dicembre 12, 2017

Pensierini su un anno di libri.

Il mio buon proposito per il 2017 è stato questo: diminuire l’acquisto di giornali e periodici e leggere più libri. Non che fossi un lettore pigro, anzi. Mi ero però reso conto che mi piaceva talmente tanto leggere da non trovare mai il tempo per farlo come avrei voluto. L’unico modo per recuperare era dunque quello di sacrificare qualcosa che mi piacesse altrettanto e verificare se ne valesse la pena.

Essendo giunti in prossimità della fine dell’anno, posso ritenermi soddisfatto. Al momento della pubblicazione di questo post ho letto 65 libri, una media di 1,3 libri la settimana. Le statistiche, che non ho tempo né voglia di controllare, credo mi collochino nella fascia dei cosiddetti «lettori forti». Dei libri letti ho tenuto traccia: titolo, autore, nazionalità, formato, data di inizio, data di fine e pagine lette (qui trovate l’elenco, in aggiornamento fino al 31 dicembre).

Alcune considerazioni. Sono stato facilitato dal fatto che i miei spostamenti quotidiani (due ore circa di mezzi pubblici, tra andata e ritorno) mi lasciano tanto tempo per leggere. Ciò detto, non ho vissuto l’impegno come un obbligo ma, nei limiti del possibile, l’ho ritenuto un piacere. Quando la mattina – o la sera – non avevo voglia di leggere un libro ma, chessò, l’ultimo numero del New Yorker o di ascoltare un disco, non leggevo. Ho cercato di non sentire il fiato sul collo dei libri: non era una gara, non c’erano avversari né soglie minime da raggiungere.
Quando un libro mi annoiava l’ho lasciato. Sostengo la lettura utile, non l’accanimento terapeutico. Non ho terminato nemmeno la ristampa di un saggio di Giorgio Manganelli che pensavo mi avrebbe entusiasmato, anziché fatto sbadigliare dopo una cinquantina di pagine.

Ho letto saggi e romanzi, indistintamente e senza cercare di equilibrarne il numero (niente poesia, o graphic novel, per una questione di gusti). La gran parte dei libri letti li ho acquistati, nuovi o usati. Ciò ha influito sulla spesa, parzialmente bilanciata dalla minore uscita per l’acquisto di musica: leggere porta via tempo all’ascolto e ciò rappresenta l’unico, vero, aspetto negativo del fioretto (se devo proprio trovarne uno).

Ho preferito le nuove uscite, e comunque la narrativa contemporanea, rispetto a quella classica. Ero stimolato dalla lettura di siti che parlano di libri e dagli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani (che non ho smesso di acquistare, soprattutto nel fine settimana). Per questo risulta una maggiore attenzione alle nuove uscite o alle prime pubblicazioni in Italia (ma ho letto anche libri decisamente meno recenti: Cecità di José Saramago, per esempio). Nell’acquistare libri – e nel leggerli – non mi è mai capitato di fossilizzarmi su un preciso autore. Non ho affrontato intere bibliografie, né ho recuperato i precedenti lavori di un autore dopo averlo letto per la prima volta (mi sono però segnato gli autori da approfondire).

Ho frequentato le librerie e le fiere librarie con un interesse diverso rispetto al passato. Non luoghi per rendermi conto solamente di cosa stava succedendo, ma luoghi di acquisto: una specie di (ri)scoperta del consumismo librario. Ma ho frequentato molto anche le bancarelle dei libri (nuovi, usati) e Amazon. Ho letto qualche e-book, perché se c’era un unico vincolo nel mio fioretto era dettato dalla scomodità di avere un volume sempre nel mio zaino. Perciò, nel caso di libri con più di 300-350 pagine, ho preferito se possibile la versione digitale. Che ho scoperto essere non solo più comoda da maneggiare, soprattutto in metropolitana, ma anche da sottolineare e appuntare. Per non dire della praticità di quando si leggono testi in inglese con i dizionari a portata di mano.

Sono inoltre diventato, mio malgrado, una delle persone da interpellare quando c’è bisogno di un consiglio su un libro da leggere (raramente) o da regalare (più spesso). Ho consigliato, con un certo sadismo, libri a persone che sapevo non li avrebbero apprezzati; e ho regalato, a mia volta, molti più libri di quanto fatto in passato. Da questo punto di vista, non avrò mai il pensiero di cosa regalare ad una persona, avendo un elenco di libri cui attingere (prima regalavo soprattutto dischi, per i quali vale da sempre il fioretto qui spiegato).

Difficile dire quale, tra quelli letti, sia il libro preferito. Potrei dire quale il più insolito (sicuramente Acqua viva di Clarice Lispector, ripubblicato da Adelphi) o quali tra i più avvincenti (La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk e Eccomi di Jonathan Safron Foer). Tra i più sopravvalutati (ma comunque terminati) c’è Essere Nanni Moretti di Giuseppe Culicchia, mentre tra i più inutili Dieci piccoli infami di Selvaggia Lucarelli (speravo in un divertissement). Su Bruciare tutto di Walter siti ho invece già detto. Come migliore scoperta, direi il catalogo di narrativa gialla (noir?) di Sellerio, per troppo tempo colpevolmente sottovalutato.

Avendo acquistato molti testi, occorre fare anche un bilancio del tipico vizio evidenziato dalle statistiche: comprare libri e accumularli per leggerli in un secondo momento che non arriva mai. Soltanto cinque tra i libri acquistati durante l’anno non sono ancora stati letti e probabilmente non lo saranno mai.

Quanto all’anno che verrà, continuerò su questa strada fino a quando ne avrò voglia. Dimenticandomi il numero dei libri letti quest’anno e mettendomi sin da ora il cuore in pace: prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo.

dicembre 9, 2017

Provvidenze rosse.

Al di là dell’idea che ciascuno di noi si sia fatto sul caso Weinstein e su tutto quello che ne è seguito (anche da noi in Italia), copio-incollo qui, a futura memoria e utilità, un passaggio tratto da un libro che sto leggendo in questi giorni:

Ora, si sa. In tutti i luoghi di lavoro c’è un bel po’ di scambi sessuali. Abbondano le leggende sugli amplessi consumati sopra fotocopiatrici, scrivanie, dentro ascensori, i racconti degli inequivocabili rumorini e strilletti che si possono sentire nei cessi di questo o quel luogo di lavoro. Il Pci era, per di più, un’organizzazione dalla mentalità militare e questo contribuiva a creare un clima per così dire da caserma. Le solidarietà cameratesche tendevano a tramutarsi rapidamente in crassa copula. A chi osservava dall’interno la realtà piccista pareva proprio che tutti e tutte rincorressero e si accoppiassero con tutte e tutti. Persino le segretarie più brutte, come una addetta al segretario provinciale che sembrava il Marty Feldman quando il servitore gobbo di Frankenstein junior, avevano i loro amatori.
Era soprattutto la generazione venuta al partito nella Resistenza ad avere questa ansia di sesso. Autorevoli e colti dirigenti rincorrevano le compagne intorno ai tavolini, vecchi e venerati sindacalisti lo facevano nell’armadio. Certo c’era un po’ di reciprocità: grasse virago coi baffi, ma con grande potere, arruolavano come cavalier serventi giovani e splendenti funzionari operai. E li riducevano a stracci.
Solo pochi riuscivano a mantenere all’interno quel tratto di austero puritanesimo che all’esterno, nonostante tutto, il Pci continuava a trasmettere come segno dello stile dei suoi dirigenti.

Il brano è tratto da La provvidenza rossa, un bel libro di Ludovico Festa uscito l’anno scorso per i tipi di Sellerio. È un giallo ambientato a Milano nell’autunno del 1977 e racconta dell’omicidio di una giovane fioraia milanese, Bruna Calchi, militante comunista. L’episodio violento, come pure i nomi citati nel romanzo, sono di fantasia; a non essere di fantasia è invece il contesto storico, che Festa conosce bene essendo lui stesso stato un dirigente milanese del Pci e che qui viene narrato con dovizia di particolari. Il brano sopra citato, in sé, non significa nulla; né l’autore – e tanto meno il sottoscritto – vogliono qui usarlo per evidenziare alcunché in quel contesto storico e nei suoi protagonisti. Forse qualcosa nel contesto della vita, ma dando un’informazione e astenendosi da ogni giudizio.

dicembre 7, 2017

L’Anteprima di Giorgio Dell’Arti.

Stanchezza per gli editori e i loro direttori che da una quarantina d’anni almeno puntano sulla grafica invece che sui testi, l’unica cosa che il lettore, quando va all’edicola, vuol comprare davvero. Conseguenza: pagine belle da guardare e vuote da leggere (confrontare un qualunque articolo degli anni Cinquanta o Sessanta e la quantità di informazioni che contiene con qualunque pezzo di oggi). In cinquant’anni di professione ho assistito a decine di riforme grafiche, in cui in genere s’è lasciato che i tiralinee facessero quello che volevano senza dargli mezza idea, e mai ho assistito a una discussione su come scriviamo, cosa scriviamo, perché scriviamo. L’unica strada, dato il livello non solo commerciale ma anche culturale (spirituale?) della crisi, m’è parsa quella di buttare via tutto e ricominciare daccapo. Non ho bisogno di allinearmi alla pubblicità, non ho il problema delle pagine a fronte. Inoltre: i primissimi giornali erano concepiti con l’idea che il lettore non avrebbe sfogliato, ma letto ogni singolo articolo da cima a fondo. Recuperare quell’ambizione? Qualcuno si impressiona ancora ai titoli strillati o agli scoop? Che fine ha fatto la nera? Invece di pensare a giornali con l’idea che tanto nessuno li legge, pensare a giornali per quelli che hanno ancora voglia (bisogno) di leggere? Disinteressarsi degli analfabeti, disinteressarsi dei cosiddetti giovani, disinteressarsi degli inserzionisti. Nove colonne su Pisapia che s’accosta a Bersani (o viceversa) o su Salvini che litiga con Berlusconi? Ha senso pubblicare ogni giorno la foto di Renzi o di Trump, una volta di profilo, un’altra di faccia ecc., solo perché a quell’altezza della pagina ci vuole una macchia? Pietroni mandava a chiamare gli autori degli articoli con la frase: «Fate venire quelli del nero». Come sopportare – mi si dice – quella colata di piombo? E allora la Frankfurter, e allora il New York Times? Target di riferimento: quelli che hanno smesso di comprare il quotidiano, e non perché c’è internet.

Così Giorgio Dell’Arti, nella sua Anteprima di oggi 7 dicembre, rispondeva a Silvia Botti, direttrice di Abitare, che gli chiedeva del perché di questa sua nuova iniziativa editoriale.

Intanto: Anteprima. Ci si iscrive qui. Dell’Arti promette che sarà gratuita ancora per tutto il mese di dicembre, poi a pagamento. È il suo nuovo progetto editoriale, «una spremuta di giornali» (come lui stesso l’ha definita) divisa in tre sezioni: il meglio dai giornali (Stamattina), l’agenda della giornata (Oggi) e un’anticipazione di quello che sarà (Domani, ma anche di quello che è stato 5, 10, 100 anni prima).

Un quotidiano di altri tempi, trasmesso con i mezzi odierni. Arriva tutte le mattine alle 7.30, ma Anteprima la si sarebbe potuta trovare su un foglio cinquant’anni fa – o su un settimanale stampato fino al 2016, poi misteriosamente sospeso. Un quotidiano che distilla il necessario: ciò di cui tutti parlano; la nera (scritta al solito come un mattinale della questura); il succo delle interviste (la buccia viene scartata); le lettere dei lettori; la cura per la scrittura e i giusti scrupoli linguistici ( «Avrò fatto bene, ieri, a correggere il “perchè” di Leopardi (con l’accento grave) in un “perché” moderno con l’accento acuto?», chiedeva Dell’Arti martedì 5 dicembre). Quello che sui giornali trovate spalmato su 60 pagine, qui lo avete in un’unica e-mail, ma l’obiettivo non è la velocità. Semmai lo sono la sostanza e la chiarezza. Qualche lettore ha scritto per lamentarsi di trovare Anteprima troppo lunga (ma un giornale va appunto letto, non sfogliato): la sintesi però sta nelle parole impiegate per dare la notizia, non nel tempo di lettura.

C’è bisogno di Anteprima, che come tutti i neonati ha ancora qualche problema (iniziando dalla formattazione, su cui c’è da lavorare: le tre sezioni vengono rese graficamente disomogenee, soprattutto sui telefoni). Del resto, molti problemi li hanno giornali con cento e passa anni di storia alle spalle. Come direbbe Dell’Arti – e confermerebbe qualche lettore: gli errori umanizzano.

novembre 24, 2017

Giustizialismo e rancore, spiegati bene.

Paolo Flores d’Arcais su Eugenio Scalfari [neretti miei]

L’indecente scelta di Eugenio Scalfari non può essere commentata. Per farlo adeguatamente sarebbero necessari sostantivi e aggettivi che non fanno parte del nostro vocabolario. “Tra Berlusconi e i Cinque Stelle voterei Berlusconi” conclude una parabola reazionaria, divenuta negli ultimi tempi avvitamento, con lo schianto su lidi di ignominia che rinnegano e azzerano ogni suo merito progressista pregresso.

novembre 19, 2017

Benvenuta ECM

ecm-records

Dallo scorso venerdì 17 novembre, tutto il catalogo dell’etichetta ECM è disponibile sulle piattaforme di streaming Spotify, Apple Music, Deezer, Tidal e Qobuz. Per gli appassionati di musica vuol dire avere a disposizione uno dei cataloghi più interessanti, influenti e criticati di sempre. Per il suo titolare, Manfred Eicher, probabilmente il vantaggio non è così immediato e il passaggio è stato molto più sofferto.

Fondata da Eicher a Monaco di Baviera nel 1969, la ECM – acronimo del pretenzioso «Editions in Contemporary Music» – era rimasta infatti uno degli ultimi fortini musicali a non essere stato espugnato dal consumo digitale (persino il download è arrivato più tardi rispetto agli altri). È una questione di qualità della musica, certo; la stessa questione che ha fatto preferire ad Eicher, nel corso degli anni (sebbene qualche tentennamento: vedremo dopo), il compact disc al vinile – anche il ritorno in auge di quest’ultimo è stato preso dalle ECM cum grano salis: qualche ristampa di vecchi titoli, ma le nuove uscite sono solo in cd. Soprattutto, è una questione di etica dell’ascolto e di estetica musicale.

Partiamo da quest’ultima: una delle critiche che sono state più mosse alla ECM e al suo capo, sin dagli inizi, è stata quella di aver creato uno standard audio che, col tempo, è finito quasi per essere un cliché e una parodia di sé stesso. Del resto il motto dell’etichetta – apparso per la prima volta in una recensione negli anni Settanta – è «the most beautiful sound next to silence». Suoni curati fino allo sfinimento e una qualità audio altissima in pressoché qualunque produzione messa sul mercato. Ma anche l’accusa, nemmeno troppo velata, di voler sacrificare sull’altare della pulizia sonora la creatività e la fantasia dei musicisti. Un trattamento à la ECM che avrebbe finito per privare molte delle musiche, soprattutto quelle di derivazione jazz, di una certa spontaneità. Comprensibile quindi, con queste premesse, che il formato digitale non fosse certamente la prima, né la seconda, scelta per uno come Eicher, le cui produzioni – pure acquistate in massa, almeno per certi titoli – hanno sempre strizzato l’occhiolino ad audiofili di medio-alta patologia.

Se lo scoglio della qualità del suono è risultato comunque superabile (c’è sempre un back catalogue da mettere a reddito: anche sotto questa lente è da leggere l’accordo con la Universal per la distribuzione digitale), rimaneva l’ostacolo più grande da aggirare per raggiungere questo cambiamento – per lui, gli altri si erano già adeguati da tempo – epocale: quello dell’etica. È facile prendersela con il solito, corretto, discorso sulla frammentazione dell’ascolto di musica sulle piattaforme digitali. Abbiamo tutta la musica del mondo a disposizione, ma ci siamo dimenticati gli strumenti per ascoltarla. Chiunque oggi non voglia essere visto come un dinosauro è ormai abituato ad ascoltare musica scegliendo un po’ qua e un po’ là, saltando ogni trenta secondi da un brano all’altro e – cosa ben peggiore – affidando ad un algoritmo, anziché ad un proprio percorso di scoperta e crescita, cosa ascoltare. Per Eicher questo passaggio però dev’essere stato faticoso, perché già in tempi non sospetti – era il 1989 – dichiarava alla rivista The Wire, in una delle rarissime interviste concesse durante la sua carriera, che i recensori e i critici di musica erano peggiorati con l’avvento del compact disc: poiché questo nuovo mezzo permetteva di saltare da una traccia all’altra senza alcuna fatica, arrivò persino a dire che «forse dovrei produrre soltanto dischi come Passio di Arvo Pärt, che ha una sola traccia che dura più di 70 minuti».

Non crediamo che da oggi la ECM produrrà dischi con brani da tre, quattro minuti per accontentare l’ascolto digitale. Del resto, la preferenza al cd rimane scritta anche nel comunicato stampa diffuso da Eicher, dove alla base delle decisioni si legge anche il contrasto alla pirateria sulla rete (provate a girare per Youtube e vi renderete conto che gran parte del catalogo ECM era già disponibile in maniera illecita). Piuttosto, prendiamo con piacere la notizia augurandoci che, in mezzo a qualche playlist di musica da scoprire e a qualche giro (impazzito?) dell’algoritmo, gli ascoltatori si trovino davanti un brano di Keith Jarrett, di Dave Holland, di David Torn, di Egberto Gismondi o del quartetto di Elina Duni. C’è pur sempre un mondo, là fuori, da scoprire.

 

 

settembre 10, 2017 agosto 14, 2017

La scomparsa delle recensioni negative ai dischi

Metacritic è un aggregatore di recensioni che, per ciascun disco, o film, o serie tv o videogioco, calcola il punteggio medio tra quelli assegnati dalle testate monitorate (e sono presenti le principali testate di riferimento per ciascun settore) e assegna un semaforo: verde quando le recensioni sono mediamente favorevoli, gialle quando sono nella media (su una scala da 0 a 100 Metacritic considera mediocre anche un punteggio medio di 40) e rosse quando le recensioni sono sfavorevoli.

La «scala» di giudizi di Metacritic

Un lungo articolo di Neil Shah sul Wall Street Journal si chiede che fine hanno fatto le recensioni negative ai dischi. Su 7.287 dischi le cui recensioni sono state aggregate da Metacritic tra il 2012 e il 2016, il WSJ ha calcolato che soltanto 6 album hanno ottenuto un semaforo rosso; mentre nel 2017, fino ad oggi, nessuno dei 787 dischi che compaiono su Metacritic ha avuto delle recensioni mediamente negative (per fare un paragone, l’articolo spiega che nello stesso intervallo di tempo 39 film su 380 hanno raggiunto recensioni mediamente negative).

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agosto 11, 2017 luglio 9, 2017

Il vero significato di quella «cagata pazzesca»

Claudio Giunta, sulla Domenica del Sole 24 Ore (9.7.2017, p. 21) nel ricordare la scomparsa di Paolo Villaggio analizza il reale motivo dello sfogo «La corazzata potemkin è una cagata pazzesca!» che fa capolino librario in Fantozzi (1974) e cinematografico nel Secondo tragico Fantozzi (1976, regia di Luciano Salce).

Innanzitutto La corazzata Potëmkin, film sovietico del 1925 di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, nella versione italiana per una questione di diritti mai concessi dall’ex Unione Sovietica si era dovuto chiamare La corazzata Kotiomkin, come racconta molto bene Emanuele Salce, il figlio del regista del Tragico Fantozzi, in una conversazione con Andrea Pergolari pubblicata su Robinson di Repubblica (9.7.2017, p.10-11). Anche la versione del film che si vede nel film con Villaggio, e che tutti credono essere tratta dalla pellicola originale, con la sequenza della scalinata di Odessa, è una versione ricostruita per via del veto che i sovietici posero nel concedere spezzoni del film originale.

Secondo, come sottolinea bene Giunta, il contesto dell’urlo liberatorio è quello della grande ditta (la «megaditta») tipica di quell’Italia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, che non solo ti offriva un posto di lavoro e ti permetteva di mettere su famiglia, comprarti una bianchina e andare a fare la gita fuori porta la domenica; ma si preoccupava anche della della «crescita culturale e morale dei dipendenti, e quindi organizzava il loro tempo libero inventandosi conferenze, gite aziendali, cineforum». Un ambiente che Villaggio, ex dipendente della Italsider, conosceva molto bene.

Ecco allora che Giunta passa al film, o meglio ai film da cineforum impegnato e al loro ruolo nella saga Fantozziana, fino all’urlo, ai famosi 92 minuti di applausi consecutivi:

Fantozzi lavora e un intellettuale cinefilo, cioè uno che sa che il Doktor del film è Caligari e non Caligaris e che pronuncia Griffith «come si pronuncia», cioè in modo (per Fantozzi) inintelligibile. questa seconda natura di Riciardelli (il suo essere professore) è più importante della sua prima (il suo essere dirigente): la sua mania per il cinema non è come la mania per il ciclismo del visconte Còbram, o la mania per il biliardo del conte Catellani, o quella per il gioco d’azzardo del duca conte Semenzara, perché tutte queste non sono occupazioni intellettuali, non servono a migliorare la mente e lo spirito di chi le pratica. Invece il professor Ricciardelli vuole fare precisamente questo: migliorare la mente e lo spirito dei suoi impiegati. Perciò non li costringe soltanto alla visione della Corazzata ma poi, dal palco, li stimola al dibattito. Mentre non si possono intellettualizzare il ciclismo, o il biliardo, o lo chemin de fer, si possono certamente intellettualizzare i film, se ne possono amplificare retoricamente i dettagli (l’occhio della madre, la carrozzella col bambino), li si può avvolgere con parole incomprensibili e idee orecchiate in qualche saggio para-accademico («il montaggio analoggico» del povero Calboni). Il bersaglio non di Villaggio ma – bisognerebbe dirlo più spesso – di Villaggio-Salce-Benvenuti-De-Bernardi è soprattutto questo: non il Capitale, non Ėjzenštejn, bensì l’uso retorico e autoritario della cultura. E la protesta di Fantozzi non è politica (non c’è traccia di politica nel racconto di Villaggio che ispira la scena), è umana: la protesta della natura, del corpo (la frittata di cipolle, il rutto libero, i film di Franco e Ciccio e di Laura Antonelli), contro i diktat di una cultura che né si comprende né si apprezza, anche se si simula di farlo. E insomma, non siamo molto lontani dall’aria del tempo còlta da Moretti in Io sono un autarchico con la battuta «No, il dibattito no!»; ma gli sceneggiatori di Fantozzi la colgono con due anni d’anticipo, e parlano a nome del Popolo, non a nome di un altro intellettuale autoironico. Controprova: il Popolo ha mandato a memoria la scena della Potëmkin, e l’adopera ancora adesso come arma contro gli intellettuali da cineforum, oggi trasferitisi nel web.