settembre 25, 2016

Ciao, Foglio dei Fogli

Così, intorno alle cinque di una domenica pomeriggio, Giorgio Dell’Arti annuncia ai suoi amici di Facebook che quello di domani, lunedì 26 settembre 2016, sarà l’ultimo numero del Foglio dei Fogli, detto anche «Foglio rosa» (per via della carta color salmone), o «Foglio del lunedì» perché in quella particolare edizione esce solo il primo giorno della settimana e nulla ha a che vedere con il tradizionale quotidiano degli altri giorni.

Una doccia fredda. Il Foglio dei Fogli – resto affezionato alla prima denominazione – rappresenta un caso unico nel panorama editoriale quotidiano italiano: una raccolta – curata da Giorgio dell’Arti e dalla sua redazione – di quanto di meglio pubblicato nel corso della settimana precedente sulla stampa cartacea (e negli ultimi anni, web) italiana. Ma anche l’unico giornale nel quale un argomento, l’apertura di prima pagina, è raccontato al lettore con un particolare taglia e cuci del quale Dell’Arti e i suoi ragazzi sono diventati, negli anni, maestri e cerimonieri unici. Vittorio Feltri di Dell’Arti scrisse che era l’unico giornalista capace di raccontare in quattro pagine quello che il Corriere della Sera non riusciva a fare in quaranta. Niente di più vero.

Del Foglio dei Fogli ricordo anche la colonna dei delitti, dove i casi di cronaca sono riscritti come con stile asciutto e senza l’uso di inutili aggettivi (una raccolta, incompleta, la trovate nel formidabile Coro degli assassini e dei morti ammazzati, uscito anni fa per i tipi di Marsilio). Proprio i «delitti» sono diventati, con gli anni, la prima cosa che leggo il lunedì mattina, nonché una palestra e un corso di giornalismo insieme. Se riesci a raccontare un caso di cronaca nera alla maniera dellartiana, significa non solo che sei un buon giornalista ma anche che potremmo fare a meno di giornali che tutti i giorni escono con quaranta pagine. Purtroppo pochi ne sono capaci.

Sono affezionato al Foglio e lo sono al Foglio dei Fogli. Perché era proprio lunedì la prima volta che ho acquistato il quotidiano allora diretto da Giuliano Ferrara. Era lunedì quando lessi un annuncio nel quale Giorgio dell’Arti scriveva di avere «bisogno di una mano». Fu il lunedì successivo quando mi chiamò una sua redattrice per propormi di collaborare alla revisione delle biografie che avrebbero dovuto comporre l’edizione 2016 del Catalogo dei viventi e che nel frattempo hanno trovato spazio sul sito di storia Cinquantamila.it, diretto dallo stesso Dell’Arti.

Non so quali siano i piani di Claudio Cerasa a partire da lunedì 3 ottobre. Oggi non mi interessano. Il Foglio dei Fogli era un raro esemplare di giornalismo di qualità, dove la qualità risiedeva nel sapere come e in che modo combinare quanto di buono la stampa italiana ancora produce, nonostante tutto. Il Foglio dei Fogli è stato per vent’anni – compiuti di recente – quel selezionatore del flusso informativo di cui oggi tutti gli esperti di mass media si riempiono la bocca. Era e non c’è più.

Un caro saluto.

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Sono di New York.

Oh, L.A. has perfect weather? More like pathetic weather. I’m from New York, where the weather is only nice two days a year, and do you know what we do on those two days? We stay inside and work, because we’re New Yorkers and we’ve got too much stuff to do to care that it’s lovely outside. We only find out that it was nice at the end of the day, when we’re leaving our offices at 9 p.m., and a co-worker says something in the elevator about the weather. Do we feel regret that we missed our chance to experience an actually enjoyable climate? No! We just wish this other person would stop talking to us, so we can escape into the now freezing/scalding/hailing/pit-stain/slush-bucket awful environment that awaits.

Affinità e divergenze tra l’Italia – e qualunque altro luogo al mondo, presumo – e gli Stati Uniti: se da noi la contrapposizione è tra nord e sud, da loro viaggia sull’asse ovest-est.

settembre 24, 2016

24 settembre 1996.

And yet because of all of this emotional baggage, the cathartic power of Pinkerton is second to none. While it’s often compared to the Blue Album, Pinkerton bears more similarity to In Utero, a record that also mixed relatively raw alt-rock production, undeniable pop smarts, and a lead singer absolutely freaked the fuck out by fame. But while many sickeningly thought Kurt Cobain’s suicide somehow validated his art, Cuomo’s self-destruction was more quotidian and relatable, struggling with an unbearable need to be loved but a complete inability to realize the need for it to be reciprocated. It’s why Pinkerton isn’t misogynistic so much as confused: “No Other One” classically mistakes hating yourself for loving someone else, and “El Scorcho” reminds that fictional RomCom behavior is actually borderline sociopathic in real life. In fact, the songs most likened to cuddly Blue Album Weezer are the darkest– “The Good Life” is Cuomo at the end of his rope, hysterical at the ridiculousness of his self-loathing, while a single line in “El Scorcho” sums up the core of Pinkerton‘s pain: “I can’t talk about it/ I gotta sing about it and make a record. [*]

La prima volta che ascoltai Pinkerton rimasi a bocca aperta. Lo ascolto, da allora, almeno una volta l’anno, sempre con lo stesso stupore.

settembre 21, 2016

Il micromondo

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foto: Mark Ehr

L’Economist dal 1986 pubblica annualmente un indice che valuta il potere d’acquisto in differenti paesi usando come parametro il Big Mac. McDonald’s come strumento economico, ma scopriamo oggi anche come grande normalizzatore sociale di pranzi in aeroporto:

And so, McDonald’s is the great equalizer among us. We are all the same at the airport, no matter what boarding group you’re in. You can eat McDonald’s for any meal of the day at any time of the day. They have more options than you can even dream of. I’m never happier than when I’m eating two hash browns and drinking an iced coffee the size of my torso. This is a portable food. It takes less than a minute to get. When you are eating at an airport, you are eating simply for fuel. You need a quick, carb-heavy meal that is going to knock you out on a flight. You do not need a frittata. McDonald’s is not a meal for all the time and always, but McDonald’s is a hundred percent for airports, the giant hallways of America.

Diciamola tutta: peggiore dei pranzi in aeroporto ci sono solo quelli in autogrill. La maggior parte della gente è d’accordo con questa affermazione, se non fosse che c’è anche chi si trova a proprio agio a mangiare in autogrill, o all’aeroporto. A proprio agio non tanto con il cibo, quanto con il luogo. Esiste una categoria di persone che considera gli autogrill e gli aeroporti come dei luoghi confortevoli e adora passare del tempo in essi. Per una sosta lungo l’autostrada durante la traversata italica di mezz’agosto o per l’attesa di una coincidenza di ritorno dalla vacanza in Thailandia. Io quando viaggio in macchina o devo prendere un aereo odio fare soste, soprattutto quando queste comportano il dover mangiare qualcosa. In autogrill l’offerta è più scarsa sia dal punto di vista della quantità che della qualità; al contrario, gli aeroporti mostrano una più ampia offerta alla quale non corrisponde quasi mai una qualità dignitosa e l’unica cosa che c’è di straordinario è il prezzo. Però sia negli autogrill che negli aeroporti, in certe ore, non si trova un posto libero.

Non dico che autogrill e aeroporti siano la stessa cosa. Dico solo che non c’è molta differenza tra chi sfoglia gli espositori delle audiocassette con la copertina scolorita che ancora si trovano in certi nostri autogrill e chi passa al setaccio qualunque prodotto venduto in un Duty Free convinto di stare per fare l’affare del secolo. E poi torna a casa con scatole di Toblerone e mignon di liquore da regalare alla zia e allo zio.

Distrazioni e altre cose dei tempi moderni.

andrew sullivan

Andrew Sullivan, con un articolo pubblicato sul New York Times Magazine, ritorna sui motivi che l’hanno fatto smettere di punto in bianco di curare il Daily Dish ormai oltre un anno e mezzo fa. Per la prima volta, cosa che non fece nemmeno nel blog di commiato ai suoi lettori, racconta i veri motivi che l’hanno spinto alla scelta:

If the internet killed you, I used to joke, then I would be the first to find out. Years later, the joke was running thin. In the last year of my blogging life, my health began to give out. Four bronchial infections in 12 months had become progressively harder to kick. Vacations, such as they were, had become mere opportunities for sleep. My dreams were filled with the snippets of code I used each day to update the site. My friendships had atrophied as my time away from the web dwindled. My doctor, dispensing one more course of antibiotics, finally laid it on the line: “Did you really survive HIV to die of the web?”

Attraverso il racconto dei dieci giorni passati alla Insight Meditation Society di Barre, Massachussets, Sulivan arriva ad una conclusione amara sull’epoca delle enormi distrazioni che tutti stiamo vivendo. Una conclusione che, se ci pensiamo, può persino apparire banale nelle sue motivazioni. La speranza è che, arrivando da quel pulpito da cui arriva, il messaggio riesca a passare. Pur tra le mille distrazioni cui siamo sottoposti:

There are books to be read; landscapes to be walked; friends to be with; life to be fully lived. And I realize that this is, in some ways, just another tale in the vast book of human frailty. But this new epidemic of distraction is our civilization’s specific weakness. And its threat is not so much to our minds, even as they shape-shift under the pressure. The threat is to our souls. At this rate, if the noise does not relent, we might even forget we have any.

Gli editor editano

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Mi ero perso questo vecchio pezzo di Hamilton Nolan apparso sull’ormai defunto Gawker. Tema: contro gli editor nel giornalismo. Svolgimento: non è che il lavoro dell’editor non sia necessario, anzi; solo che il giornalismo non è un fatto di quantità (tanti editor), ma di qualità (una buona storia e, magari, un solo editor).

Per le dinamiche del giornalismo italiano – carteceo e non – attuale, forse non si comprende in pieno il motivo dell’articolo: quale newsmagazine o sito web italiano, oggi, ha più di un editor per storia? Pensate però al New Yorker, che Nolan definisce come una delle pubblicazioni «più pesantemente editate» che esistano: lì una storia passa di mano in mano, di revisione in revisione, di junior editor in senior editor. Nolan propone un esperimento, che voglio archiviare qui perché può essere buono in futuro: prendi una storia già pubblicata sul New Yorker, e cioè una storia che è già passata attraverso numerosi editor, vai da un editor e digli che si tratta di una bozza:

I guarantee you that that editor will take that story—well-polished diamond that it presumably is—and suggest a host of changes. Rewrite the story to the specifications of the new editor. Then take it to another editor, and repeat the process. You will find, once again, that the new editor has changes in mind. If you were a masochist, you could continue this process indefinitely. You would never find an editor who read the story, set down his pencil, and said, “Looks fine. This story is perfect.” This is because editing is an art, not a science. To imagine that more editors will produce a better story is akin to imagining that a song by your favorite band would be better if, after the band finished it, it was remixed by a succession of ten producers, one after the other. Would it be different? Yes. Would it be better? I doubt it. The only thing you can be sure of is that it would not be the song that the actual musicians wanted it to be.

Il rischio che paventa Nolan, in conclusione, è molto semplice. Se un’industria si riempie di figure intermedie (gli editor), queste devono continuamente giustificare la loro presenza producendo qualcosa, anche quando quel qualcosa non è richiesto: «Un editor che legge una storia e decide che va bene è un editor che non sta dimostrando di essere necessario». Gli editor editano, insomma.

settembre 11, 2016
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Anniversari

Oggi è l’anniversario dell’11 settembre. I vostri “e però…” e “ma anche…”, così pieni di compassione per un mondo che non avete mai vissuto ma nel quale fate credere di trovarvi così a vostro agio, tirateli fuori a partire da domani.

settembre 9, 2016 settembre 7, 2016

Polemiche opportunità.

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Osservare la stampa straniera è una delle mie attività preferite. È come fare i turisti in un posto lontano da casa: la cosa bella non sono tanto i monumenti, o i musei, o il cibo; sono invece i differenti modi di vivere, le diverse piccole abitudini e le angolazioni con le quali è osservata la complessità del mondo che ci circonda.

Qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato un editoriale nel quale affermava che non è accettabile che, durante i Proms, su 75 concerti totali inseriti nella rassegna solo 5 erano diretti da donne. Proseguendo nel ragionamento, il quotidiano inglese allargava l’orizzonte dell’analisi fino ad includere la situazione di tutte le orchestre sinfoniche di Londra:

London has five permanent symphony orchestras, all full of female players. Yet of the 20 conducting posts at these orchestras, just one is held by a woman – and the temporary post held by the London Symphony’s assistant conductor Elim Chan ends this season. It wouldn’t be acceptable in other professions. It isn’t acceptable here either.

Immaginate se un editoriale del genere — di quelli non firmati e dunque riconducibili al board direzionale del quotidiano — fosse apparso in Italia. Da noi è già difficile capire la differenza tra un commento e un editoriale – -utilizziamo i termini in maniera interscambiabile, ma non lo sono e nella stampa, soprattutto in quella anglosassone, vi è una differenza non di poco conto. Ma sarebbe difficile immagine un editoriale di questo tenore stampato sul Corriere della Sera, o la Repubblica, o La Stampa, o il Sole 24 Ore. Detto con un po’ di invida: perché sono gli editoriali che di solito mi diverte di più leggere.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e non tutte le invide sono fondate. La questione posta dal Guardian mi sembra così inutilmente polemica e così forzatamente pretestuosa (l’avevo già notato anche altrove), che se dirigessi un quotidiano anglosassone e avessi una platea di lettori avvezzi a non considerare serio un articolo solo quando parla di economia, o di beghe politiche interne, o di guerre, io allora dedicherei un editoriale per affermare che è inaccettabile che ci siano così poche donne che conducono i tir in giro per l’Europa, o che riforniscono le macchine alle pompe di benzina, o che tirano su i muri delle case e asfaltano le strade. E potrei andare avanti, trovando altresì irritante che ci siano così pochi uomini tra gli insegnanti degli asili nido o tra i sarti. Perché il punto da osservare non è che ci siano poche donne a dirigere le orchestre londinesi  — cosa della quale, sinceramente, mi dispiaccio, così come mi dispiaccio quando qualcuno considera un parametro del merito o della bravura una matematica spartizione uomo-donna anziché un’effettiva competenza che premi indistintamente anche solo tutte le donne, o tutti gli uomini. Il punto è che il Guardian affermava che il fatto «non sarebbe accettabile nemmeno in altri mestieri», non solo in quello del direttore d’orchestra.