Gennaio 12, 2019 Dicembre 31, 2018

Le vite dei librai indipendenti

Photo by Eli Francis on Unsplash

Tra i tanti libri che ho ricevuto in regalo per Natale, ha attirato la mia curiosità un testo di cui non avevo mai sentito parlare, seppur una breve ricerca in rete mi ha restituito un gran numero di pagine, recensioni, storie e dibattiti intorno ad esso. Si tratta di Una vita da libraio, di Shaun Bythell, pubblicato nel 2017 e tradotto in italiano nella collana Stile Libero Extra di Einaudi. A metà tra il memoir e il diario puro, il libro racconta un intero anno della vita quotidiana del suo autore, proprietario della più grande libreria indipendente di testi usati della Scozia, The Bookshop a Wigtown, nella regione del Galloway (sud ovest della Scozia, affacciata sul Mare d’Irlanda).

Aveva già provato Orwell a descrivere le peripezie — quasi tutte in negativo — del commesso di una libreria di testi usati nel suo saggio Ricordi di libreria (da noi raccolto nell’antologia Letteratura palestra di libertà, Mondadori). E qui Orwell viene richiamato da Bythell all’inizio di ogni capitolo — uno per ogni mese dell’anno — come spunto per riflettere sui tanti argomenti che costellano la vita delle libreria indipendenti, in particolare quelle che trattano testi di seconda mano: dagli snob a caccia delle prime edizioni, agli «appassionati di libri» (che, secondo le statistiche e anche secondo Bythell sono quelli che alla fine escono a mani vuote dai negozi), fino al reparto di libri per bambini e alla irresistibile tentazione di questi ultimi di scompigliare gli scaffali perfettamente ordinati dai commessi.

Le riflessioni e i racconti di Bythell toccano anche i problemi con la sopravvivenza che le librerie indipendenti devono affrontare, schiacciate dalla concorrenza online e di Amazon in particolare — visto come il nemico assoluto, tanto che Shaun ad un certo punto con un fucile da caccia spara ad un vecchio modello di Kindle acquistato allo scopo su e-bay per 10 sterline e ne appende le spoglie in negozio: qui siamo solidali, ma da consumatori refrattari a qualsiasi rigurgito luddista anche molto poco comprensivi –, ormai prepotentemente subentrati nelle abitudini di acquisto di qualsiasi amante dei libri e della lettura a scapito dei titolari dei negozi. Sebbene resistano sparuti personaggi che, con sorpresa più volte qui e là disseminata da Bythell nel testo, continuano a preferire il contatto umano con le librerie (in questo senso irresistibile il personaggio di Mr Deacon, che fa capolino più volte nel testo).

Una lettura divertente, scorrevole ma non sciatta (come dev’essere per chi tratta libri nel suo quotidiano) e piena di passaggi esemplari e famigliari agli amanti dei libri. Uno su tutti, la differenza tra il commerciante di libri e il bibliotecario, riassunta in un memorabile passaggio (pp. 284-285 dell’edizione italiana):

Una signora si è guardata intorno per una decina di minuti, poi si è avvicinata e mi ha detto di essere una bibliotecaria in pensione. Forse pensava che avessimo qualcosa in comune? Macché. Noi librai detestiamo i bibliotecari. Il problema è che per spuntare un buon prezzo da un libro usato bisogna che sia in condizioni decenti, mentre lo sport preferito dei bibliotecari è prendere un libro in perfetto stato e riempirlo di timbri ed etichette adesive, dopodiché, senza nemmeno cogliere l’ironia della cosa, lo avvolgono in una copertina di plastica per proteggerlo dal pubblico. Ai libri affidati alle poco amorevoli cure di una biblioteca toccherà infine l’onta di vedersi strappato il risguardo anteriore, mentre sul loro frontespizio si abbatterà un timbro con la scritta «Scartato», e per finire verranno offerti in vendita ai comuni cittadini a prezzi stracciatissimi. Un libro passato attraverso il sistema bibliotecario vale meno di un quarto delle copie che non hanno subito quella sorte.

Leggendo Una vita da libraio si scoprono anche un sacco di altre cose, da appuntare qui per uso futuro. Wigtown è una cittadina la cui vita economica si è sempre retta su una cooperativa casearia e su una distilleria di whisky. Chiuse entrambe in quinquennio di crisi (tra il 1989 e il 1993), l’economia locale di Wigton si è poi reinventata anche grazie al libro: le numerose librerie presenti (Wigtown è città del libro in Scozia) hanno trainato l’apertura di nuovi esercizi commerciali e la sinergia tra la comunità e il libro ha dato vita ad uno dei festival letterari più importanti del Regno Unito, il Wigtown Book Festival, che si svolge in autunno con uno spin-off primaverile e una serie di eventi collaterali sparsi su tutto l’anno, per molti dei quali il Bookshop di Bythell è uno dei centri nevralgici. Nato su base associativa e volontaria, il Festival si è nel tempo imposto come una vera e propria impresa. Ci dev’essere una lezione da apprendere da qualche parte, lascio alla sensibilità di ciascuno comprenderla.

Dicembre 26, 2018

I libri di quest’anno

Photo by Patrick Tomasso on Unsplash

Ogni tanto mi ricordo di avere questo spazio e, anche quest’anno, lo utilizzo per parlare delle mie letture.

Ho letto molto; quasi quanto lo scorso anno, sebbene in quell’occasione fossi certo che non ce l’avrei fatta: «Prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo», concludevo allora. Sono però riuscito, ancora una volta, a non trasformare quello che era nato come un fioretto in una assurda gara con me stesso – senza premio, per giunta. Ho letto principalmente per piacere, alimentando quella spirale per cui quando inizi a leggere (e a farlo seria(l)mente), la lettura diventa una abitudine cui non puoi rinunciare. Una specie di vizio.

Ho letto molti romanzi, ho letto qualche saggio (forse qualcuno in più rispetto all’anno scorso) e ho persino acquistato – ma senza conteggiarlo nei libri letti, dove sono del tutto assenti i libri da comodino – un testo di poesia: Poesie erotiche di Patrizia Valduga (Einaudi), dopo averne letto in modo entusiasta da più parti.

Credo di aver letto meno autori italiani, e certamente ho letto meno novità. È che, ad un certo punto, ci si rende conto che gli scaffali delle librerie sono anche – soprattutto – quelli che contengono il catalogo. Per cui ho tenuto ben lontano Matrigna della Ciabatti (Solferino) – dopo che già il mancato premio Strega dello scorso anno mi aveva lasciato perplesso – e ho preferito prendere in mano Paul Auster (Follie di Brooklyn, Einaudi), o riscoprire certi libri che erano ispirati (anche) dal luogo in cui li stavo comprando – è successo in estate, e ne ho parlato diffusamente qui.

Nel conteggiare i libri letti (il cui elenco, in aggiornamento fino alla fine dell’anno, è disponibile qui), ho introdotto una novità: conteggiare anche il prezzo. E la vertigine che mi prende ogni volta che guardo il totale della colonna (che non ho reso pubblica, per ovvie ragioni), mi conferma due cose: non solo la mia innata tendenza ad avere le cosiddette «mani bucate», ma anche la fortuna di potermelo in qualche modo permettere, senza dover sacrificare troppo di altro (la musica, ancora una volta). Al momento in cui scrivo, sto leggendo il libro numero 65 (Nemici. Una storia d’amore di Isaac B. Singer, Adelphi) e, pur mancando ancora qualche giorno alla chiusura dell’anno, lo ritengo un numero più che sufficiente e appagante – e, ancora una volta: probabilmente l’anno prossimo leggerò di meno, ma la sentenza alla prossima notarella.

I libri che mi sono piaciuti di più – o che mi hanno colpito maggiormente, per motivi vari – li elenco qui, un po’ alla rinfusa: Niente di personale di Roberto Cotroneo (La nave di Teseo), Una variazione di Kafka di Adriano Sofri (Sellerio), Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi) per rimanere a quelli usciti durante l’anno; tra le delusioni, non perché siano libri brutti in sé ma perché l’aspettativa era altissima, ci sono Asimmetria di Lisa Halliday e L’educazione di Tara Westover (entrambi Feltrinelli), mentre devo ancora capire che farne de L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo (Einaudi). Tra i ripescaggi, svetta W. Somerset Maughan, tra i tanti con Acque Morte e In villa (entrambi Adelphi).

Se dovessi però dire quale, dei libri letti tra quelli pubblicati nel 2018, mi ha entusiasmato al punto da decretarlo il mio libro dell’anno, direi sicuramente le mille pagine di Filippo Ceccarelli con il titolo di Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua. Il tomo non è solo una storia dell’Italia repubblicana fino ai giorni nostri (sebbene Ceccarelli conceda giustamente pochissimo spazio alle vicende attualissime, come dev’essere per un libro in grado di reggere il test del tempo), ma è anche un divertentissimo romanzo di formazione sul potere italiano, sui suoi tic, sulle sue abitudini, sulla sua sfrontatezza e sul fatto che – non importa qui se sia un bene o un male – non ritornerà più in quelle forme. Ceccarelli, e per chi lo legge o lo ha letto per anni sulle pagine della Stampa prima e di Repubblica poi non è certo un mistero, non è solo un notista politico, ma è anche un grande giornalista di costume; e le sue storie, le sue narrazioni sono condite dai dettagli politicamente più inutili ma umanamente più interessanti. Ciò che ha fatto la storia di certo giornalismo italiano, talvolta meno cronistico e talvolta meno letterario – Alberto Arbasino e Michele Masneri, per citare i due probabili estremi temporali tra i quali Ceccarelli si colloca.

Dicembre 7, 2018

Non troverete i Greta Van Fleet

Nella sbornia disintermediata, dove tutto è alla portata di tutti, e tutti consumiamo in maniera a-critica, giova mettere ogni tanto un po’ di ordine.

Quasi fine anno e spuntano da ogni dove resoconti, listoni del meglio, del peggio o, più spesso, di ciò che si porta e di cui si deve parlare per non dare l’impressione di vivere su Marte. Lo ha fatto anche The Wire, che è l’unica rivista musicale cartacea che abbia ancora un senso seguire in maniera assidua, non fosse altro che perché è l’unica a provare una visione della musica di oggi e di domani, senza troppe concessioni a quella che è stata la musica di ieri.

Il suo rewind finale è ormai un classico. Cui si aggiunge, da qualche anno, anche quello delle ristampe: un modo per celebrare musica sempre nuova, perché ripescata da un passato per lo più inosservato.

Ho messo insieme, in due playlist di Apple Music (ma la speranza è che qualcuno abbia fatto lo stesso anche su Spotify e su altri servizi), i due listoni di cui sopra.

E buon ascolto.

Novembre 18, 2018

Completismi

Lucas Fagen su Hyperallergic fa il (tragico) punto della situazione su dove siamo arrivati con le Bootleg Series di Bob Dylan (e sul completismo in generale):

Anyway, how much Dylan music do we need? In an oversaturated musical economy, where every year more music comes out than a single person could ever listen to, obsessive completism is inevitable; as long as capitalism produces consumer objects, people will feel the need to catalog them, and as long as rock songwriters inspire hyperbolic reverence, trivial moments will get excessively scrutinized due to mere association. There’s no escaping the urge. Fixating so totally on a single figure strikes me as a particularly perverse way to go about it, though. I’m not sure where or whether to draw the line, but if the first few Bootleg Series volumes served a useful function, officially releasing music that fans had been passing around for years, the project has long since tipped over into decadence. More Blood, More Tracks suggests the archives have simply run out of interesting material.

It is a testament to the beauty and durability of Dylan’s music that Blood on the Tracks even remains listenable after immersion in the box set — after hearing these songs repeated a dozen times, slightly adjusted and rehashed, beaten into the ground. I find this comforting. Although he’s been subjected to more hagiography than anyone, all the rockism in the world will never spoil Dylan. The wily old fox is always one step ahead, for there’s no actor anywhere better than the jack of hearts.

Agosto 27, 2018

Un po’ di libri letti questa estate

Photo by Claudia on Unsplash

Tra i buoni propositi delle vacanze estive c’è quello di leggere. È un classico dell’estate italiana, e peraltro uno dei più disattesi: se tutti passiamo da una libreria prima di partire — fossero anche solo quelle delle stazioni o degli aeroporti — non sono poi molti coloro che effettivamente leggono i libri che hanno acquistato.

Sulla lettura, l’unica statistica che non disattendo è quella che vuole si acquistino più libri di quanti poi se ne leggano. E però dalla mia, come già dimostrato, c’è che leggo molto, forse troppo. Anche in vacanza — e più in generale durante tutto il mese di agosto — ho voluto mantenere il ritmo e, se possibile, provare ad alzarlo un po’. Per farlo ho sacrificato il tempo perso a consultare in modo compulsivo il computer (quasi del tutto assente dalla mia dieta, se non per lo stretto necessario) e il telefono. Pochi scatti, pochissime condivisioni e i cari e vecchi giornali cartacei come unica fonte di informazione (sorpresa: non mi sono perso nessun evento, tra i tanti e tragici di questa estate 2018, e nemmeno un’analisi intorno ad essi e anzi forse questo distillare le informazioni e le loro fonti mi ha fatto bene: avevo più tempo per ragionare, per leggere opinioni talvolta anche le più diverse tra loro, per farmi una mia idea).

Di seguito i libri che ho letto questa estate, intendendo con essa il solo mese di agosto (che è poi l’unica concezione di estate che possiede una persona collocata in un contesto lavorativo).

Fabrizio Bolivar, Sei a zero (Elliot).

Romanzo tragicomico sulla crisi di mezza età, sull’amore perso e su quello ritrovato. Il titolo allude al tennis, che viene praticato dal protagonista del libro e usato come metafora per i risultati ottenuti. Avevo letto recensioni piuttosto entusiaste rispetto a questo lavoro fresco di ristampa e che ha in parte disatteso le mie aspettative. Linguaggio piuttosto piatto, unico brio la completa assenza di punteggiatura a delimitare i discorsi diretti da quelli indiretti. Ma è un brio che un autore conferisce sempre con effetti alterni e una certa difficoltà — a meno che quell’autore non si chiami Aldo Busi.

Enzo Gianmaria Napolillo, Le tartarughe tornano sempre (Feltrinelli)

L’adolescenza su un’isola è già di per sé un problema, ma a sopperire c’è il rapporto con colei che rimane l’amore rincorso per tutto il racconto. A fare da cornice, gli sbarchi dei migranti. Testo così così, zuccheroso e buonista fino all’eccesso, fornisce però anche uno spaccato di Lampedusa, dei suoi usi e dei suoi abitanti, piuttosto veritiero e a piacere del lettore che abbia passato del tempo su quell’isola.

Walter Siti, Pagare o non pagare (Nottetempo)

Il pamphlet di Siti sul denaro evaporato. A metà tra l’attacco al capitalismo e l’attacco agli scrocconi. Si è perso il valore del denaro, un po’ per via della gratuità e un po’ perché c’è la crisi, e quindi non ci ricordiamo più del piacere che avevamo a pagare, soprattutto con i soldi guadagnati col sudore della fronte. Il libro è stato oggetto di numerosi dibattiti, se ne è parlato in lungo e in largo e se ne è discusso ampiamente: sono arrivato alla sua lettura con colpevole ritardo, pur passando un’oretta piacevole tra il conforto di riconoscermi in alcune opinioni dell’autore e lo sconforto di contrastarne certe altre. L’esiguo prezzo di copertina — e il tempo di lettura — non tolgono però nulla ad uno dei passaggi più divertenti del testo:

Durante un viaggio a Lanzarote con la Ryanair, a un certo punto lo steward (con aria di forzata allegria) ci ha annunciato che avrebbe venduto i biglietti del rasca y gana, cioè del gratta-e-vinci, e che in palio c’erano un soggiorno a Las Vegas, una Seat Ibiza e addirittura un milione di euro; ci ha anche comunicato che la compagnia avrebbe destinato una parte degli introiti alla beneficenza, in quel caso all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Allora ho finalmente capito: quel che stavamo risparmiando sul biglietto lo pagavamo in volgarità.

Jean Echenoz, Inviata speciale (Adelphi)

Non ho idea di quanti libri, nel passato ma soprattutto nel presente, abbiano (avuto) come tema la destabilizzazione della Corea del Nord ad opera dei servizi segreti. Qui ci si arriva per gradi ed è quasi un dettaglio. Il libro — di cui avevo letto molto bene un po’ ovunque e malissimo sull’Espresso — è però divertente e spassoso come solo certi noir (ma non c’è delitto centrale) francesi sanno essere. La quarta di copertina prometteva di ritrovare «l’euforia della lettura»; il marketing è esagerato, ma la storia è ben scritta e avvincente, seppur nella paradossalità e nell’inverosomiglianza di certi passaggi.

Gilberto Severini, Congedo ordinario (Playground)

Gilberto Severini è la più bella scoperta di questa estate. Dopo aver inutilmente inseguito uno qualunque dei suoi titoli nelle librerie della mia zona (in attesa di leggere il suo ultimo Dilettanti, alla fine ordinato su Amazon), ho trovato — unico a disposizione — questo suo romanzo del 2011 in una libreria del centro di Perugia durante una scorribanda umbra. Non è tanto per la storia impregnata del miglior provincialismo del centro Italia di cui però non voglio dire nulla, quanto per la scrittura. Un autore prolifico, ingiustamente sottovalutato e quasi sempre assente nel dibattito narrativo sulle pagine dei grandi quotidiani (a memoria, negli ultimi anni, ne ho letto solo sulla Domenica del Sole 24 Ore). Se ci fosse una giustizia in Italia, o anche solo un’ora di letteratura da potersi chiamare tale nelle nostre scuole, Severini sarebbe letto e commentato: e per le tematiche dei suoi romanzi e per il suo stile narrativo.

Davide Longo, Così giocano le bestie giovani (Feltrinelli)

Longo, non me ne voglia, è tutto ciò che non cerco nella narrativa italiana: ritmo da sceneggiato seriale e scrittura convenzionale (non per niente insegna alla Scuola Holden). Tuttavia il libro è bello, tiene impegnati e offre un notevole spaccato della storia italiana piuttosto recente : sullo sfondo del ritrovamento di alcune ossa umane in un cantiere viene dipanata una trama intorno agli anni delle lotte tra rossi e neri, con una spruzzata di strategia della tensione. L’unico difetto è di essere una narrazione un tantino partigiana, se non altro perché la storia non mi sembra ispirarsi ad alcun fatto realmente accaduto.

Paul Auster, Follie di Brooklyn (Einaudi)

La seconda più bella scoperta di questa estate dopo Severini. Ammetto le mie colpe: non avevo mai letto nulla di Paul Auster, ingiustamente snobbato per troppo tempo, e ora mi ritrovo infettato da austerite. La storia è magistrale, da grande romanzo americano: lo zio, il nipote, la pronipotina. E un contorno di personaggi strambi, truffaldini, insoliti. Lo sfondo: la ricerca di se stessi, del proprio posto nel mondo o, semplicemente, del posto nel mondo in cui trascorrere i giorni che ci separano dalla morte.

Claudia Piñeiro, Le vedove del giovedì (Feltrinelli)

Letteratura sudamericana. Gli anni sono i primi Novanta, siamo nei quartieri periferici e residenziali protetti da guardie e da alti muri perimetrali. Qui vivono famiglie agiate, che fingono di non sapere cosa succede al di là del confine del proprio villaggio e fingono di essere quello che non sono anche all’interno di quel confine. Ci sono dei morti, ma non è come può sembrare. Narrazione un po’ spezzata, non lineare nei tempi e condotta da diversi punti di vista (una volta che ci si abitua a certi particolari, non è difficile capire chi sia in quel momento in narratore). Acquistato a caso, per godere di un’offerta cumulativa, l’ho letto in un giorno di pioggia. E mi è piaciuto, anche per le nozioni di storia argentina finora quasi completamente ignorate.

Angelo Morino, Rosso taranta (Sellerio)

Se questo anziché un elenco di libri fosse una compilation (o una playlist, come si usa dire oggi), Rosso taranta sarebbe una bonus track: non previsto, ma gradito. Acquistato in una libreria del centro di Lecce (la più bella libreria del centro di Lecce, quindi nessuna delle due principali catene italiane) anche per via del Salento in cui mi trovato. Pensavo di leggere il resoconto di una gita, ma oltre a questo c’è chiaramente il cuore del libro. Anzi, i cuori: il primo, ripercorrere i luoghi della già celebre inchiesta dell’antropologo Ernesto De Martino La terra del rimorso sulle tarantate salentine (parte di una più ampia ricerca sul mezzogiorno italiano) e scoprire uno spaccato dell’Italia tanto inquietante quanto affascinante (e il libro di De Martino è finito diretto nella lista di quelli da leggere); il secondo, l’omosessualità, della quale non sapevo nulla non conoscendo la vita e le opere di Morino e che sta lì, sullo sfondo, a farci capire che a volte i libri servono anche a chi li scrive per raccontarci qualcosa di se stesso.

Gennaio 11, 2018

Nous sommes Catherine Deneuve

Cento donne francesi – tra cui l’attrice Catherine Deneuve – hanno firmato su Le Monde un appello con cui rivendicano il diritto ad essere sedotte e importunate, dove si legge (nella traduzione che ne fa Il Foglio – 11.1.2018, inserto I) tra l’altro che

Pensiamo che la libertà di dire no a una proposta sessuale non esista senza la libertà di importunare. e consideriamo che bisogna rispondere a questa libertà di importunare in altro modo che non trincerandosi dietro il ruolo della preda (…) Gli incidenti che possono toccare il corpo di una donna non inficiano necessariamente la sua dignità e non devono, per quanto siano duri, necessariamente fare di lei una vittima perpetua.

L’appello, che sta facendo il giro del mondo perché rappresenta una dura, forte presa di posizione di una parte della sfera femminile decisamente controcorrente rispetto a tutte le voci che si erano sinora sentite dopo il caso Weinstein, dipinge anche scenari tecnologico-fantastici che servono a rafforzare la tesi delle firmatarie e a mostrare, a chi le avrebbe criticate, verso dove stiamo andando:

Ancora uno sforzo e due persone adulte che avranno voglia di andare a letto insieme subito prima dovranno, tramite una app del loro smartphone, firmare un documento nel quale le pratiche che accettano e che rifiutano saranno debitamente specificate.

Tutto ciò premesso, per avvisare Catherine Deneuve e le altre novantanove donne che un’app del genere pare esista già.

Gennaio 3, 2018

Il mio jazz nel 2017.

Dopo anni passati a dirci — o, peggio, a sentirci dire — che il jazz non aveva più nulla da dire, ecco che da più parti si parla degli ultimi mesi come di una nuova golden era per il jazz. Chiunque seguisse il jazz sul campo e non per sentito dire — o anche chiunque non si fidasse delle vecchie zie — lo sapeva già; adesso se ne sono accorti anche i critici.

Nel 2017 che si è appena concluso, come già scritto altrove, ho ascoltato meno musica che in passato. Ma, per compensare, ho ascoltato molto più jazz di quanto mi fosse capitato negli ultimi due o tre anni. Vecchie e nuove uscite. Devo dire che le cose più interessanti le ho sentite proprio in questo campo, tanto che se dovessi applicarmi nell’esercizio della classifica dei miei dischi preferiti del 2017, alle prime posizioni indicherei solo album che abbiano a che fare con il jazz. Non aggiungerei «con il jazz in senso lato», perché a quel punto cadrei nell’errore di assecondare chi afferma, o ha affermato, che il jazz fosse un genere morto e sepolto, incapace di esprimere più alcuna evoluzione e che le ultime cose decenti si sono ascoltate con la svolta rock di Miles Davis.

Perché qui stava proprio il problema di chi dichiarava il jazz morto. Ad essere morta, piuttosto, era la voglia di questi ascoltatori di ricercare, di scavare nelle nuove evoluzioni di un jazz che nel frattempo si era fatto talvolta obliquo, talvolta scarno, talvolta invece fin troppo pieno e orchestrato; talvolta, addirittura, aveva flirtato con l’hip hop, mutuandone lo swing che a sua volta aveva prestato. Non parlo solo di Kamasi Washington, di Flying Lotus, di Thundercat: gente che è stata in grado di (ri)portare il jazz alle masse di pubblico che mai si sarebbe approcciato a questo genere musicale. Parlo soprattutto di quei movimenti jazz che sono stati lontani dai riflettori e che, proprio per questo, si sono mostrati più abili ad esprimere qualcosa di realmente nuovo e fresco.

Detto questo, se dovessi ripercorrere il mio 2017 in musica, non riuscirei a prescindere da questi quattro titoli: Fly or die di Jaimie Branch,  Irreversible Entanglements dell’omonimo gruppo, Far from over del Vijay Iyer Sextet e La saboteuse di Yazz Ahmad.

Quattro dischi profondamente diversi l’uno dall’altro, eppure tutti e quattro in grado non tanto di tracciare delle traiettorie per il jazz di domani (uno dei problemi, infatti, è quello della perenne scoperta di un nuovo Ornette Coleman, quando basterebbe smetterla con l’ansia di cercarlo ogni volta), quanto di fotografare la grandezza del jazz di oggi.

Dicembre 12, 2017

Pensierini su un anno di libri.

Il mio buon proposito per il 2017 è stato questo: diminuire l’acquisto di giornali e periodici e leggere più libri. Non che fossi un lettore pigro, anzi. Mi ero però reso conto che mi piaceva talmente tanto leggere da non trovare mai il tempo per farlo come avrei voluto. L’unico modo per recuperare era dunque quello di sacrificare qualcosa che mi piacesse altrettanto e verificare se ne valesse la pena.

Essendo giunti in prossimità della fine dell’anno, posso ritenermi soddisfatto. Al momento della pubblicazione di questo post ho letto 65 libri, una media di 1,3 libri la settimana. Le statistiche, che non ho tempo né voglia di controllare, credo mi collochino nella fascia dei cosiddetti «lettori forti». Dei libri letti ho tenuto traccia: titolo, autore, nazionalità, formato, data di inizio, data di fine e pagine lette (qui trovate l’elenco, in aggiornamento fino al 31 dicembre).

Alcune considerazioni. Sono stato facilitato dal fatto che i miei spostamenti quotidiani (due ore circa di mezzi pubblici, tra andata e ritorno) mi lasciano tanto tempo per leggere. Ciò detto, non ho vissuto l’impegno come un obbligo ma, nei limiti del possibile, l’ho ritenuto un piacere. Quando la mattina – o la sera – non avevo voglia di leggere un libro ma, chessò, l’ultimo numero del New Yorker o di ascoltare un disco, non leggevo. Ho cercato di non sentire il fiato sul collo dei libri: non era una gara, non c’erano avversari né soglie minime da raggiungere.
Quando un libro mi annoiava l’ho lasciato. Sostengo la lettura utile, non l’accanimento terapeutico. Non ho terminato nemmeno la ristampa di un saggio di Giorgio Manganelli che pensavo mi avrebbe entusiasmato, anziché fatto sbadigliare dopo una cinquantina di pagine.

Ho letto saggi e romanzi, indistintamente e senza cercare di equilibrarne il numero (niente poesia, o graphic novel, per una questione di gusti). La gran parte dei libri letti li ho acquistati, nuovi o usati. Ciò ha influito sulla spesa, parzialmente bilanciata dalla minore uscita per l’acquisto di musica: leggere porta via tempo all’ascolto e ciò rappresenta l’unico, vero, aspetto negativo del fioretto (se devo proprio trovarne uno).

Ho preferito le nuove uscite, e comunque la narrativa contemporanea, rispetto a quella classica. Ero stimolato dalla lettura di siti che parlano di libri e dagli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani (che non ho smesso di acquistare, soprattutto nel fine settimana). Per questo risulta una maggiore attenzione alle nuove uscite o alle prime pubblicazioni in Italia (ma ho letto anche libri decisamente meno recenti: Cecità di José Saramago, per esempio). Nell’acquistare libri – e nel leggerli – non mi è mai capitato di fossilizzarmi su un preciso autore. Non ho affrontato intere bibliografie, né ho recuperato i precedenti lavori di un autore dopo averlo letto per la prima volta (mi sono però segnato gli autori da approfondire).

Ho frequentato le librerie e le fiere librarie con un interesse diverso rispetto al passato. Non luoghi per rendermi conto solamente di cosa stava succedendo, ma luoghi di acquisto: una specie di (ri)scoperta del consumismo librario. Ma ho frequentato molto anche le bancarelle dei libri (nuovi, usati) e Amazon. Ho letto qualche e-book, perché se c’era un unico vincolo nel mio fioretto era dettato dalla scomodità di avere un volume sempre nel mio zaino. Perciò, nel caso di libri con più di 300-350 pagine, ho preferito se possibile la versione digitale. Che ho scoperto essere non solo più comoda da maneggiare, soprattutto in metropolitana, ma anche da sottolineare e appuntare. Per non dire della praticità di quando si leggono testi in inglese con i dizionari a portata di mano.

Sono inoltre diventato, mio malgrado, una delle persone da interpellare quando c’è bisogno di un consiglio su un libro da leggere (raramente) o da regalare (più spesso). Ho consigliato, con un certo sadismo, libri a persone che sapevo non li avrebbero apprezzati; e ho regalato, a mia volta, molti più libri di quanto fatto in passato. Da questo punto di vista, non avrò mai il pensiero di cosa regalare ad una persona, avendo un elenco di libri cui attingere (prima regalavo soprattutto dischi, per i quali vale da sempre il fioretto qui spiegato).

Difficile dire quale, tra quelli letti, sia il libro preferito. Potrei dire quale il più insolito (sicuramente Acqua viva di Clarice Lispector, ripubblicato da Adelphi) o quali tra i più avvincenti (La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk e Eccomi di Jonathan Safron Foer). Tra i più sopravvalutati (ma comunque terminati) c’è Essere Nanni Moretti di Giuseppe Culicchia, mentre tra i più inutili Dieci piccoli infami di Selvaggia Lucarelli (speravo in un divertissement). Su Bruciare tutto di Walter siti ho invece già detto. Come migliore scoperta, direi il catalogo di narrativa gialla (noir?) di Sellerio, per troppo tempo colpevolmente sottovalutato.

Avendo acquistato molti testi, occorre fare anche un bilancio del tipico vizio evidenziato dalle statistiche: comprare libri e accumularli per leggerli in un secondo momento che non arriva mai. Soltanto cinque tra i libri acquistati durante l’anno non sono ancora stati letti e probabilmente non lo saranno mai.

Quanto all’anno che verrà, continuerò su questa strada fino a quando ne avrò voglia. Dimenticandomi il numero dei libri letti quest’anno e mettendomi sin da ora il cuore in pace: prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo.

Dicembre 9, 2017

Provvidenze rosse.

Al di là dell’idea che ciascuno di noi si sia fatto sul caso Weinstein e su tutto quello che ne è seguito (anche da noi in Italia), copio-incollo qui, a futura memoria e utilità, un passaggio tratto da un libro che sto leggendo in questi giorni:

Ora, si sa. In tutti i luoghi di lavoro c’è un bel po’ di scambi sessuali. Abbondano le leggende sugli amplessi consumati sopra fotocopiatrici, scrivanie, dentro ascensori, i racconti degli inequivocabili rumorini e strilletti che si possono sentire nei cessi di questo o quel luogo di lavoro. Il Pci era, per di più, un’organizzazione dalla mentalità militare e questo contribuiva a creare un clima per così dire da caserma. Le solidarietà cameratesche tendevano a tramutarsi rapidamente in crassa copula. A chi osservava dall’interno la realtà piccista pareva proprio che tutti e tutte rincorressero e si accoppiassero con tutte e tutti. Persino le segretarie più brutte, come una addetta al segretario provinciale che sembrava il Marty Feldman quando il servitore gobbo di Frankenstein junior, avevano i loro amatori.
Era soprattutto la generazione venuta al partito nella Resistenza ad avere questa ansia di sesso. Autorevoli e colti dirigenti rincorrevano le compagne intorno ai tavolini, vecchi e venerati sindacalisti lo facevano nell’armadio. Certo c’era un po’ di reciprocità: grasse virago coi baffi, ma con grande potere, arruolavano come cavalier serventi giovani e splendenti funzionari operai. E li riducevano a stracci.
Solo pochi riuscivano a mantenere all’interno quel tratto di austero puritanesimo che all’esterno, nonostante tutto, il Pci continuava a trasmettere come segno dello stile dei suoi dirigenti.

Il brano è tratto da La provvidenza rossa, un bel libro di Ludovico Festa uscito l’anno scorso per i tipi di Sellerio. È un giallo ambientato a Milano nell’autunno del 1977 e racconta dell’omicidio di una giovane fioraia milanese, Bruna Calchi, militante comunista. L’episodio violento, come pure i nomi citati nel romanzo, sono di fantasia; a non essere di fantasia è invece il contesto storico, che Festa conosce bene essendo lui stesso stato un dirigente milanese del Pci e che qui viene narrato con dovizia di particolari. Il brano sopra citato, in sé, non significa nulla; né l’autore – e tanto meno il sottoscritto – vogliono qui usarlo per evidenziare alcunché in quel contesto storico e nei suoi protagonisti. Forse qualcosa nel contesto della vita, ma dando un’informazione e astenendosi da ogni giudizio.