dicembre 4, 2016

Necrologi.

Scrive il Miami Herald in uno dei più belli obituaries apparsi dopo la morte di Fidel Castro:

Pochi i leader di nazioni ad aver ispirato una fedeltà così intensa – o un così straziante sentimento di tradimento. Pochi ad aver scaldato i cuori dei giovani irrequieti come ha fatto Castro quando da giovane; e pochi sono sembrati così irrilevanti come lo è stato Castro da vecchio: l’ultimo comunista, aggrappato a quel vuoto e decrepito angolo di mondo che era diventata Cuba sotto il suo dominio.

novembre 1, 2016

Antipolitica e antipolitica

Archivio qui, per usi futuri che non tarderanno ad arrivare, la doppia definizione di «antipolitica» che questa mattina il prof. Angelo Panebianco ha dato dalle colonne del Corriere della Sera:

Ci sono due tipi di antipolitica, una vera e una finta. L’antipolitica vera non è oggi di moda (…) È quella che non vuole una politica impicciona, che ha per ideale – da perseguire benché non possa mai essere compiutamente realizzato – lo “Stato minimo”, uno stato che si occupi di fronteggiare emergenze e sfide alla sicurezza e di produrre pochi beni pubblici essenziali, lasciando il resto al mercato e al libero associazionismo volontario. Ma non è questa l’antipolitica oggi di moda. È di moda l’antipolitica fina, la quale convoglia il disprezzo dei cittadini sulla politica ma pretende altresì che la politica resta l’impicciona di sempre (non si propongono privatizzazioni e liberalizzazioni ma protezionismo e dosi ancor più massicce di statalismo). L’antipolitica oggi di moda è un ossimoro: è un’antipolitica statalista.

ottobre 16, 2016

Difendere il latino e il greco per difendere un metodo di ragionamento.

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Luca Ricolfi spiega sul Sole 24 Ore i motivi che l’hanno spinto a firmare l’appello — «il primo (probabilmente l’unico) della mia vita» — contro l’abolizione totale o parziale della traduzione dal greco e dal latino nell’esame di maturità del Liceo Classico.

La sua, spiega Ricolfi, non vuole essere la difesa in sé della classicità delle due materie in questione. Ma una riflessione più ampia, che s’inserisce nel dibattito su quanto l’asticella della «protezione da ogni sfida che possa mettere [i nostri ragazzi] davvero alla prova» debba essere ancora abbassata e su quanto, al contrario, «non vogliamo privar[li] delle capacità di cui prima o poi avranno bisogno».

Ricolfi crede che la vera ragione per cui si vuole abolire la traduzione dal greco e dal latino

non sia l’incapacità di apprezzare la cultura classica, o la volontà di promuovere la cultura scientifica, o il desiderio di modernizzare e svecchiare la scuola. No, la vera ragione è molto più terra-terra: la traduzione dal latino e dal greco, insieme ad alcune parti della matematica (nei casi in cui vengono effettivamente insegnate), è rimasto l’ultimo compito davvero difficile della scuola secondaria superiore. È questo, semplicemente questo, che rende attraenti le tesi degli abolizionisti. È questo che – prima o poi – consentirà loro di imporsi. Perché, non nascondiamocelo, la domanda degli studenti e delle loro famiglie non è di alzare l’asticella, ma di abbassarla sempre più, come in effetti diligentemente facciamo da almeno quattro decenni.È questo, il livello dell’asticella, che fa la differenza fra una buona scuola e una scuola mediocre. Ed è questo, la tenace volontà di tenerla bassa, il non-detto che accomuna buona parte delle innovazioni nella scuola e nell’università. Se così non fosse, alla progressiva erosione dello spazio del latino e del greco, con la soppressione dell’analisi logica nella scuola media inferiore, la scomparsa quasi universale della traduzione dall’italiano, l’istituzione di licei scientifici “ma senza latino”, si accompagnerebbe l’introduzione di soggetti ritenuti più interessanti, o più utili, o più formativi, ma altrettanto impegnativi. Giusto per fare qualche esempio: studio del cinese, compresi gli ideogrammi; logica e calcolo simbolico; teoria della relatività; meccanica quantistica; filologia classica o moderna; algebra astratta; linguaggi di programmazione evoluti (al posto del ridicolo insegnamento del pacchetto Microsoft Office).

 

ottobre 15, 2016

Didascalia

Parole spese. Talvolta giuste, altre meno. Parole di elogio, parole esagerate.

Poi, verso la fine della coda di topo degli elogi funebri, arriva lui. Il bambino che smania di fare bella figura nella classe in cui i suoi compagni gli sono superiori, o comunque lui ha sviluppato nei loro confronti un malcelato complesso di inferiorità. Comprensibile la sua voglia di trovarsi nel momento giusto per dire la cosa giusta. Solo che prima definisce, inutilmente e  fuori contesto, «ingrato» il paese in cui vive; poi–forse perché a lui il Nobel non lo daranno mai nemmeno con i tempi che corrono–più ignaro che dimentico del fatto che un giullare, pur bravo, è uomo di corte per definizione, si affretta a dire che il defunto gli ha insegnato «a non essere cortigiano» e «ad essere indipendente».

Segue prova fotografica del perché, al bambino smanioso, non hanno chiesto dichiarazioni ai funerali di  Carmelo Bene o Paolo Poli.
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settembre 25, 2016

Ciao, Foglio dei Fogli

Così, intorno alle cinque di una domenica pomeriggio, Giorgio Dell’Arti annuncia ai suoi amici di Facebook che quello di domani, lunedì 26 settembre 2016, sarà l’ultimo numero del Foglio dei Fogli, detto anche «Foglio rosa» (per via della carta color salmone), o «Foglio del lunedì» perché in quella particolare edizione esce solo il primo giorno della settimana e nulla ha a che vedere con il tradizionale quotidiano degli altri giorni.

Una doccia fredda. Il Foglio dei Fogli – resto affezionato alla prima denominazione – rappresenta un caso unico nel panorama editoriale quotidiano italiano: una raccolta – curata da Giorgio dell’Arti e dalla sua redazione – di quanto di meglio pubblicato nel corso della settimana precedente sulla stampa cartacea (e negli ultimi anni, web) italiana. Ma anche l’unico giornale nel quale un argomento, l’apertura di prima pagina, è raccontato al lettore con un particolare taglia e cuci del quale Dell’Arti e i suoi ragazzi sono diventati, negli anni, maestri e cerimonieri unici. Vittorio Feltri di Dell’Arti scrisse che era l’unico giornalista capace di raccontare in quattro pagine quello che il Corriere della Sera non riusciva a fare in quaranta. Niente di più vero.

Del Foglio dei Fogli ricordo anche la colonna dei delitti, dove i casi di cronaca sono riscritti come con stile asciutto e senza l’uso di inutili aggettivi (una raccolta, incompleta, la trovate nel formidabile Coro degli assassini e dei morti ammazzati, uscito anni fa per i tipi di Marsilio). Proprio i «delitti» sono diventati, con gli anni, la prima cosa che leggo il lunedì mattina, nonché una palestra e un corso di giornalismo insieme. Se riesci a raccontare un caso di cronaca nera alla maniera dellartiana, significa non solo che sei un buon giornalista ma anche che potremmo fare a meno di giornali che tutti i giorni escono con quaranta pagine. Purtroppo pochi ne sono capaci.

Sono affezionato al Foglio e lo sono al Foglio dei Fogli. Perché era proprio lunedì la prima volta che ho acquistato il quotidiano allora diretto da Giuliano Ferrara. Era lunedì quando lessi un annuncio nel quale Giorgio dell’Arti scriveva di avere «bisogno di una mano». Fu il lunedì successivo quando mi chiamò una sua redattrice per propormi di collaborare alla revisione delle biografie che avrebbero dovuto comporre l’edizione 2016 del Catalogo dei viventi e che nel frattempo hanno trovato spazio sul sito di storia Cinquantamila.it, diretto dallo stesso Dell’Arti.

Non so quali siano i piani di Claudio Cerasa a partire da lunedì 3 ottobre. Oggi non mi interessano. Il Foglio dei Fogli era un raro esemplare di giornalismo di qualità, dove la qualità risiedeva nel sapere come e in che modo combinare quanto di buono la stampa italiana ancora produce, nonostante tutto. Il Foglio dei Fogli è stato per vent’anni – compiuti di recente – quel selezionatore del flusso informativo di cui oggi tutti gli esperti di mass media si riempiono la bocca. Era e non c’è più.

Un caro saluto.

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Sono di New York.

Oh, L.A. has perfect weather? More like pathetic weather. I’m from New York, where the weather is only nice two days a year, and do you know what we do on those two days? We stay inside and work, because we’re New Yorkers and we’ve got too much stuff to do to care that it’s lovely outside. We only find out that it was nice at the end of the day, when we’re leaving our offices at 9 p.m., and a co-worker says something in the elevator about the weather. Do we feel regret that we missed our chance to experience an actually enjoyable climate? No! We just wish this other person would stop talking to us, so we can escape into the now freezing/scalding/hailing/pit-stain/slush-bucket awful environment that awaits.

Affinità e divergenze tra l’Italia – e qualunque altro luogo al mondo, presumo – e gli Stati Uniti: se da noi la contrapposizione è tra nord e sud, da loro viaggia sull’asse ovest-est.

settembre 24, 2016

24 settembre 1996.

And yet because of all of this emotional baggage, the cathartic power of Pinkerton is second to none. While it’s often compared to the Blue Album, Pinkerton bears more similarity to In Utero, a record that also mixed relatively raw alt-rock production, undeniable pop smarts, and a lead singer absolutely freaked the fuck out by fame. But while many sickeningly thought Kurt Cobain’s suicide somehow validated his art, Cuomo’s self-destruction was more quotidian and relatable, struggling with an unbearable need to be loved but a complete inability to realize the need for it to be reciprocated. It’s why Pinkerton isn’t misogynistic so much as confused: “No Other One” classically mistakes hating yourself for loving someone else, and “El Scorcho” reminds that fictional RomCom behavior is actually borderline sociopathic in real life. In fact, the songs most likened to cuddly Blue Album Weezer are the darkest– “The Good Life” is Cuomo at the end of his rope, hysterical at the ridiculousness of his self-loathing, while a single line in “El Scorcho” sums up the core of Pinkerton‘s pain: “I can’t talk about it/ I gotta sing about it and make a record. [*]

La prima volta che ascoltai Pinkerton rimasi a bocca aperta. Lo ascolto, da allora, almeno una volta l’anno, sempre con lo stesso stupore.

settembre 21, 2016

Il micromondo

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foto: Mark Ehr

L’Economist dal 1986 pubblica annualmente un indice che valuta il potere d’acquisto in differenti paesi usando come parametro il Big Mac. McDonald’s come strumento economico, ma scopriamo oggi anche come grande normalizzatore sociale di pranzi in aeroporto:

And so, McDonald’s is the great equalizer among us. We are all the same at the airport, no matter what boarding group you’re in. You can eat McDonald’s for any meal of the day at any time of the day. They have more options than you can even dream of. I’m never happier than when I’m eating two hash browns and drinking an iced coffee the size of my torso. This is a portable food. It takes less than a minute to get. When you are eating at an airport, you are eating simply for fuel. You need a quick, carb-heavy meal that is going to knock you out on a flight. You do not need a frittata. McDonald’s is not a meal for all the time and always, but McDonald’s is a hundred percent for airports, the giant hallways of America.

Diciamola tutta: peggiore dei pranzi in aeroporto ci sono solo quelli in autogrill. La maggior parte della gente è d’accordo con questa affermazione, se non fosse che c’è anche chi si trova a proprio agio a mangiare in autogrill, o all’aeroporto. A proprio agio non tanto con il cibo, quanto con il luogo. Esiste una categoria di persone che considera gli autogrill e gli aeroporti come dei luoghi confortevoli e adora passare del tempo in essi. Per una sosta lungo l’autostrada durante la traversata italica di mezz’agosto o per l’attesa di una coincidenza di ritorno dalla vacanza in Thailandia. Io quando viaggio in macchina o devo prendere un aereo odio fare soste, soprattutto quando queste comportano il dover mangiare qualcosa. In autogrill l’offerta è più scarsa sia dal punto di vista della quantità che della qualità; al contrario, gli aeroporti mostrano una più ampia offerta alla quale non corrisponde quasi mai una qualità dignitosa e l’unica cosa che c’è di straordinario è il prezzo. Però sia negli autogrill che negli aeroporti, in certe ore, non si trova un posto libero.

Non dico che autogrill e aeroporti siano la stessa cosa. Dico solo che non c’è molta differenza tra chi sfoglia gli espositori delle audiocassette con la copertina scolorita che ancora si trovano in certi nostri autogrill e chi passa al setaccio qualunque prodotto venduto in un Duty Free convinto di stare per fare l’affare del secolo. E poi torna a casa con scatole di Toblerone e mignon di liquore da regalare alla zia e allo zio.

Distrazioni e altre cose dei tempi moderni.

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Andrew Sullivan, con un articolo pubblicato sul New York Times Magazine, ritorna sui motivi che l’hanno fatto smettere di punto in bianco di curare il Daily Dish ormai oltre un anno e mezzo fa. Per la prima volta, cosa che non fece nemmeno nel blog di commiato ai suoi lettori, racconta i veri motivi che l’hanno spinto alla scelta:

If the internet killed you, I used to joke, then I would be the first to find out. Years later, the joke was running thin. In the last year of my blogging life, my health began to give out. Four bronchial infections in 12 months had become progressively harder to kick. Vacations, such as they were, had become mere opportunities for sleep. My dreams were filled with the snippets of code I used each day to update the site. My friendships had atrophied as my time away from the web dwindled. My doctor, dispensing one more course of antibiotics, finally laid it on the line: “Did you really survive HIV to die of the web?”

Attraverso il racconto dei dieci giorni passati alla Insight Meditation Society di Barre, Massachussets, Sulivan arriva ad una conclusione amara sull’epoca delle enormi distrazioni che tutti stiamo vivendo. Una conclusione che, se ci pensiamo, può persino apparire banale nelle sue motivazioni. La speranza è che, arrivando da quel pulpito da cui arriva, il messaggio riesca a passare. Pur tra le mille distrazioni cui siamo sottoposti:

There are books to be read; landscapes to be walked; friends to be with; life to be fully lived. And I realize that this is, in some ways, just another tale in the vast book of human frailty. But this new epidemic of distraction is our civilization’s specific weakness. And its threat is not so much to our minds, even as they shape-shift under the pressure. The threat is to our souls. At this rate, if the noise does not relent, we might even forget we have any.