

Marco Aurelio, Pensieri, Libro V, 1.

gennaio 3, 2017

Una storia di sinusiti

Soffro di sinusite da oltre dieci anni. Non ricordo la prima volta che sospettai che un raffreddore si fosse nel frattempo trasformato in altro, ma ricordo benissimo la prima volta che l’otorino mi fece la diagnosi. Sinusite causata dalla deviazione di un setto nasale che mai avevo urtato – con un pallone o per colpa di un pugno – ma che, nonostante ciò, aveva deciso in totale autonomia di diventare storto.

Chiesi al medico come fosse possibile. Disse che era piuttosto normale: il setto nasale si devia non solo quando riceve un colpo ben assestato, ma anche per cause naturali. La mia causa era stata lo sviluppo. Le mie mucose nasali avevano cioè deciso di prendersi più tempo rispetto al resto del corpo.

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CeccomasterOpera propria, CC BY-SA 3.0, Immagine Wikimedia , CC BY-SA 3.0, Wikimedia

Wikipedia definisce la sinusite come «un processo infiammatorio, acuto o cronico, delle mucose dei seni paranasali». In pratica ti si ingrossano le mucose, tu respiri peggio e in cambio dal tuo naso fuoriesce un liquido acquoso. Esistono tre tipologie di sinusiti: acuta, cronica o ricorrente, a seconda della durata della patologia; la maggior parte delle volte, la sinusite arriva dopo un raffreddore, più raramente è di origine virale o batterica (in quest’ultimo caso, serve l’antibiotico).

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Avere la sinusite fa schifo. Vuol dire passare alcuni giorni, specie durante l’inverno o nel periodo di transizione tra il caldo (l’estate) e il fresco (autunno ed inverno), con mal di testa, naso che cola, mal di denti, mal di occhi, febbre, nausea e tante altre belle cose. Per quanto mi riguarda, vuol dire passare tre o quattro giorni con dolore acuto, vertigini e senso di intontimento, per tre o quattro volte durante l’anno — ho letto alcune cose in Internet, e pare che sia tra i casi più fortunati.
Di solito succede così: prendo il raffreddore, perché la gente prende il raffreddore. Solo che il mio raffreddore non vuol quasi mai dire naso chiuso, starnuti e sintomi influenzali; dal mio naso, quando ho il raffreddore, esce poco o niente. Tutto si accumula all’interno e, quando pensi che il raffreddore sia passato senza farti nemmeno il torto di eccessivo disagio sociale (i fazzoletti di carta appallottolati e seminati qua e là), ecco che ciò che non era uscito prima inizia a farsi sentire. Parte una specie di emicrania all’altezza della radice del naso quando abbassi la testa. Evolve velocemente al secondo stadio dove, sempre in quel punto, è come se una mano premesse. Al secondo giorno, sento gli zigomi che si staccano e i denti che premono per uscire dalle gengive – ma non succede nulla di tutto ciò, ho controllato.

Ormai riconosco i sintomi da subito e passo ai rimedi. Inizio con gli aerosol, quando ho la fortuna di avere in casa le fialette, altrimenti tocca uscire e cercare un farmacista compiacente che ti dia il Clenil anche senza la ricetta. Insieme agli aerosol faccio i fumenti: prima usavo il Sedo Calcio, poi ho iniziato a mettere semplicemente il sale nell’acqua mentre oggi uso l’olio 31, non ne ricavo alcun beneficio aggiunto, ma il suo profumo mi piace di più. Quando anche queste due soluzioni fruttano poco, e nemmeno se affiancate ad una dose di paracetamolo prima di andare a dormire (come in questi giorni), allora inizio ad escogitare ogni trucco possibile per espellere il muco dal mio corpo. Fino a qualche anno fa era facile, bastava soffiarsi il naso premendo bene alla radice del naso: oggi pare impossibile.
Mancando di una sonda da far salire su per le narici per aspirare il tutto, mi viene in mente il consiglio dell’otorino: tenere al caldo la fronte, perché è lì che (almeno nel mio caso) risiede il muco, e il calore lo scioglie e ne facilita l’espulsione. Allora indosso cappellini e appoggio panni caldi. E poi faccio docce, tante docce: il microclima che si crea all’interno della cabina è l’ideale, sembra di essere in un bagno turco. Respiro profondamente, nella speranza che il vapore caldo sciolga tutto. E quando sento che è il momento, mi soffio il naso violentemente.

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Pare che soffiarsi il naso sotto la doccia utilizzando le mani anziché un fazzoletto sia una delle cose più negate dall’umanità dopo mettersi le dita nel naso: a riguardo hanno chiesto pareri persino su Quora e su Reddit. Non lo ammette nessuno, ma soffiare il naso nelle proprie mani non solo è una delle cose più naturali del mondo, nel contesto di una doccia, ma è anche una liberazione. In tempi di ecologismo religioso, inoltre, il risparmio di carta (o di elettricità per lavare i fazzoletti di stoffa) dovrebbe essere premiato, non dileggiato.

Christine Friar ha stilato per The Awl la classifica dei tessuti migliori con i quali soffiarsi il naso. Utilizzare le mani quando si è sotto la doccia prende sei su dieci:

Listen, there are plenty of people out there who will front hardcore like they don’t empty their sinuses into their own hands when they’re alone in the shower, but I’m not one of those people. I excrete. It’s fine. This method is great because you’re breathing in steam and your boogs are all melted and malleable, so it’s a strategically advantageous time to clean the ol’ pipes. Plus you get to rinse all of the byproduct right down the drain then and there. No mess! No paper waste! The only downside is that you still ostensibly have a hygiene routine to complete afterward, which leaves a couple minutes for fresh boogs to drop, which will then melt in the steam and leave you with a runny nose. So my advice would be to do this as many times as you want during your shower, but make sure you do one right before you turn off the water and step out for peak impact.